La chiesa e l´educazione
Fino a che la Chiesa cattolica non avrà affrontato la questione del posto della sessualità nel suo concetto di persona umana, difficilmente riuscirà a contenere il ripresentarsi non occasionale dei fenomeni di abusi sessuali
L´entità della diffusione dell´abuso sessuale su bambini da parte di sacerdoti
mina la stessa legittimazione della Chiesa cattolica come garante della
educazione dei più piccoli. Proprio la diffusione del fenomeno, unita al fatto
che ne sono stati protagonisti religiosi ad ogni livello gerarchico e che,
quando non vi è stata copertura colpevole, vi è stata mancanza di vigilanza,
cecità rispetto a tutti gli indizi, mancato ascolto dei segnali mandati dalle
vittime, non consente di nascondersi dietro l´abusata affermazione che poche
mele marce non possono inficiare la missione educativa della Chiesa. Ne sa
qualche cosa la Chiesa
cattolica irlandese, che ha subito un crollo verticale di fiducia dopo che è
stato rivelato il mondo di violenza, abusi, sopraffazioni che si nascondevano
dietro molte delle sue istituzioni per bambini e ragazzi/e. Piuttosto vale il
contrario: non bastano molti bravissimi e generosi educatori a legittimare la
superiorità educativa sul piano morale attribuita alla Chiesa.
Non può valere per gli uomini (e le donne) di chiesa, il principio della doppia
morale, in base al quale è il ruolo, non il comportamento individuale, che
conta. Lo ha dichiarato con nettezza la (ex) vescova luterana Kauffman, che,
con un gesto di grande responsabilità e rispetto per l´istituzione che
rappresentava, si è dimessa dalla propria carica dopo aver commesso una
infrazione infinitamente meno grave (guida in stato di ubriachezza) e dannosa
di quella imputata a centinaia di sacerdoti (e qualche vescovo) cattolici. A
chi, dentro e fuori la sua Chiesa, le chiedeva di restare ha risposto che, per
la sua coscienza, rimanere avrebbe significato indebolire non solo la carica
che deteneva e la chiesa che guidava, ma lo stesso messaggio etico-religioso.
L´impossibilità della doppia morale è tanto più evidente quando coinvolge – e
stravolge – il rapporto educativo. Nei casi di violenza, e ancor più di abuso
sessuale, è tradito proprio il rapporto fiduciario che è alla base di ogni
rapporto educativo. Il soggetto principe di questo rapporto, il bambino, è
violato nel corpo, nei sentimenti, nella sua percezione di sé e del proprio
posto nel mondo. A questi bambini e ragazzi è stata sottratta la possibilità di
sviluppare rapporti di fiducia negli adulti – negli educatori, ma anche nei
genitori, che a quegli educatori li avevano affidati. Ne portano
l´incancellabile, gravissima responsabilità non solo coloro che hanno compiuto
gli abusi, ma anche coloro che li hanno nascosti o sottovalutati, o non sono
stati capaci di vederli e di difenderne le vittime. Giustamente, ancorché
troppo tardivamente e in alcuni casi obtorto collo, la Chiesa ha chiesto
pubblicamente scusa.
Ma chiedere scusa non basta. Non solo perché non c´è riparazione possibile per
il danno gravissimo subito dalle vittime. Ma perché non sembra che si sia
ancora neppure iniziato a mettere a fuoco le ragioni delle troppe «mele marce»
o «persone disturbate» (per usare le parole del vescovo di Ratisbona) tra i
religiosi nelle istituzioni educative cattoliche. Non credo che la causa vada
cercata solo nell´obbligo del celibato, o nella posizione esclusivamente
ancillare delle donne nella Chiesa cattolica. Pedofili e maltrattatori di
bambini si trovano anche tra le persone sposate. E, come ha testimoniato la
vicenda irlandese, anche gli istituti retti da religiose possono diventare
luoghi di abuso. Piuttosto la causa va cercata nelle concezioni della
sessualità, del ruolo della donna, della famiglia, che motivano sia il celibato
sia l´esclusione delle donne dal sacerdozio. Il matrimonio è sempre visto come
remedium concupiscientiae, un male minore rispetto ad una sessualità cui non si
riconosce senso e valore umano, salvo che a scopi procreativi. Il corpo della
donna è sempre potenzialmente impuro, rischioso e da sottoporre a controllo,
sia come luogo del desiderio (maschile) che come strumento della procreazione.
La famiglia è insieme necessaria (sempre a scopi riproduttivi). Ma avere una
famiglia e generare figli è visto come un vincolo alla disponibilità
all´altruismo. Non a caso, papa Wojtyla nel suo documento sull´amore umano, con
una torsione concettuale tanto suggestiva quanto rivelatrice della tensione
tutta irrisolta della Chiesa nei confronti della sessualità, scrisse che la
verginità è il culmine della sessualità, perché consente una generatività che
va oltre quella biologica.
Fino a che la Chiesa
cattolica non avrà affrontato la questione del posto della sessualità nel suo
concetto di persona umana, difficilmente riuscirà a contenere il ripresentarsi
non occasionale dei fenomeni di abusi sessuali. Nel frattempo, sarebbe
opportuna maggiore cautela e autocritica nel presentarsi come magistra vitae e
nel dare lezioni sulla «buona sessualità», la «buona famiglia» e la «giusta
identità di genere».
http://www.repubblica.it 14.3.10

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