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La bellezza non e' l'unica via

Quanto conta nella nostra società l'aspetto fisico, al di là del comportamento, al di là del liguaggio, al di là del sentimento, al di là del pensiero?

"L'immagine del proprio volto è qualcosa che si costruisce attraverso la relazione sociale che accoglie o respinge, ammira o rifiuta. E siccome la nostra identità dipende dal riconoscimento, possiamo leggere nel desiderio dei due genitori londinesi di modificare, attraverso un intervento di chirurgia estetica, il volto della loro bambina down una facilitazione alla costruzione di un'identità più felice.

 

Non credo che lo scopo possa essere raggiunto attraverso una correzione dei tratti somatici, perchè i segni della malattia travalicano l'aspetto fisico e si fanno evidenti in molti altri modi. E allora il problema si sposta altrove. Quanto conta nella nostra società l'aspetto fisico, al di là del comportamento, al di là del liguaggio, al di là del sentimento, al di là del pensiero? Davvero la nostra cultura ha ridotto l'uomo a corpo e a nient'altro che corpo?

 

Sembra proprio di sì. E al di là dell'intenzione dei genitori, che credo siano animati unicamente dall'intenzione di migliorare in qualche modo le condizioni di vita della loro bambina, la nostra attenzione deve spostarsi sulla nostra società che ha fatto della bellezza fisica la prima e a volte l'unica via per accedere all'amicizia, all'amore, talvolta all'ingresso nel lavoro, come se le altre caratteristiche umane fossero inessenziali e in ogni caso secondarie.

 

Belli, non solo, ma anche sani. E qui siamo alla seconda domanda: quanto è disposta la nostra società ad accogliere la malattia, l'handicap, la menomazione? Quanti sguardi si abbassano in presenza di una persona che non è proprio come la maggior parte di noi? Quante parole vere e non compassionevoli sappiamo rivolgere a loro? Quanta solidarietà e aiuto sappiamo dare alle famiglie che, sole, si devono prendere cura di persone che hanno problemi? Quelle cure che spesso genitori troppo affacendati non dedicano neppure ai loro bambini belli, sani e intelligenti? Non è collassata nella nostra società la nozione di "cura"? Non abbiamo scambiato il "prendersi cura" di qualcuno con il semplice "pro-curare" a qualcuno qualcosa, come può essere un volto più accettabile grazie a un intervento di chirurgia estetica?

 

Non me la sento di riprovare la decisione dei due genitori londinesi che hanno deciso di correggere il volto della loro bambina. Penso l'abbiano fatto con le migliori intenzioni, persuasi forse che è più semplice cambiare i lineamenti di un volto che i valori o i disvalori che governano la nostra società. Ma questa loro decisione la dice lunga sull'incapacità della nostra società ad accettare chi appena appena è diverso, in questo caso per handicap, e più in generale per malattia, per vecchiaia, per indigenza, per povertà.

 

Sappiamo dagli etologi che gli animali lasciano morire i cuccioli che non sono all'altezza della sopravvivenza. E allora dobbiamo chiederci se è a quel livello che la nostra società, così orgogliosa dei suoi progressi, si è ridotta. E ha dimenticato che la specie umana è diversa, perchè mentre gli animali sono autonomi dopo pochi mesi, la prole umana ha bisogno di molti anni di cura. E forse  è proprio il concetto di "cura" che nella nostra cultura avanzata è collassato.

 

Cura degli handicappati, ma anche dei bambini, dei vecchi, degli indigenti, dei malati, che forse non è sufficiente portare in ospedale, perchè la vita e la salute, oltre alle cure, hanno bisogno d'amore. E chiamo "amore" l'accettazione incondizionata dell'altro, in quella formula enunciata da Sant'Agostino: "Volo ut sis (voglio che tu sia quello che sei)". Handicappato, indigente, malato, ma anche figlio sano che non è come i genitori lo vogliono. Quanti conflitti in meno se si seguisse questa massima agostiniana. E quante vite sarebbero più felici."

da La Repubblica  12/3/2008

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