La battaglia della terra
Il boom delle energie rinnovabili spinge molti agricoltori a cambiare mestiere. E i campi diventano centrali per fotovoltaico e biogas
Agricoltura industriale. Riflettiamo sull´ossimoro. In suo nome, l´uomo ha
pensato di poter produrre il cibo senza contadini, finendo con l´estrometterli
dalle campagne. Oggi siamo addirittura arrivati all´idea che possano esserci
campi coltivati senza produrre alimenti: agricoltura senza cibo. Agricoltura
che, se si basa soltanto sul profitto e sulle speculazioni, riesce a rendere
cattivo tutto ciò che può essere buono: il cibo, i terreni fertili (che sono
sempre meno), ma anche l´energia pulita e rinnovabile. Come il fotovoltaico,
come il biogas.
S´è già parlato di come l´energia fotovoltaica possa diventare una macchina
mangia-terreni e mangia-cibo. Se i pannelli fotovoltaici sono posati
direttamente a terra e per grandi estensioni essi tolgono spazi alla produzione
alimentare e desertificano i suoli fino a renderli inservibili. Allora bisogna
dirlo chiaro: sì al fotovoltaico, ma sui tetti, nelle cave dismesse, lungo le
strade. No a quello sul terreno libero.
Adesso poi è il momento delle centrali a biogas che sfruttano le biomasse, vale
a dire liquami zootecnici, sfalci e altri vegetali. Questi materiali si mettono
in un digestore, qui si genera gas che serve a produrre energia elettrica e ciò
che avanza – il "digestato" - adeguatamente trattato poi può essere
utilizzato come ammendante per i terreni. Questi impianti sarebbero ideali per
smaltire liquami (problema annoso di chi fa allevamento) e altri rifiuti
biologici, integrando il reddito con una produzione di energia che può essere
utilizzata in azienda o venduta. Se sono piccoli o ben calibrati rispetto al
sistema chiuso dell´azienda agricola funzionano e sono una benedizione -
esattamente come può fare il fotovoltaico sul tetto di un capannone o di una
stalla. Ma se c´è di mezzo il business, se si fanno sotto gli investitori che
fiutano affari e a cui non importa che l´agricoltura produca cibo e che lo
faccia bene, allora il biogas può diventare una maledizione. Sta già succedendo
in molte zone della Pianura Padana, soprattutto laddove ci sono forti
concentrazioni di allevamenti intensivi. È una cosa che stanno denunciando
alcune associazioni ambientaliste a livello locale e per esempio da Slow Food
Cremona mi segnalano che nella loro provincia ormai la situazione è sfuggita al
controllo. Tant´è vero che hanno chiesto alla Provincia una moratoria
sull´installazione e autorizzazione di nuove centrali a biogas.
Che succede? Molti agricoltori, stremati dalla crisi generalizzata del settore,
si trasformano in produttori di energia, smettendo di fare cibo. In pratica, si
limitano a coltivare mais in maniera intensiva per farlo "digerire"
dagli impianti a biogas. C´è anche chi lo fa solo in parte, ma sta di fatto che
tutto quel mais non sarà mangiato dagli animali e quindi indirettamente neanche
dagli umani. Gli investitori li aiutano, a volte li sfruttano. Esistono soccide
in cui gli agricoltori sono pagati da chi ha costruito l´impianto per coltivare
mais: sono diventati degli operai del settore energia, altro che contadini.
Tutto è cominciato nel 2008 con la finanziaria che prevedeva un nuovo
certificato verde "agricolo" per la produzione di energia elettrica
con impianti di biogas alimentati da biomasse. Impianti "piccoli", di
potenza elettrica non superiore a 1 Megawatt. Ma 1 Mw è tanto: ciò ha
incentivato il business, perché a chi produce viene riconosciuta una tariffa di
28 cent/kWh, circa tre volte quanto si paga per l´energia prodotta
"normalmente".
Ecco allora che il sistema degli incentivi, cui si uniscono quelli europei per
la produzione di mais, ha fatto sì che convenga costruire impianti grandi e
costosi (anche 4 milioni di Euro), che possono essere ammortizzati in pochi
anni. Soltanto nel cremonese nel 2007 c´erano 5 impianti autorizzati, oggi sono
130. E lì oggi si stima che il 25% delle terre coltivate sia a mais per biogas.
In tutta la Lombardia
si prevede che entro il 2013 dovrebbero esserci 500 impianti. Ci sarebbe da
riflettere su quante volte un cittadino che versa anche le tasse arrivi a
pagare quest´energia "pulita", ma l´emergenza è di altro tipo: così
si minacciano l´ambiente e l´agricoltura stessa.
Primo e lapalissiano: si smette di produrre cibo per produrre energia. Secondo:
la monocoltura intensiva del mais è deleteria per i terreni perché deve fare
largo uso di concimi chimici e consuma tantissima acqua, prelevata da falde
acquifere sempre più povere e inquinate. Senza rotazioni sui terreni si
compromette la loro fertilità e si favorisce la diffusione di parassiti come la
diabrotica, da eliminare con un´ulteriore aggiunta di antiparassitari. Se il
mais non è per uso alimentare, poi, sarà più facile mettere due dosi di tutto
invece di una, senza farsi tanti scrupoli. Terzo: chi produce energia
coltivando mais può permettersi di pagare affitti dei terreni molto più alti,
anche fino a 1500 euro per ettaro, il che crea una concorrenza sleale nei
confronti di chi invece ne ha bisogno per l´allevamento. È lo stesso fenomeno
che si è creato con i parchi fotovoltaici, dunque sta piovendo sul bagnato. A
chi alleva servono terreni soprattutto per rientrare nella "direttiva
nitrati", che dovrebbe regolare lo smaltimento dei liquami in maniera
sostenibile. Chiedete ai contadini e agli allevatori: i terreni non sono mai stati
così costosi come oggi, e per un´azienda che già subisce i danni di un mercato
drogato da speculazioni e imposizioni di prezzi bassi da parte del sistema
distributivo può voler dire soltanto una cosa, la chiusura.
Ma andiamo avanti. Quarto: gli impianti stessi, quelli da 1 Mw, sono grandi
strutture e per costruirle si consuma terreno agricolo sacrificandolo per
sempre. Quinto: ci sono già le prime voci sulla nascita di un mercato nero di
rifiuti biologici, come gli scarti dei macelli, venduti illegalmente per fare
biogas. Non andrebbero mai utilizzati come biomasse, perché ciò che avanza
dalla "digestione" poi viene sparso per i campi come ammendante e in
questi casi oltre a inquinare potrebbe anche diffondere malattie.
Il problema è la scala. Diciamo chiaramente che in sé il biogas da biomasse non
avrebbe nessun difetto. Ma se è realizzato a fini speculativi ed è
sovradimensionato, se fa produrre mais al solo scopo di metterlo nell´impianto,
se fa alzare i prezzi del terreno, lo consuma e lo inquina, allora bisogna dire
no, forte e chiaro. Da questo punto di vista sarà bene che le amministrazioni
(comunali per impianti piccoli, provinciali per quelli più grandi) comincino a
valutare i fini reali degli impianti prima di concedere autorizzazioni, e sicuramente
questi problemi andranno affrontati e debellati con la nuova PAC, la politica
agricola comune, che si è iniziata a discutere a Bruxelles.
Da un punto di vista umano capisco gli agricoltori che hanno intravisto con il
biogas un modo per risalire la china di un´agricoltura industriale sempre più
in crisi. Ma sono sicuro che ci sono altri modi di fare agricoltura, più
puliti, diversificati, che puntano alla vera qualità. Questa agricoltura può
essere molto remunerativa e dare futuro ai giovani, mentre è soprattutto quella
di stampo industriale che sta collassando. Inoltre, prima o poi gli incentivi
finiranno. Il biogas con grandi impianti è una pezza sporca che alcuni stanno
mettendo alla nostra agricoltura malata, ottenendo l´effetto di darle così il
colpo di grazia. Sarà molto difficile tornare indietro: i terreni fertili non
si recuperano, le falde s´inquinano, la salubrità sparisce, chi fa buona
agricoltura è costretto a smettere a causa di una concorrenza spietata e
insostenibile. Agricoltura industriale, che ossimoro.
La Repubblica, 28 luglio 2011

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