La bandiera della dignità
Da molti mesi centinaia di migliaia di persone donne, lavoratori, studenti, mondo della cultura sono mossi da un sentimento comune, la riaffermazione della dignità umana
È tempo di liberarsi dello spirito minoritario che, malgrado
tutto, continua a lambire anche qualche parte della stessa opposizione. È
questa l´indicazione (la lezione?) che viene dai molti luoghi che da molti mesi
vedono la presenza costante di centinaia di migliaia di persone che, con
continuità e passione, rivendicano libertà e diritti: un fenomeno che non può
essere capito con gli schemi, invecchiati, del "risveglio della società civile"
o di qualche partito "a vocazione maggioritaria". Non sono fiammate
destinate a spegnersi, esasperazioni d´un giorno, generiche contrapposizioni
tra Piazza e Palazzo. Non sono frammenti di società, grumi di interesse.
È un movimento costante che accompagna ormai la politica italiana, e a questa
indica le vie per ritrovare un senso. È l´opposto delle maggioranze
"silenziose" che si consegnano, passive, in mani altrui.
Donne, lavoratori, studenti, mondo della cultura si sono mossi guidati da un
sentimento comune, che unifica iniziative solo nelle apparenze diverse. Questo
sentimento si chiama dignità. Dignità nel lavoro, che non può essere
riconsegnato al potere autocratico di nessun padrone. Dignità nel costruire
liberamente la propria personalità, che ha il suo fondamento nell´accesso alla
conoscenza, nella produzione del sapere critico. Dignità d´ogni persona, che
dal pensiero delle donne ha ricevuto un respiro che permette di guardare al
mondo con una profondità prima assente.
Proprio da questo sguardo più largo sono nate le condizioni per una
manifestazione che non si è chiusa in nessuno schema. Le donne che l´hanno
promossa, le donne che con il loro sapere ne hanno accompagnato la preparazione
senza rimanere prigioniere di alcuni stereotipi della stessa cultura
femminista, hanno colto lo spirito del tempo, dimostrando quanta fecondità vi
sia ancora in quella cultura, dove l´intreccio tra libertà, dignità, relazione
è capace di generare opportunità non alla portata della tradizionale cultura
politica. È qui la radice dello straordinario successo di domenica, della
consapevolezza d´essere di fronte ad una opportunità che non poteva essere
perduta e che ha spinto tanti uomini ad essere presenti e tante donne a non
cedere alla tentazione di rifiutarli, perché non s´era di fronte ad una
generica "solidarietà" o alla pretesa di impadronirsi della parola
altrui.
Chi è rimasto prigioniero di se stesso, delle proprie ossessioni, è il
Presidente dal consiglio, al quale era offerta una straordinaria opportunità
per rimanere silenzioso, una volta tanto rispettoso degli altri. E invece altro
non ha saputo trovare che le parole logore della polemica aggressiva,
testimonianza eloquente della sua incapacità di comprendere i fenomeni sociali
fuori di una rozza logica del potere. La vera faziosità è quella sua e di chi
lo circonda, privi come sono di qualsiasi strumento culturale e quindi sempre
più votati al rifiuto d´ogni dimensione argomentativa. Dignità, per loro, è
parola senza senso, parte d´una lingua che sono incapaci di parlare.
Nelle diverse manifestazioni, invece, si coglie la sintonia con le dinamiche
che segnano questi anni. Le grandi ricerche di Luis Dumont ci hanno aiutato nel
cogliere il passaggio dall´homo hierarchicus all´homo aequalis. Ma nei tempi
recenti quel cammino si è allungato, ha visto comparire i tratti l´homo dignus,
e proprio la dignità segna sempre più esplicitamente l´inizio del millennio,
costituisce il punto d´avvio, il fondamento di costituzioni e carte dei
diritti. Sul terreno dei principi questo è il vero lascito del
costituzionalismo dell´ultima fase. Se la "rivoluzione
dell´eguaglianza" era stato il connotato della modernità, la
"rivoluzione della dignità" segna un tempo nuovo, è figlia del
Novecento tragico, apre l´era della "costituzionalizzazione" della
persona e dei nuovi rapporti che la legano all´innovazione scientifica e
tecnologica.
"Per vivere – ci ha ricordato Primo Levi – occorre un´identità, ossia una
dignità". Solo da qui, dalla radice dell´umanità, può riprendere il
cammino dei diritti. E proprio la forza unificante della dignità ci allontana
da una costruzione dell´identità oppositiva, escludente, violenta, che ha
giustamente spinto Francesco Remotti a scrivere contro quell´"ossessione
identitaria" che non solo nel nostro paese sta avvelenando la convivenza
civile. La dignità sociale, quella di cui ci parla l´articolo 3 della
Costituzione, è invece costruzione di legami sociali, è anche la dignità
dell´altro, dunque qualcosa che unifica e non divide, e che così produce
rispetto e eguaglianza.
Le manifestazioni di questi tempi, e quella di domenica con evidenza
particolare, rivendicano il diritto a "un´esistenza libera e
dignitosa". Sono le parole che leggiamo nell´articolo 36 della
Costituzione che descrivono una condizione umana e sottolineano il nesso che
lega inscindibilmente libertà e dignità. Più avanti, quando l´articolo 41
esclude che l´iniziativa economica privata possa svolgersi in contrasto con
sicurezza, libertà e dignità umana, di nuovo questi due principi appaiono inscindibili,
e si può comprendere, allora, quale lacerazione provocherebbe nel tessuto
costituzionale la minacciata riforma di quell´articolo, un vero
"sbrego", come amava definire le sue idee di riforma costituzionale
la franchezza cinica di Gianfranco Miglio. Intorno alla dignità, dunque, si
delinea un nuovo rapporto tra principi, che vede la dignità dialogare con
inedita efficacia con libertà e eguaglianza. Questa, peraltro, è la via segnata
dalla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea. Qui, dopo aver
sottolineato nel Preambolo che l´Unione "pone la persona al centro della
sua azione", la Carta
si apre con una affermazione inequivocabile: "La dignità umana è
inviolabile".
Proprio questo quadro di principi costituisce il contesto all´interno del quale
i diversi movimenti si sono concretamente mossi, individuando così quella che
deve essere considerata la vera agenda politica, la piattaforma comune delle
forze di opposizione. Diritti delle persone, lavoro, conoscenza non si
presentano come astrazioni. Ciascuna di quelle parole rinvia non solo a bisogni
concreti, ma individua ormai pure forze davvero " politiche", che si
presentano con evidenza sempre maggiore come soggetti attivi perché quei
bisogni possano essere soddisfatti.
Viene così rovesciato le schema dell´antipolitica, e si pone il problema della
capacità dei diversi gruppi di opposizione di trovare legami veri con questa
realtà. I segnali venuti finora sono deboli, troppo spesso sopraffatti dalle
eterne logiche oligarchiche, dagli egoismi identitari di ciascun partito o
gruppo politico. Si lamenta che ai problemi reali non si dia il giusto risalto.
Ma chi è responsabile di tutto questo? Non quelli che con quei problemi si sono
identificati, sì che oggi la responsabilità di farli entrare nel modo corretto
nell´agenda politica ufficiale dipende dalla capacità dei partiti di trovare il
giusto rapporto con i movimenti presenti nella società, di essere per loro
interlocutori credibili.
Torna così la questione iniziale, perché proprio questo è il cammino da seguire
per abbandonare ogni spirito minoritario e ridare vigore ad una vera politica
di opposizione. Le manifestazioni di questi mesi, infatti, dovrebbero essere
valutate partendo anche da un dato che tutte le analisi serie sottolineano
continuamente, e cioè che Berlusconi non ha il consenso della maggioranza degli
italiani, non avendo mai superato il 37%. Il bagno di realtà di domenica, che
ne accompagna tanti altri, dovrebbe indurre a volgere lo sguardo verso la vera
maggioranza, perché solo così un vero cambiamento è possibile.
Repubblica 15.2.11

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