La “big society”. Ecco come realizzarla
Le attuali ristrettezze devono diventare un’opportunità per creare sinergie tra pubblico, privato profit e privato sociale.
Gli appalti della pubblica amministrazione. Esagerare nei risparmi nelle gare di appalto crea danni molto superiori ai risparmi di costo. E’ ben noto agli studiosi che usare come unico criterio il prezzo, e non anche la reputazione dell’azienda che gareggia, finisce per aumentare il rischio che imprese di dubbia reputazione possano vincere, interrompendo a metà contratto l’erogazione del servizio per chiedere altri soldi. Inoltre usare esclusivamente questo criterio di valutazione vuol dire trasferire precarietà sulle cooperative sociali che vincono la gara le quali sono costrette a sottopagare il lavoro. Qualità e copertura dei servizi sono gravemente compromesse.
I ritardi nei pagamenti delle fatture della pubblica amministrazione.
In violazione delle norme comunitarie che stabiliscono vincoli sui ritardi di
pagamento, le amministrazioni pubbliche in Italia pagano con sempre maggiori
ritardi le cooperative che erogano servizi. In alcuni comuni del Sud il ritardo
ammonta a due anni. A Roma siamo tra gli ottanta e i centoventi giorni. Le
cooperative non hanno quasi mai la liquidità necessaria per effettuare le spese
per svolgere la loro attività prima di essere pagate e sono costrette a farsi
anticipare il pagamento delle fatture dalle banche. Le banche, che prendono il
danaro dai risparmiatori pagandolo come minimo l’1.5 percento sono costrette a
chiedere tassi attorno al 3 percento. I ritardi delle amministrazioni finiscono
dunque per erodere le somme effettivamente messe a disposizione delle
cooperative che erogano i servizi.
Le conseguenze dei due fenomeni perversi di cui sopra sono che molte
cooperative chiudono o rischiano di chiudere, i servizi non sono erogati e gran
parte dei lavoratori delle cooperative sociali, per tenere in vita i posti di
lavoro, devono trasformare parte del loro lavoro da remunerato a volontario.
Le soluzioni macro. Ci sono due soluzioni macro a questo
problema. Il fatto che il rubinetto di fondi debba prosciugarsi non è un
destino ineluttabile. A parità di saldo complessivo per la finanza pubblica è
possibile agire in due direzioni. A livello nazionale i 2 miliardi nel settore
dei servizi sociali tagliati dal 2008 ad oggi potevano essere recuperati da
varie altre fonti come ricorda puntualmente la contro-finanziaria di
Sbilanciamoci che è spesso stata d’ispirazione per provvedimenti effettivamente
varati in finanziarie successive dai governi. A livello internazionale la
discussione sulla tassa sulle transazioni finanziarie è ormai in fase avanzata
con tre governi UE (Francia, Germania e Austria) chiaramente a favore. In un
appello di 130 economisti italiani, riprendendo un lavoro di ricerca del Fondo
Monetario Internazionale, abbiamo evidenziato che la tassa non ha niente di
trascendentale assomigliando alle tradizionali imposte di bollo esistenti su
tutti i mercati finanziari ed è praticabile anche in un ristretto numero di
paesi. Si consentirebbe in questo modo alla finanza di restituire parte delle
risorse che i bilanci pubblici hanno perso non perché i dipendenti pubblici
“fannulloni” hanno passato un’ora in più al bar ma (soprattutto nei paesi dove
la crisi finanziaria globale è stata più acuta) per i comportamenti incauti
delle banche d’affari.
Le soluzioni micro. Nel frattempo bisogna ingegnarsi in tutti
i modi e le attuali ristrettezze devono diventare un’opportunità per creare
sinergie tra pubblico, privato profit e privato sociale. Un esempio micro
interessante cui ho partecipato direttamente è quello della formazione al
microcredito dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche del Centro-Sud che
lavorano agli sportelli informativi per gli immigrati e coloro che sono alla
ricerca di lavoro. Il sogno è che si passi da scenari nei quali un dipendente
pubblico, che si limita a dare informazioni in uno sportello, si trasformi in
un valutatore di progetto in grado di aiutare un giovane senza lavoro o un
immigrato a fare un business plan per far nascere un’impresa. Sembra un sogno
irrealizzabile ma la posta in gioco è molto alta e vale la candela. Si tratta
di far comprendere che le risorse vanno create prima di poter essere
redistribuite proprio laddove la cultura imprenditoriale è più scarsa e non
ancora estinta l’idea che le proprie energie vadano impegnate per mettersi alla
corte di qualche potente in grado di passare parte della propria rendita di
posizione. Nel concreto: una Ong esperta in percorsi di inserimento lavoro per
immigrati organizza la formazione selezionando i dipendenti pubblici più
motivati, una banca si occupa nel concreto della formazione alla preparazione
del progetto e all’istruttoria. I partecipanti selezionano nel concreto i
progetti migliori e li portano al finanziamento della banca stessa.
Nessuno è così ingenuo da non sapere che le cose potrebbero non andare
esattamente così ma le potenzialità per un circolo virtuoso, laddove esso è più
importante e urgente, ci sono tutte.
http://www.benecomune.net 09/03/2011

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