L’uomo vide il cielo e scoprì se stesso
Con l’occhio rivolto in alto abbiamo inventato le costellazioni Miti, credenze e riti che ci hanno accompagnato nella storia
«Guarda, amico mio, i segni del cielo. Significano qualcosa, anche se non
saprei dirti cosa», dichiarava Oliver Cromwell, il condottiero dei puritani,
alla fine della battaglia a un compagno d’armi che aveva appena perso il
figlio. Guardando le stelle dal tetto della sua leggendaria cuccia, Snoopy gli
fa eco più di tre secoli dopo, nell’America apparentemente innocente e
spensierata degli anni Sessanta, che si stava sempre più impelagando nel
conflitto del Vietnam. Per i mortali «i tempi stanno cambiando»; anzi, cambiano
incessantemente, come cantava allora Bob Dylan; ma gli astri del cielo sembrano
rimanere gli stessi e «i cani son sempre cani», come concludeva filosoficamente
il bracchetto creato dalla matita di Charles Schulz.
È mai possibile, allora, cogliere un qualche nesso tra le cicliche vicende del
cielo e le più turbolente storie di uomini (e di cani)? Da millenni ci ha
provato l’astrologia: le stelle non stanno semplicemente a guardare, ma
influenzano se non addirittura determinano il nostro destino. Senonché, le
scoperte della scienza e le realizzazioni della tecnologia paiono avere preso
il posto dei miti e delle favole degli antichi, mentre la divinazione
astrologica avrebbe dovuto ormai cedere il passo all’astronomia rigorosa, come
già auspicava un giovanissimo Giacomo Leopardi nella sua Storia dell’astronomia
(1813).
Il condizionale, però, resta d’obbligo. In un bel romanzo di Ismail Kadaré, I
tamburi della pioggia (Corbaccio, 1 997), l’astrologo dell’esercito turco che
assedia una fortezza albanese predice una posizione favorevole delle stelle e
«luna piena» che indicano l’imminente caduta della cittadella — salvo assistere
poco dopo all’ennesima sconfitta degli assedianti: il comandante supremo lo
manderà per punizione a scavare gallerie sottoterra, lui che era abituato a
scrutare in alto.
Con una certa vena autoironica, qualche anno fa Margherita Hack, tenace
avversaria di qualsiasi superstizione parascientifica, citava una vignetta che
qualcuno aveva disegnato apposta per lei, ove la nostra scienziata (e sportiva)
si spostava in bicicletta mentre un riccone la superava disinvoltamente alla
guida di una macchina di lusso. E lui commentava: «La differenza è semplice: io
sono un astrologo, lei un’astronoma» (Margherita Hack, Sette variazioni sul
cielo, Raffaello Cortina, 1999).
Ora, insieme con Viviano Domenici, per decenni caporedattore delle pagine
scientifiche del «Corriere», senza rinunciare alla polemica contro gli
astrologi di ogni genere, Margherita invita ancora una volta a contemplare
quello che è alla lettera il più grande spettacolo del mondo (Margherita Hack,
Viviano Domenici, Notte di stelle. Le costellazioni fra scienza e mito: le più
belle storie scritte nel cielo, Sperling & Kupfer, pp. 315, 18): «Tutte le
sere, quando si apre il sipario della notte, nel cielo nero si accendono le
stelle» e lo show ha inizio. Si replica, è vero, da tempi immemorabili, ma non
ha mai cessato di stimolare la fantasia umana. I nostri antenati presero a
unire i luminosi puntini della volta stellata, un po’ come fanno i lettori più
piccini in un celebre giochetto della settimana enigmistica. «Che cosa
apparirà»? Divinità, eroi, unicorni e vergini, ma anche femmes fatales, per non
dire di animali più o meno mostruosi. Sono nate così quelle particolari
«illusioni» che chiamiamo costellazioni. Chiariscono subito Hack e Domenici che
queste «nella realtà astronomica semplicemente non esistono: sono il risultato
di un equivoco prospettico, che porta a considerare, come facenti parte di un
unico Disegno, corpi celesti che nella realtà sono spesso distanti molti
anniluce gli uni dagli altri, ma casualmente brillano nella stessa zona del
cielo; e la prospettiva completa l’inganno».
Consideriamo, per esempio, una delle più celebri costellazioni, quella del Cane
Maggiore. Qui coabitano Sirio (tecnicamente Alpha Canis Maioris), la stella brillantissima
che si trova a «soli» 8,8 anni luce da noi (ovvero, la luce di Sirio ci mette
poco meno di nove anni ad arrivare alla Terra) e Delta Canis Maioris, che si
trova a ben 1960 anniluce dal nostro Globo (il che vuol dire che la luce di
questa stella ci mette quasi due millenni per raggiungerci: più o meno il corso
della storia dalla nascita di Gesù a oggi). Non dimentichiamo che gli anniluce
misurano delle distanze, e quindi quella costellazione, (come tutte le altre),
non è che una «falsa immagine» inventata dall’occhio (e dal cervello)
dell’uomo, un po’ come la celebre foto ricordo del turista che a Pisa stende il
braccio in un modo che appare sorreggere la Torre pendente. Ma non è certo per questo che il
monumento non cade.
Ci vuole una certa tensione dell’immaginazione per scorgere davvero, in quella
trama di stelle, un vero e proprio animale, come notava un severo filosofo come
Baruch Spinoza, quando sosteneva che — pur usandosi la stessa parola —
l’intelligenza umana era così poco simile a quella di Dio quanto era
difficilmente somigliante il cane fatto di stelle al cane «animale che abbaia».
Eppure, come diceva una romantica canzone del secolo scorso, le illusioni sono
«dolci chimere». Non solo perché dicono molto sulla psiche dell’uomo, sulla sua
storia, sui suoi desideri più profondi e sulle sue paure recondite. Solo così
possiamo spiegarci come nelle vicissitudini della vita quei raggruppamenti di
punti luminosi sono diventati Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine,
Bilancia, Scorpione, Sagittario, Capricorno, Acquario e Pesci. Sono i
cosiddetti segni zodiacali: lo Zodiaco è una «fascia immaginaria» distesa lungo
l’eclittica, che è il piano dell’orbita della Terra intorno al Sole.
L’intersezione di questo piano con la volta celeste è un cerchio sul quale
vediamo proiettato il Sole che sembra percorrerlo in un anno. Noi sappiamo, dai
tempi di Copernico (1473-1543), per non dire di Aristarco di Samo (III secolo
a.C.), che in realtà siamo noi, che viaggiamo sull’astronave chiamata Terra, che
descriviamo annualmente un giro completo. Per di più, a causa di un fenomeno
già noto agli antichi e mirabilmente spiegato da Newton (1643-1727), ovvero la
precessione degli equinozi, gli antichi segni non corrispondono più alle
costellazioni: «per esempio, il 21 marzo si vede il Sole proiettato in uno dei
due punti in cui si intersecano il piano dell’equatore e quello dell’eclittica,
detto punto di Ariete, perché un tempo si trovava in quella costellazione,
mentre oggi si trova nei Pesci!».
Un’ulteriore stoccata razionale agli irrazionali «fedeli dell’astrologia», i
quali non smettono comunque di credere agli oroscopi. Ma a chi ha mentalità
scientifica le costellazioni, quelle zodiacali e le altre, restano comunque dei
preziosi strumenti di riferimento. Indicano i diversi settori del cielo, utili
per catalogare gli oggetti celesti e i fenomeni astronomici che siamo soliti
osservare. Così, per esempio, in quello individuato dal Toro, la costellazione
che fissava nel cielo il ricordo di alcune avventure erotiche di Zeus, ci sono
non pochi elementi di notevole interesse come la celebre nebulosa del Granchio,
che è ciò che resta di una supernova esplosa nel 1054: un evento registrato
come un’improvvisa apparizione di grande luce dagli astronomi cinesi e giapponesi
dell’antico Oriente.
Dopo tutto, nemmeno i cieli sono davvero immutabili. Come ci ricorda Margherita
Hack, cui piace molto il settore del Toro, non fosse altro perché da lì ha
preso le mosse la sua carriera di «amica delle stelle». Sia lecito aggiungere
che il Toro piace anche a me, essendo nato il 14 maggio.
Corriere della Sera 14.11.10

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