L’ossessione del corpo diventa una malattia
Quando il benessere diventa una ideologia non accettiamo più le nostre imperfezioni
L´anziano protagonista di uno degli ultimi film di Woody Allen, Incontrerai
l´uomo dei tuoi sogni, recitato da un raro Anthony Hopkins, esulta scoprendo
che il suo DNA gli garantirà una vita inaspettatamente protratta. Il rifiuto
dell´avanzare degli anni lo mobilita alla ricerca di una giovinezza perpetua
che non implica solo il progetto tragicomico di sposare una escort in carriera,
ma anche l´assoluta dedizione al potenziamento atletico e alla purificazione
salutista del suo corpo come per suffragare scaramanticamente la previsione
esaltante offertagli dal discorso medico. Questo personaggio non è un alieno ma
una maschera tipica del nostro tempo. Il corpo diventa un tiranno esigente che
non lascia riposare mai.
In uno dei suoi ultimi libri titolato Il governo del corpo (Garzanti 1995),
Piero Camporesi aveva abbozzato l´idea che una nuova "religione del corpo"
si stesse imponendo nella nostra Civiltà. Peccato non abbia avuto il tempo per
elaborare con la giusta ampiezza questa intuizione che oggi si impone ai nostri
occhi come un´evidenza. Aveva ragione Camporesi: il nostro tempo ha sposato
l´ideale del corpo in forma, del corpo del fitness, del corpo in salute, come
una sorta di comandamento sociale inedito. Si tratta di una religione senza Dio
che eleva il corpo umano e la sua immagine al rango di un idolo. Così il corpo
sempre in forma, obbligatoriamente in salute, assume i caratteri di un
dover-essere tirannico, di un accanimento psico-fisico, di una prescrizione
moralistica: ama il tuo corpo più di te stesso!
La nuova religione del corpo si suddivide in sette agguerrite. Ma il loro
comune denominatore resta l´esasperazione della cura di sé che diventa la sola
forma possibile della cura come tale. Quella dimensione la dimensione della
cura che per Heidegger definiva in modo ampio l´essere nel mondo dell´uomo e la
sua responsabilità di fronte al fenomeno stesso dell´esistenza, sembra oggi
restringersi al culto narcisistico della propria immagine. La nuova religione
del corpo richiede infatti una dedizione assoluta per se stessi. Volere il
proprio bene, volersi bene, diventa il solo assioma che può orientare efficacemente
la vita. Ogni sacrificio di sé, ogni arretramento rispetto a questo ideale
autocentrato, ogni operazione di oltrepassamento dei confini del proprio Ego,
ogni movimento di dispendio etico di se stessi viene guardato con sospetto dai
fedeli di questa nuova religione. La stessa domanda rimbalza come una mantra
dalla stanza dello psicoterapeuta sino negli studi dei talk show televisivi:
perché non ti vuoi bene, perché non vuoi il tuo bene?
Le espressioni psicopatologiche di questa cultura si moltiplicano. La
classificazione psichiatrica dei disturbi mentali (DSM) si arricchisce in ogni
edizione di nuove sindromi che sono spesso l´effetto diretto di questa
invasione sconsiderata della cura eccessiva di sé. Si pensi, per fare solo un
esempio, alla cosiddetta ortoressia che etimologicamente deriva dal greco
orhtos (corretto) e orexis (appetito). Si tratta di una nuova categoria
psicopatologica che definisce, accanto all´anoressia, alla bulimia o
all´obesità, una particolare aberrazione del comportamento alimentare
caratterizzata dalla preoccupazione eccessiva per il "mangiare sano".
Ma come è possibile che una giusta attenzione a quello che si mangia sia
classificato come una patologia? L´ortoressia esibisce un tratto essenziale del
nostro tempo; il perseguimento del benessere, dell´ideale del corpo in salute,
del corpo come macchina efficiente, può diventare un vero incubo,
un´ossessione, può trasformarsi da rimedio a malattia. Il corpo che deve essere
perennemente in forma è in realtà un corpo perennemente sotto-stress.
La vita medicalizzata rischia di diventare una vita che si difende dalla vita.
Il corpo si riduce ad una macchina di cui deve essere assicurato il
funzionamento più efficiente. Il medico non è più, come indicava Georges
Canguilhem, l´"esegeta" della storia del soggetto, ma il
"riparatore" della macchina del corpo o del pensiero. La malattia non
è un´occasione di trasformazione, ma un semplice disturbo da eliminare il più
rapidamente possibile cancellandone ogni traccia. L´ortoressia riflette questa
curvatura paradossale dell´ideologia del benessere mostrando come le attenzioni
scrupolose alla protezione del proprio corpo possano trapassare nel loro
contrario. Roberto Esposito ha da tempo messo in valore nei suoi studi di
filosofia della politica sul paradigma immunologico questa contraddizione
interna all´igienismo ipermoderno: il rafforzamento delle procedure di
protezione della vita rischia di capovolgersi nel loro contrario facendo
ammalare la vita.
Lo sfondo antropologico della nuova religione del corpo è quello del narcisismo
ipermoderno che costituisce l´esito più evidente del tramonto di ogni Ideale
collettivo. Se la dimensione dell´Ideale si è rivelata fittizia, se il nostro
tempo è il tempo che non crede più alla potenza salvifica e redentrice degli
Ideali, ciò per cui vale la pena vivere sembra allora ridursi al solo culto di
se stessi. La nuova religione del corpo è un effetto (non certo l´unico) del
declino nichilistico dei valori, del perdere valore dei valori. Il corpo eletto
a principio assoluto sfida, nel suo furore iperedonista, ogni Ideale per
mostrarne tutta l´inconsistenza di fronte alla sola cosa che conta: il proprio
corpo in forma come realizzazione feticistica dell´Ideale di sé. L´igienismo
contemporaneo opera così un rovesciamento paradossale del platonismo. Il corpo
salutista non è affatto il corpo liberato, ma è un corpo che da carceriere è
divenuto carcerato. Se per Platone il corpo era il carcere dell´anima, se era
la sua follia impropria, il corpo salutista appare invece come un corpo che è
divenuto ostaggio, prigioniero di se stesso, carcere vuoto, puro feticcio,
idolo senza anima.
Il comandamento del benessere, come accade per tutti gli imperativi che si
impongono come obbligazioni sociali, come misure standard alle quali dover
uniformare le nostre vite perché siano considerate "normali", rischia
di scivolare verso l´integralismo fanatico del salutismo ortoressico.
Soprattutto se si considera che questo comandamento punta a rigettare lo
statuto finito e leso dell´uomo, la sua insufficienza fondamentale. L´ideologia
del benessere è infatti una ideologia che prova ad esorcizzare lo spettro della
morte e della caducità. In questo svela il suo fondamento perverso se la
perversione in psicoanalisi è il modo di rigettare la castrazione
dell´esistenza, cioè il suo carattere finito. L´ideologia del benessere che
alimenta la nuova religione del corpo sbatte la testa contro il muro della
morte. E´ questo ostacolo inaggirabile che il nostro tempo vorrebbe espellere,
cancellare, sopprimere e che invece ci rivela tutto il carattere di commedia
che circonda il culto ipermoderno del corpo. Dobbiamo ricordarci che la cura di
sé non esaurisce la dimensione della vita. La cura è innanzitutto cura
dell´Altro. Nietzsche aveva indicato la virtù più nobile dell´umano nella
capacità di saper tramontare al momento giusto. Rara virtù nei nostri tempi, da
celebrare come una preghiera.
Repubblica 27.5.11

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