L’Italia di mezzo: c'è ma non si vede
Nell’Italia non ci sono solo il Nord e il Sud. Perché le tre regioni centrali non svolgono il ruolo politico che dovebbero e potrebbero avere?
Perché politici, analisti (ultimo in ordine di tempo
Ernesto Galli della Loggia, «Quell'unità da ritrovare», Corriere della
sera, 29 agosto) e persino la gente comune, quando parlano di problemi
italiani, dell'unità del paese, della sua modernizzazione e del suo sviluppo,
chiamano in causa soltanto due dei soggetti possibili, e cioè il Nord e il
Sud?
Le Italie non sono due: le Italie sono tre. Fra il Nord e il Sud s'interpone
infatti la corposa realtà di quella che i linguisti chiamano per l'appunto
l'Italia mediana, e cioè Toscana, Umbria e Marche (con l'esclusione, da
questo punto di vista, dell'Emilia-Romagna): alludendo al fatto che le
parlate di questa zona del paese hanno strette parentele fra loro, mentre si
distinguono nettamente sia da quelle settentrionali sia da quelle
meridionali. Se poi affrontiamo la questione dal punto di vista della
«memoria storica», e cioè di storia, oltre che linguistica anche culturale.
letteraria e artistica, sarebbe fin troppo semplice arrivare alla conclusione
che senza l'Italia mediana non ci sarebbe immagine dell'Italia in grado di
competere con le immagini che di sé hanno dato nel corso dei secoli, e
nonostante tutto continuano a cercare di dare, le altre grandi nazioni
europee moderne. II resto lo hanno fatto ovviamente, per quanto ci riguarda,
per motivi geopolitici comprensibili, alcune grandi città supernazionali e
superstato come Venezia e Roma, e, in misura minore, e temporalmente più
circoscritta, Napoli e Palermo. Ma l'apporto identitario complessivo della
Italia mediana alla costruzione del livello identitario complessivo
dell'Italia-Nazione non è stato mai raggiunto da nessun'altra parte o sezione
(e regione) del nostro paese (neanche dal Piemonte, che pure dal punto di
vista politico e militare è all'origine della sua riunificazione).
A questo nocciolo duro, di carattere culturale, artistico e linguistico, la
cui genesi risale a più di mille anni fa, si è poi sovrapposta una complessa
storia politica e istituzionale, che, al di là di talune apparenze, ha
contribuito lentamente, e talvolta contraddittoriamente. a rafforzarne i
principali caratteri unitari e identitari. Il governo pontificio, salendo da
Roma e dal Lazio, s'è spinto fino oltre gli Appennini e ha inglobato quella
che gli storici della cultura e della letteratura chiamano correttamente la Padania, e cioè
l'Emilia-Romagna, l'unica regione italiana degna di questo nome (perché le
altre regioni settentrionali sono un'altra cosa). E ha associato da allora
anche la storia di questa regione italiana alla storia dell'Italia mediana.
Un altro elemento unificante è stato in questa zona italiana - e qui ne
parliamo nella maniera più allargata, comprendendovi tutti gli elementi che
la compongono - la prevalenza molto a lungo di un'economia agricola e
contadina (nonostante la presenza di grande isole capitalistico-industriali,
destinate però a restare caratteristicamente tali). E' a questa preminenza
dell'elemento agricolo e contadino che va ricondotto anche il carattere
dominante del comunismo di quei luoghi.
Un particolare comunismo (con i suoi addentellati e successivi aggiustamenti)
che ha governato queste terre pressoché ininterrottamente (altro elemento
forte, anzi decisivo, di unità identitaria) negli ultimi sessant'anni. E' dalla
mezzadria, e dalla sua crisi, che trae origine questa singolare prevalenza
politico-culturale. Paradossalmente, l'ordine nuovo gramsciano è
sopravvissuto più a lungo nelle campagne senesi che alla Fiat Mirafiori: e
questo ce ne fa comprendere i molti limiti, ma anche qualche pregio. Il
riformismo comunista nasce da queste parti, e per l'intreccio di questi
motivi; e il riformismo piddino attuale ne discende (più o meno bene). Non
c'è spazio ora per sviluppare fino in fondo questo ragionamento (sarebbe
interessante chiedersi, ad esempio, da che parte stia Roma in questo schema:
ma lo vedremo un'altra volta). In ogni caso, direi, si può innegabilmente
parlare per il gruppo di regioni che formano l'Italia mediana più Emilia-
Romagna, di un'innegabile identità storica, culturale, politica e persino
antropologica. Un cittadino di Fidenza è molto più simile ad un cittadino di
Cecina che ad uno di Busto Arsizio; e un cittadino di Cecina è molto più
simile a un cittadino di Fidenza che ad uno di Castelvolturno. Persino da un
punto di vista geopolitico-militare (sto un po' scherzando) l'Italia mediana
risulterebbe vitale, anzi, indispensabile, all'esistenza dell'ltalia-
Nazione: se decidesse un giorno di sfilarsene, il Nord e il Sud
diventerebbero immediatamente monconi di stato, senza più rapporti fra loro.
Insomma, domandiamoci: questo consistente conglomerato sovraregionale è Sud?
No. E' Nord? No. Allora è un'altra cosa. Se le cose stanno così, appare
legittima la domanda: perché mai alla «questione Italia mediana» si dà, e si
continua a dare, un peso insignificante, anzi quasi nullo, anche quando si
affronta la grande e oggi attualissima questione dell'Italia-Nazione»? Io mi
do tre risposte, che potrebbero anche essere intese semplicemente come prime
osservazioni nel merito:
1) «La questione meridionale» e, più recentemente la «questione
settentrionale», sono state agitate da decenni, nel primo caso da più di un
secolo, come eventi e fattori drammatici dello sviluppo o, a seconda dei
casi, del regresso nazionali. La questione dell'Italia «mediana» si è più
lentamente e sotterraneamente sviluppata, nonostante certi passaggi laceranti
(si pensi, appunto, alla crisi della mezzadria e della campagne), ricucendo
via via gli strappi o per lo meno ponendovi mano più autonomamente, senza
ricorrereal forziere nazionale allo scopo di porvi riparo. Questa parte del
«sistema Italia» è stata cioè sempre più «normale» delle altre: effetto, tra
l'altro, presumibilmente, della lunga durata e stabilità del governo
amministrativo e regionale locale, che non ha eguali nel resto del paese. Non
si capisce però perché, in nome di questa assenza di traumi, un'entità
sovraregionale così significativa e poderosa non possa o addirittura non
abbia l'obbligo d'inserirsi con un suo punto di vista e un suo programma nel
concerto unitario nazionale, tanto più che è abbastanza certo che, cosi
facendo, non lo indebolirebbe ma lo rafforzerebbe.
2) II ceto politico di governo locale, comunista-progressista-democratico ha
goduto, come abbiamo già detto, di una lunghissima durata e continuità di
governo, il cui lato negativo, in taluni casi e situazioni pesantissimo, sono
stati il calo drammatico della capacità innovativa, l'autodifesa a tutti i
costi e il contagio di metodi e obiettivi caratteristici della «questione
meridionale» (ad esempio la speculazione immobiliare). La Toscana ha attraversato
una fase involutiva di questa natura, da cui, mi pare, sta lentamente
uscendo. Per diventare «questione nazionale» la «questione dell'Italia
mediana» dovrebbe presentarsi chiaramente come alternativa, nelle soluzioni e
nei metodi proposti, sia alla «questione settentrionale» sia alla «questione
meridionale». Perché questo avvenga, ci vorrebbe un patto interregiona1e, che
contrapponga chiaramente al Nord «nordista e al Sud «sudista» un Centro (in
senso geografico-politico, s'intende), civile, democratico, progressista e
riformatore.
3) Non c'è stata, e tuttora non c'è, un'intelligenza politica di rapporti,
controlli e processi osmotici fra ceto politico comunista-
progressista-democratico locale dell'ltalia mediana più Emilia Romagna e ceto
politico comunista-progressista-democratico centrale, ovvero nazionale. Può
sembrare strano che questa osservazione sia formulata nel momento in cui è
Segretario del Pd Pierluigi Bersani, puro prodotto del vivaio emiliano (e
bisognerebbe, certo, ricordare anche Prodi, non indegno rappresentante del
medesimo ceppo, sul versante cattolico). Ma io mi riferisco a un processo più
complessivo: e cioè a quello che fa del personale politico amministrativo
locale il serbatoio consistente e sistematico di quello nazionale. Anche in
questo caso, c'è sempre stato un eccesso di delega a Roma nella formazione
del ceto dirigente progressista (eredità, non avrei dubbi, del centralismo democratico
comunista). Due personalità come D'Alema e Veltroni si spiegano al novanta
per cento con il particolare biografico che tutta la loro formazione si è
svolta nel perimetro un po' ristretto che sta fra Via dei Frentani, Piazza
Montecitorio e Via delle Botteghe Oscure (con più, per D'Alema, l'avventura
pugliese, per lui di certo non inutile). Se si nasce a Roma, si cresce a
Roma, si vive e lavora quasi esclusivamente a Roma, la tendenza a guardarsi,
invece che a guardare, diventa strutturale, anzi genetica. Se si stabilisse
un organico e sistematico processo di valorizzazione e transfert delle
competenze fra periferie e centro, e magari viceversa, forse entrerebbe più
aria pura nel Palazzo e la politica tornerebbe a parlare più facilmente il
linguaggio della gente (tenendo anche conto del fatto che, parlando sempre
per paradossi, se si togliesse alle forze progressiste nazionali la dote di
voti che viene loro dall'Italia mediana più Emilia-Romagna, la percentuale
delle loro consultazioni elettorali scenderebbero ad una cifra).
Insomma, esistono tutti i presupposti storici e culturali perché sia
possibile parlare a pieno titolo di una terza Italia, che è quella «mediana»;
ed oggi ne esistono anche tutte le condizioni politico-istituzionali,
affinché questo sia riconosciuto e soprattutto venga praticato. Perché allora
non farlo, se storia e opportunità politica ci spingono a farlo?
Il manifesto 8 settembre 2010

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