L’italia del sottosuolo
Berlusconi ha conquistato e retto il potere non malgrado il conflitto d´interessi, ma grazie ad esso. E’ questo il primo nodo da sciogliere.
Sono settimane ormai che l’annuncio è nell’aria: il governo
Berlusconi sta finendo, anzi è già finito. Il suo regno, la sua epoca, sono
morti. È sempre lì sul palcoscenico, come nelle opere liriche dove le regine ci
mettono un sacco di tempo a fare quel che cantano, ma il sipario dovrà pur
cadere. Anche i giornali stranieri assistono al funerale, nei modi con cui da
sempre osservano l’Italia: il feeling, scrive l’Economist, la sensazione, è che
la commedia sia finita. Burlesquoni è un brutto scherzo di ieri.
In realtà c’è poco da ridere, e il ventennio che abbiamo alle spalle è
infinitamente più serio. Non siamo all’epilogo dei Pagliacci, e non basta un
feeling per spodestare chi è sul trono non grazie a sentimenti ma a una
macchina di guerra ben oleata. Per uscire dalla storia lunga che abbiamo
vissuto – non 16 anni, ma un quarto di secolo che ha visto poteri nati
antipolitici assumere poi il comando – bisogna, di questo potere, averne capito
la forza, la stoffa, gli ingredienti. Non è un clown che si congeda, né
l’antropologia dell’uomo solitario aiuta a capire. I misteri di un’opera sono
nell’opera, non nell’autore, Proust lo sapeva: «Un libro è il prodotto di un io
diverso da quello che manifestiamo nelle nostre abitudini, nella società, nei
nostri vizi». Sicché è l’opera che va guardata in faccia, per liberarsene senza
rompersi ancora una volta le ossa.
Chi vagheggia governi tecnici o elezioni subito, a sinistra, parla di regime ma
ne sottovaluta le risorse, la penetrazione dei cervelli.
Un regime fondato sull’antipolitica - o meglio sulla sostituzione della
politica con poteri estranei o ostili alla politica, anche malavitosi - può
esser superato solo da chi è stato detronizzato. Nessun tecnico potrà
resuscitare le istituzioni offese. Può farlo solo la politica, e solo se essa
si dà del tempo prima del voto.
Capire il regime vuol dire liberare quello che esso ha calpestato, e quindi non
solo mutare la legge elettorale. Non è quest’ultima a rendere anomala l’Italia:
se così fosse, basterebbe un gesto breve, secco. Quel che l’ha resa anomala è
l’ascesa irresistibile di un uomo che fa politica come magnate mediatico.
Berlusconi ha conquistato e retto il potere non malgrado il conflitto
d´interessi, ma grazie ad esso. Il conflitto non è sabbia ma olio del suo
ingranaggio, droga del suo carisma. La porcata più vera, anche se tabuizzata, è
qui. La privatizzazione della politica e dei suoi simboli (non si governa più a
Palazzo Chigi ma nel privato di Palazzo Grazioli) è divenuta la caratteristica
dell’Italia.
Proviamo allora a esaminare i passati decenni, oltre l’avventura iniziata nel
´94. L’avventura è il risultato di un’opera vasta, finanziata torbidamente e
cominciata con l’idea di una nuova pòlis, un’altra civiltà. Un progetto - è
Confalonieri a dirlo - che «ha contribuito a cambiare il clima grigio e
penitenziale degli anni ´70, ed è stato un elemento di liberazione. Ha portato
più America e più consumi, più allegria e meno bigottismo». Più America,
consumi, allegria: la civiltà-modello per l’Italia divenne Milano2, una gated
community abitata da consumatori ansiosi di proteggersi dal brutto mondo
esterno, di sentirsi più liberi che cittadini. E al suo centro una televisione
a circuito chiuso, che intrattenendo distrae, occulta, manipola: nel ‘74 si chiama
Milano-2, diverrà l’impero Mediaset. Quando andrà al potere, il Cavaliere
controllerà tutte le reti: le personali e le pubbliche.
Tutto questo non è senza conseguenze: cadendo, il Premier non lascia dietro di
sé una società sbriciolata. Il paese in briciole è stato da principio sua
forza, sua linfa. Non si tratta di profittare di subitanei sbriciolamenti, ma
di far capire agli italiani che su questo sfaldamento Berlusconi ha edificato
la sua politica. Che su questo ha costruito: sul maciullamento delle menti, non
sull’individualismo. Su un’Italia che somiglia all’Uomo del sottosuolo di
Dostojevski: un’Italia che rifiuta di vedere la realtà; che «segue i propri
capricci prendendoli per interessi»; che giudica intollerabile che 2+2 faccia
4. Un’Italia che «vive un freddo e disperato stato di mezza disperazione e
mezza fede, contenta di rintanarsi nel sottosuolo». Un’Italia arrabbiata contro
chiunque vorrebbe illuminarla (la stampa, o Marchionne, o i magistrati) così
come l’America arrabbiata del Tea Party il cui ossessivo bersaglio è la stampa
indipendente.
Correggendo solo la legge elettorale si banalizza la patologia. Altre misure
s’impongono, che permettano agli italiani di comprendere quanto sono stati
intossicati. Esse riguardano il controllo di Berlusconi sull’informazione e il
conflitto d’interessi. La profonda diffidenza verso una società bene informata
(per Kant è l’essenza dei Lumi) caratterizza il suo regime. «Non leggete i
giornali!» - «Non guardate certi programmi Tv!»: ripete. Gli italiani devono
restare nel sottosuolo, eternamente incattiviti. Altro che allegria. È sulla
loro parte oscura, triste, che scommette. Qualsiasi governo che non si proponga
di portar luce, di riequilibrare il mercato dell’informazione, fallirà.
Per questo è importante un governo di alleanza costituzionale che raggiusti le
istituzioni prima del voto, e un ruolo prioritario è riservato non solo a Fini
ma alle opposizioni. Fini farà cadere il Premier ma l’intransigenza sul
conflitto d´interessi spetta alla sinistra, nonostante gli ostacoli esistenti
nel suo stesso seno. Del regime, infatti, il Pd non è incolpevole. Fu lui a
consolidarlo con un patto preciso: la conquista di suoi spazi nella Rai, in
cambio del potere mediatico del Cavaliere. Tutti hanno rovinato la tv, pur
sapendo che il 69,3 per cento degli italiani decide come votare guardandola
(dati Censis).
A partire dal momento in cui fu data a Berlusconi l’assicurazione che l’impero
non sarebbe stato toccato, si è rinunciato a considerare anomali la sua ascesa,
il conflitto d’interessi. E i responsabili sono tanti, a sinistra, cominciando
da D’Alema quando assicurò, visitando Mediaset nel ‘96: «Non ci sarà nessun Day
After, avremo la serenità per trovare intese. Mediaset è un patrimonio di tutta
l’Italia». La verità l’ha detta Luciano Violante, il giorno che si discusse la
legge Frattini sul conflitto d’interessi alla Camera, il 28-2-02: «L’on.
Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena – non adesso,
nel ‘94 quando ci fu il cambio di governo – che non sarebbero state toccate le
televisioni. Lo sa lui e lo sa l’on. Letta... Voi ci avete accusato nonostante
non avessimo fatto la legge sul conflitto d´interessi e dichiarato eleggibile
Berlusconi nonostante le concessioni... Durante i governi di centrosinistra il
fatturato Mediaset è aumentato di 25 volte!». Il programma dell’Ulivo promise
di eliminare conflitto e duopolio tv, nel ‘96. Non successe nulla. Nel luglio
‘96, la legge Maccanico ignorò la sentenza della Consulta (Fininvest deve
scendere da tre a due tv). Lo stesso dicasi per l’indipendenza Rai. È il
centrosinistra che blocca, nell’ultimo governo Prodi, i piani che la sganciano
dal potere partitico. A luglio Bersani ha presentato un disegno di legge che
chiede alla politica di «fare un passo indietro». Non è detto che nel Pd tutti
lo sostengano. Una BBC italiana è invisa a tanti.
Se davvero si vuol uscire dall’anomalia, è all’idea di Sylos Labini che urge
tornare: all’ineleggibilità di chi è titolare di una concessione pubblica,
secondo la legge del 30 marzo ‘57. D’altronde non fu Sylos a dire che
l’ineleggibilità è la sola soluzione. Il primo fu Confalonieri, il 25-6-2000 in un’intervista a
Curzio Maltese sulla Repubblica. Sostiene Confalonieri che l’Italia, non
essendo l’Inghilterra della Magna Charta, non può permettersi di applicare le
proprie leggi. Forse perché il paese è sprezzato molto. Forse perché c’è chi lo
ritiene incapace di uscire dal sottosuolo, dopo una generazione.
la Repubblica, 17 novembre 2010

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