L’Italia che non pensa
La nostra è una società dove si comunica molto, ma si dialoga poco
Nel 2020, prevede l´Oms, la depressione sarà la seconda causa di malattia e
invalidità nei Paesi occidentali e oggi in media una persona su quattro
presenta qualche disturbo mentale. C´è da riflettere: e se avessimo sbagliato
sul dove concentrare i nostri sforzi per raggiungere benessere e longevità?
L´attenzione al proprio corpo è un bene che ci ha permesso grandi miglioramenti
nella salute e nella qualità di vita, ma che ne è stato della mente? Oggi pare
si sfiori l´ossessione con diete, protesi, impianti di capelli e così via, ma
dimentichiamo che la nostra età è l´età della nostra mente e che anch´essa va
coltivata, sviluppata e difesa. Aprono palestre e centri fitness, ma teatri e
librerie chiudono o sono in difficoltà. Invece il cervello, come i muscoli, va
nutrito e allenato con la lettura, la riflessione, la meditazione e la
scrittura. Fa bene a tutti, e non solo agli intellettuali, frequentare le
mostre d´arte, gli incontri culturali e partecipare ai dibattiti. La nostra è
una società dove si comunica molto, ma si dialoga poco, creando così le
condizioni per l´isolamento e la solitudine, che sono alla base di ogni forma
di sofferenza psichica. Ma se sviluppiamo la capacità di introspezione di noi
stessi e di dialogo profondo con gli altri, possiamo andare al di là dei
rapporti oggi per lo più fragili e mutevoli, che riducono la realtà al privato
individuale, in cui è più facile perdersi.
Da secoli si discute fra sostenitori dell´origine ambientale e dell´origine
endogena dei comportamenti. Io mi schiero per la prima ipotesi. Penso al
cervello come a un pc in cui possono essere immessi dati validi o non validi, e
questo database crea le condizioni che poi si traducono in atteggiamenti e
atti. Naturalmente, rispetto ad un hardware, noi abbiamo geni e cellule
specifiche per ogni individuo, per cui gli stessi dati si stampano su una
matrice cellulare diversa, dando esiti diversi. Ma rimango convinto che la
salute della nostra mente non è geneticamente e biologicamente determinata e
quindi possiamo agire sulle cause e i fattori esterni che con essa
interagiscono, per migliorare il suo equilibrio.
Da qui l´importanza della formazione culturale che non può essere soltanto un
impegno individuale, ma deve essere un punto strategico dell´agenda dei
Governi. In Italia abbiamo il 15% di laureati rispetto ad una media europea del
22,3%, e fra gli occupati nella fascia di età fra 25 e 35 anni, solo il 16% è laureato,
contro una media Ocse del 32%. Non che una laurea garantisca capacità e
successo professionale, ma la percentuale di laureati è indice di
acculturamento e quindi promuovere gli studi universitari, aprire le porte ai
ragazzi che vogliono formarsi e coltivarsi, significa dare importanza al vivere
in una società colta. Se crediamo nel valore del sapere, ad esempio, non
possiamo avere test di ammissione alle università che limitano genericamente
l´accesso alle aree di studio, senza in realtà selezionare i migliori, o
meglio, i più motivati. Il caso della facoltà di medicina è il più evidente.
Del resto i risultati per la scarsa valorizzazione della cultura umanistica e
scientifica, iniziano a mostrarsi. A fine agosto è arrivata la notizia da uno
studio italo – olandese, che, per la prima volta dopo trent´anni, nel 2009 la
produzione scientifica italiana ha smesso di crescere, anzi è arretrata sia in
termini relativi, come percentuale dell´intera produzione mondiale, sia in
termini assoluti, come numero di articoli scientifici pubblicati. Significa che
le sperimentazioni, le scoperte, le nuove conoscenze prodotte all´interno delle
nostre università e centri di ricerca si sono arenate. Ed è ovvio che senza
ricerca e innovazione non ci può essere crescita per un Paese.
È fondamentale allora ri-orientarsi sulla "Mente, essenza
dell´umanità" e per questo abbiamo deciso di dedicare a questo tema la Conferenza di Venezia
sul Futuro della Scienza, che si aprirà fra pochi giorni. Innanzi tutto
chiediamo più ricerca sulle neuroscienze. Purtroppo dei meccanismi più profondi
del nostro cervello sappiamo ancora troppo poco, per cui è necessario investire
più risorse finanziarie e umane in questo campo. Capire come funziona la mente
ci aiuterà a risolvere anche altri grandi enigmi nelle scienze naturali, nella
medicina, nell´ingegneria, oltre ad un gran numero di problemi concreti della
società. Ora stiamo iniziando a conoscere le connessioni fra neuroni e il loro
linguaggio chimico, stiamo scoprendo la biologia della mente e l´organizzazione
delle sue diverse funzioni; ma non siamo che agli esordi e i primi risultati ci
confermano che ci troviamo alle soglie di un universo molto complesso e
straordinariamente affascinante.
In secondo luogo ci auguriamo che un Convegno sulla Mente possa risvegliare un
nuovo interesse per la sfera del pensiero. Faremo luce su come i prodotti della
nostra mente si realizzano, come si creano i ricordi, le decisioni, i
rimpianti, i sentimenti, le passioni, addentrandoci in territori ancora inesplorati
di noi stessi.
Il nostro terzo obiettivo, forse il più importante, è creare nuove basi per
combattere il disagio mentale: lo sviluppo della conoscenza è il fondamento più
solido su cui costruire una politica di interesse socio-psicologico per l´intera
comunità. Il disagio psichico coinvolge trasversalmente tutta la popolazione
(in Italia secondo le stime riguarderebbe dieci milioni di persone, vale a dire
un sesto della popolazione) ma lascia inevitabilmente esposti al rischio di
sofferenza i soggetti e i gruppi più deboli: gli anziani, gli immigrati, i
giovanissimi. La legge Basaglia ha fortunatamente chiuso i manicomi, ma i
malati vanno seguiti e le loro famiglie sostenute. Va detto che reparti di
psichiatria dei nostri ospedali sono ottimi, rispetto all´ampiezza e la
complessità dei problemi; tuttavia la rete di servizi psichiatrici territoriali
non è ovunque funzionante. Da ministro della sanità, nel 2000, ho organizzato
un incontro su questo tema accogliendo le richieste delle famiglie disperate,
costrette a bussare a mille porte prima di trovarne una che si apre.
Sono emerse tante proposte, ma in 10 anni non molto è cambiato. In questo tempo
è cambiata invece molto la società italiana. È più complessa, più variegata e
più globale, ma anche più disorientata, incerta e spaventata dal suo futuro. Un
terreno ancora più fertile per la sofferenza psichica. Ci vuole allora un
impegno nuovo, nuove strategie, nuove energie e nuove iniziative di risveglio
culturale-scientifico. La
Conferenza di Venezia offrirà un contributo importante in
questa direzione.
Repubblica 18.9.11

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