L’impronta ecologica? All’Italia non interessa
Ci salviamo grazie all’Africa, all’America Latina e all’Australia. Per il resto, divoriamo il mondo come le cavallette in una piantagione di mais.
Ci salviamo grazie all’Africa, all’America Latina e all’Australia. Per il resto, divoriamo il mondo come le cavallette in una piantagione di mais. Il mondo è in riserva: per viaggiare, consuma più benzina di quanta non sia possibile infilarne nel serbatoio. Il vecchio adagio “Quando l’ultimo pesce sarà stato pescato, l’ultimo albero tagliato, l’ultimo fiume avvelenato [...] allora l’uomo si accorgerà di non potersi mangiare il conto in banca” è sinistramente attuale, insomma.
Funziona così: i mari sono capaci di produrre un certo numero di pesci
all’anno, le foreste ci mettono tot tempo a ricrescere, gli animali possono
essere allevati non oltre un certo tasso di riproduzione e così via. Il Global Footprint Network mette insieme
tutti i parametri e calcola la biocapacità della Terra, ovvero
le potenzialità di cui il nostro pianeta dispone per produrre risorse nella
finestra convenzionale di 12 mesi. A questa capacità viene associato il valore
simbolico di “1 pianeta“. A livello mondiale, nel 1961 di
pianeti ne consumavamo appena mezzo. La nostra impronta ecologica
era leggera, lo sviluppo era sostenibile. Nella seconda metà
degli anni ’80 abbiamo raggiunto il pareggio e oggi facciamo fuori un
pianeta e mezzo all’anno. Secondo le previsioni più ottimistiche,
entro il 2050 i nostri consumi supereranno abbondantemente la biocapacità
terrestre di oltre due volte. Oltre alla Terra, ci faremo fuori anche Marte o
Venere, insomma. Tra il 2300 e il 2400, se ci impegniamo, dovremmo già avere
digerito l’intero sistema solare e potremo iniziare lentamente a sgranocchiare la Via Lattea. Il vero buco
nero siamo noi, altro che balle!
Prima ancora che un problema di ordine etico o morale, qui si tratta di farsi
furbi. Ogni paese ha diritto a svilupparsi almeno tanto quanto ogni
uomo ha diritto a vivere e crescere. Se non è sostenibile,
però, lo sviluppo indiscriminato paradossalmente conduce al risultato opposto:
il collasso. Se mettete troppo lievito nel pane, anziché
crescere di più, la pagnotta crollerà miseramente su se stessa. Quindi è
nell’interesse di ogni singolo paese comprendere qual’è la sua biocapacità e
come adattare i propri consumi e il proprio stile di vita per raggiungere la
bio-indipendenza.
Mathis Wakernagel è il signor Overshoot-Day, la
triste ricorrenza che ogni anno celebra il giorno nel quale ci siamo mangiati
tutto e, fino al 31 dicembre, non un solo filo d’erba prodotto dalla Terra
andrà a rimpinguare le nostre dispense. Mathis ha capito che se non ci faceva
un disegnino, ideando un complesso sistema di valutazione e di calcolo, non
sarebbe stato facile convincerci. Così ha fondato il Global Footprint
Network e gira per il mondo mostrando ad ognuno quanto produce e
quanto consuma, spiegandogli che, se è in deficit, tornare in pari è
soprattutto una questione di convenienza economica.
Nel 2007, a
fronte di una biocapacità di 1,1, l’Italia aveva già un’impronta ecologica di
5,0, con un deficit secco di 3,9, in larga parte dovuto
all’emissione di gas serra. A pari merito, in Europa, si classificano Spagna,
Svizzera e Grecia, mentre peggio di noi solo l’Olanda e il Belgio. Tanto per
dare qualche termine di paragone, il Canada, con le sue sconfinate distese di
natura selvaggia, presenta un saldo positivo di ben 7,9, così come l’Australia,
mentre agli antipodi non potevano esserci che gli Emirati Arabi Uniti,
con un deficit di 9,8 punti, il Qatar (8,0) e tutti quei posti
come Dubai, costruiti su terre aride e improduttive, che per mantenere i loro
sontuosi stili di vita devono poggiarsi esclusivamente sulla biocapacità del
resto del mondo.
Il Global Footprint Network dalle nostre parti sta lavorando a un progetto che
coinvolge i paesi dell’area mediterranea. Se ne interessano la Turchia, la Giordania, la Spagna, perfino il Marocco.
L’Italia no. Al nostro Ministero dell’Ambiente non interessa
sapere quale sia l’impronta ecologica italiana nè quanta dispensa possiamo
ancora saccheggiare prima di essere completamente dipendenti dagli altri.
Ammesso che agli altri avanzi ancora qualcosa e che noi si abbiano i soldi per
pagare.
Ho incontrato Mathis Wackernagel a Milano, nel corso di un
convegno organizzato a spese proprie da cittadini preoccupati. L’ho
intervistato per voi.
Claudio Messora: Ciao e benvenuto su
Byoblu.Com. Ho visto quei fantastici pianetini sul tuo sito web.
Mathis Wackernagel: Li vendiamo!
Claudio Messora: Quanto ci vorrà ancora prima che quei
pianetini si esauriscano del tutto?
Mathis Wackernagel: Sì, sai, con lo sovrasfruttamento
biologico è una discesa sdrucciolevole. Non è tipo: “all’improvviso collassi” o
qualcosa del genere… Insomma, la pesca collassa in fretta, ma le foreste… puoi
sovrasfruttarle per lungo tempo e si fanno sempre più rachitiche e brutte…
oppure l’erosione che va molto lentamente e la produttività va giù ecc.
Insomma, è una pendenza scivolosa, e questa discesa sdrucciolevole è già
iniziata. Abbiamo sovrasfruttato le risorse planetarie per un po’ di tempo e in
maniera più consistente da circa trent’anni più o meno. Alcuni paesi lo stanno
già sperimentando in prima persona. Se pensi a posti come il Darfur o Haiti,
sono aree dalle risorse estremamente limitate che non sono in grado, a causa di
limitazioni finanziarie, di acquistare risorse da altri paesi, e così sono
direttamente limitate da cio’ che è disponibile entro il loro territorio, con
conseguenze drammatiche sul loro grado di benessere. Questo è quello che accade
se non prendiamo il problema delle risorse seriamente.
Se invece lo prendiamo seriamente, potremmo vivere abbastanza bene. Voglio
dire, considerate questo: oggi ci sono tante persone in sovrappeso od obese
quante ce ne sono che muoiono di fame. E infatti ci sono più o meno tante
persone che muoiono per l’obesità e per le complicazioni legate al sovrappeso
quante ne muoiono di fame. Questo dimostra l’assurdità della situazione. Questo
non è altro che il sintomo.. Ma se prendiamo la questione delle risorse sul
serio e davvero iniziamo a pensare, come fossimo agricoltori, qual’è il nostro
livello ottimale per il consumo di risorse? Perché se ne consumiamo sempre di più,
e non ne abbiamo, ci scaviamo con le nostre mani una fossa. E il miglior
consiglio che si può dare a chi si scava una fossa con le sue mani è “SMETTILA
DI SCAVARE”! E per chiedersi cosa sta davvero succedendo, che cosa dobbiamo
fare per uscire da quella fossa, un modo è quello di fare chiarezza sul nostro
mondo e capire quanta natura abbiamo e quanta ne utilizziamo, e chiedersi se
possiamo permetterci il deficit, se siamo in deficit, in un qualsiasi deficit
ecologico. E se non possiamo, allora facciamo un piano e chiediamoci dove
dovremmo andare.
Claudio Messora: I piani di cui parli dovrebbero tuttavia
essere perseguiti a livello governativo perché, per esempio, ho fatto il vostro test per calcolare la mia impronta e il
mio risultato è stato di oltre sei punti e mezzo.
Mathis Wackernagel: Questo significa che ci vorrebbero sei
pianeti se tutti vivessero come te.
Claudio Messora: Si’. Così ho provato, perché mi sentivo in
colpa, a modificare qualche parametro, in accordo con quello che
ragionevolmente posso cambiare, e ho totalizzato un punteggio di 5.9! Quindi,
innanzi tutto: qual’è un risultato accettabile per quel test? Secondariamente:
qual’è stato il tuo risultato? …sempre che tu abbia fatto il test, ovviamente!
Mathis Wackernagel: Vado in bicicletta al lavoro, cuciniamo
pasti vegetariani,
Claudio Messora: Ma prendi…
Mathis Wackernagel: …e prendo molti aerei! Quindi è tremendo!
Se tutti vivessere come me, ci vorrebbero più pianeti di quanti ce ne
vorrebbero se tutti vivessero come gli americani. E’ un triste bilancio,
potresti dire… Ma il mio punto di vista è: dobbiamo veramente guardare qual’è
l’interesse personale che viene leso quando non perseguiamo la sostenibilità. E
in realtà sono proprio le organizzazioni, le istituzioni a non potersi
spostare. Una città che non si prepara per il futuro, non sarà pronta per quel
futuro. Un paese che non si prepara per il futuro, semplicemente non sarà
pronto per quel futuro. Io ho gambe: posso andarmene. Una città e un paese non
possono spostarsi.
Claudio Messora: Io credo che il problema, almeno qui in
Italia, è che siamo così egoisti… Così pensiamo che quello che non produciamo,
sia sufficiente comprarlo. Esportiamo i problemi.
Mathis Wackernagel: Come farete ad avere successo con questa
strategia, sapendo che nel corso degli ultimi anni il potere d’acquisto
dell’Italia, se comparato con la media mondiale, è in costante diminuzione? In
un mondo sempre più ipersfruttato e con un deficit italiano sempre più vasto,
intendo un deficit ecologico, quali sono i vostri piani, con un potere
d’acquisto sempre inferiore, per trovare le risorse che vi necessitano? Non
sembra essere un piano molto lungimirante. Ripensatelo!
Claudio Messora: Tu viaggi molto, e immagino parlerai con
molte organizzazioni, sicuramente con molti governi… Hai avuto contatti con il
governo italiano? Qualcuno ti ha dato retta in questo paese?
Mathis Wackernagel: Non siamo molto attivi con il governo
italiano. Abbiamo fatto sapere al ministero dell’ambiente che ci sarebbe
piaciuto realizzare una collaborazione di ricerca per verificare, per scoprire
se i nostri numeri rappresentano realmente l’Italia in maniera accurata, e io
penso che sarebbe nell’interesse del vostro paese sapere se siete in deficit
oppure no. E’ un po’ come quando ti occorre di sapere quanto oro hai in banca,
per esempio, no? Quindi penso che sarebbe una buona cosa per l’Italia. Nessuno
si è ancora messo in moto, ma in compenso stiamo lavorando ad un progetto con i
paesi del Mediterraneo, e alcuni di loro hanno mostrato un discreto interesse,
per esempio il Marocco. C’è anche interesse da parte della Turchia, abbiamo
conversazioni in corso con persone della Giordania, A dire il vero la Spagna ha riesaminato la
sua impronta ecologica da sola, qualche anno fa, insomma: c’è un buon
movimento! Voglio dire: ci sono così tanti paesi nel mondo, noi non ne facciamo
una battaglia. Aiutiamo i paesi che vogliono avere successo, e quelli che vogliono
semplicemente mantenere la loro attuale rotta, e pensano che sia una buona cosa
per loro, gli auguriamo buona fortuna!
Claudio Messora: Spero che l’Italia non sarà tra quelli che
non faranno niente. Come ti è successo di inziare a studiare queste cose e
fondare la Footprint
Network Organization?
Mathis Wackernagel: Credo che tutto affondi nella mia giovinezza. Quando avevo
circa dieci anni, accaddero due cose: la prima è l’uscita di un libro dal
titolo “Limits to growth” (limiti della crescita). Ho
semplicemente dato un’occhiata a come si stava evolvendo il mondo se non
avessimo avuto cura delle nostre risorse. Me l’ha mostrato mio padre, mi ha
fatto vedere le curve e io ho realizzato che sarei stato vivo, che nel corso
della mia stessa vita avrei vissuto cambiamenti radicali se non fossimo stati
attenti, e questo, seppure bambino, mi preoccupò molto. Nello stesso tempo,
nello stesso anno avemmo la prima crisi del petrolio. La Svizzera decise, come
reazione, di istituire tre domeniche a piedi, una cosa molto eroica! A me, che
ero un bambino, piacque molto. Furono tre giorni fantastici, veramente
memorabili! E così, un futuro senza macchine, senza petrolio, agli occhi
ingenui di un bambino sembrò una cosa estremamente positiva! Così pensai:
perché il mondo non dovrebbe essere diverso? E probabilmente dovrà essere
diverso!
E poi ebbi moltissime opportunità. Sono stato diverse estati in una fattoria,
durante le vacanze, per capire meglio come funziona la natura come si lavora
con le mucche eccetera. Questo mi diede modo di sviluppare più di un
apprezzamento della nostra stessa dipendenza dalle risorse naturali. Credo che
l’impronta ecologica iniziò a uscire fuori, nel dibattito, all’incirca ai tempi
della Conferenza di Rio, [non comprendo] che per la prima volta portò la
discussione sullo sviluppo sostenibile all’attenzione mondiale. Però, allo
stesso tempo, non ebbero mai il coraggio di dire che abbiamo un solo pianeta a
disposizione. Fondamentalmente, hanno dato una riverniciatina alle cose, hanno
pensato che ogni cosa fosse stata sistemata e che questo era abbastanza. E’
buffo, dissero “tutto quello di cui abbiamo bisogno è uno sviluppo
sostenibile”, ma andando a fondo e guardando i dettagli non c’era niente che si
rapportasse ai vincoli sulle risorse. Una situazione davvero grave, ecco perché
abbiamo pensato che, come contributo al dibattito, avere uno strumento che
aiuti accuratamente a mostrare quanti pianeti abbiamo e quanti ne utilizziamo
sarebbe un utile contributo.
Ora, si è forse trattato di un contributo un po’ lento, e parliamo di vent’anni
fa. Abbiamo iniziato a lavorare con i governi e proprio come una giovane
persona impaziente, non più così giovane a dire il vero, vorrei che accadesse
tutto molto più in fretta perché prima ci diamo da fare, più sarà semplice. E’
come con i biglietti aerei, sai… Se attendi l’ultimo minuto a comprare il
biglietto, ti costerà davvero tanto!
Claudio Messora: C’è stata anche qualche critica ai fattori
che tenete in considerazione per calcolare…
Mathis Wackernagel: Certamente! Io lo spero, che vengano fuori
delle critiche.
Claudio Messora: State lavorando per raffinare il modello e
aggiungere nuovi valori?
Mathis Wackernagel: Io credo che la cosa più importante è che
non siamo un organizzazione fideistica. Per favore, non credeteci sulla parola.
Siamo un’organizzazione scientifica: metteteci alla prova! Insomma, le critiche
ci sono sempre. Ci sono critiche valide, ci sono critiche sciocche, come
sempre… Noi continuiamo a migliorare, e a tenere in considerazione le critiche.
Miglioriamo sempre la metodologia, e potrebbe essere migliorata certamente di
più, sicuramente! Ogni anno facciamo passi avanti, facciamo uscire una nuova
edizione… Potremmo fare salti quantistici più grandi, se avessimo più risorse,
ovviamente, ma in ogni caso il nostro metodo mostra solide tendenze, e anche se
lo cambiassimo la storia non cambierebbe poi di molto, perché sopra ogni altra
cosa crediamo che il nostro metodo sia piuttosto una sottostima del sovrasfruttamento che è in atto, non una esagerazione. A mano a mano che i
risultati saranno migliorati è più facile che i risultati mostreranno
un’impronta ecologica più ampia e una minore biocapacità di base.
Claudio Messora: Ultima domanda: tu credi davvero che
l’umanità imparerà la lezione in fretta e cercherà di cambiare strada?
Mathis Wackernagel: Io credo che in realtà si tratti di un
messaggio di speranza, e cioè che se solo iniziamo a riconoscere i nostri
stessi interessi più a fondo, potremmo ritrovarci in gran bella forma. Non è
una battaglia perduta in partenza. Dobbiamo solo trovare le persone giuste, il
messaggio giusto, e le cose possono cambiare abbastanza radicalmente. Per
esempio, ci sono due paese nel mondo che sono radicalmente diversi da tutti gli
altri paesi che hanno il petrolio, solo perché hanno avuto un’intuizione. NOn
si tratta di ideologia, e neppure di pressione morale. E’ solo perché vedono il
petrolio come un bene, una risorsa, e non come un guadagno. E semplicemente per
questo, hanno rafforzato i loro conti in banca invece di spendere i soldi, e
sono stati in grado di gestire le loro risorse molto di più a loro vantaggio
piuttosto che essere prosciugati o cadere in cicli di dipendenza che
preoccupano un paese come nel caso della Russia, del Venezuela, della Nigeria,
o dell’Alaska per esempio, dove il denaro è stato semplicemente speso, se ne è
andato e ora tutti ne sono più dipendenti. Quindi solo la visione giusta circa
il significato di quello che è veramente di valore può fare una enorme
differenza su come gestiamo le nostre nazioni.
Claudio Messora: Grazie per i tuoi sforzi.
Mathis Wackernagel: Grazie anche a te per i tuoi sforzi,.
http://www.ilfattoquotidiano.it 6 dicembre 2010

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