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L’eversione ereditaria

Le Br non coltivarono un sogno generoso di giustizia sociale ma un progetto fondato su una realtà distorta

 

 

Sembra una storia uscita dalla penna di uno scrittore in crisi. Letta in un romanzo parrebbe finta, forzata.

Manolo Morlacchi, il non più giovane figlio di due ex brigatisti, è stato arrestato ieri in relazione a un´inchiesta sulle nuove Br.
Il primo istinto è la cautela: troppe volte in Italia si sono sbattute in prima pagina le storie di presunti colpevoli, specialmente in materia di terrorismo.
Poi c´è la tentazione, assai rischiosa, di enfatizzare l´apparente ineluttabilità del destino familiare: come se ci fosse un´automatismo, quasi una tara ereditaria, per cui i figli debbano ricalcano le orme e gli errori dei padri. Non è così semplice. Basti pensare che per un Morlacchi arrestato, dietro agli ex terroristi ci sono più spesso storie di famiglie distrutte, genitori spezzati dal dolore, figli sofferenti, a volte vicende di tossicodipendenza, di disagio psichico. Ragazzi che lontano dai riflettori hanno dovuto confrontarsi con genitori che hanno ucciso o aiutato a uccidere persone innocenti, con tante esperienze traumatiche, dolorose.
La vicenda di Morlacchi fa riflettere su una questione assai più complessa: la costruzione dell´identità in rapporto alla memoria.


Si parla molto, di "memoria", ma scarseggiano le riflessioni sull´uso di questa parola. Come tutte le cose umane, essa porta con sé rischi e ambivalenze. I brigatisti, ad esempio, avevano un vero culto della memoria, che si palesava nella scelta dei nomi. La colonna milanese ad esempio era intitolata al ventenne Walter Alasia, caduto nel 1976 sotto i colpi della polizia dopo aver ucciso i poliziotti Bazzega e Padovani. Ucciderà fino al 1981. Il filosofo Tzvetan Todorov mette in guardia rispetto al rischio di "abusi" del ricordo, e distingue tra una memoria che foraggia la sete di vendetta e una memoria viva, che dialoga col presente e serve alla costruzione del futuro.


Morlacchi ha scritto un libro insieme memorialistico e documentale sulla storia dalla sua famiglia, che fa molto riflettere. Racconta il radicamento delle organizzazioni armate in alcuni quartieri di Milano, come il Giambellino: un fenomeno determinante nel permettere al brigatismo di sopravvivere a lungo nelle grandi metropoli industriali, di cui si parla poco e malvolentieri, perché costringe a guardare al fatto che i brigatisti non furono dei marziani o dei pazzi sanguinari, ma vissero, a lungo tollerati, a volte anche aiutati, nelle fabbriche e nella nostra società. Porta a confrontarsi con pagine scomode come la realtà, spesso inumana, delle carceri. Fa riflettere su eccessi e abusi compiuti anche delle forze dell´ordine, che offuscano innanzitutto la memoria dei tanti servitori dello stato che sono stati uccisi.


Però, il libro di Morlacchi fa anche rabbrividire. Si intitola proprio "La fuga in avanti". Sottotitolo: "La rivoluzione è un fiore che non muore". Rende omaggio alla "ispirazione rivoluzionaria" dei genitori, alla loro "pratica militante" contro la "deriva riformista". Come se il figlio non conoscesse la storia del movimento operaio in Italia, né avesse metabolizzato la lezione della storia (fa pensare, che sia archivista e laureato in storia) o il fatto che la scelta della violenza in Italia era intrinsecamente fallimentare. Forte l´impressione che Morlacchi sia bloccato nell´ideologia dei padri, che chiama una sorta di vendetta. Su di lui sembra gravare ancora l´ombra della dinamica del "gruppo chiuso", cruciale per comprendere il terrorismo italiano e di ogni forma di violenza, che può esistere solo se non prende in considerazione le ragioni e l´umanità dell´altro, per quanto avversario.


Ci fa rabbrividire perché noi, oggi, siamo ancora costretti a parlare di brigatisti: Pietro Ichino vive dal 2002 sotto scorta; poche settimane fa il giudice Salvini, che indaga sulle nuove Br, ha ricevuto dei proiettili in una busta. Ieri questi arresti. Residui, certo: ma hanno ucciso (nel 1999 Massimo d´Antona, nel 2002 Marco Biagi) e rischiano di farlo di nuovo. Si prendono di nuovo le pagine dei giornali. Perché c´è ancora qualcuno che non si è reso conto che in Italia non è mai esistita una situazione prerivoluzionaria, e tantomeno esiste ora. Che il terrorismo brigatista ha provocato troppi lutti inutili, privando il paese di intelligenze e professionalità che avrebbero potuto contribuire a renderlo migliore. Che la "fuga in avanti" dei terroristi nel corso degli anni Settanta ha inasprito la repressione, ha ristretto gli spazi d´espressione per il dissenso. Ha distrutto senza costruire nulla.
Le Br non coltivarono un sogno generoso di giustizia sociale, ma un progetto eversivo, fondato su una lettura totalmente deformata della situazione storica, che si è nutrito della rabbia e della disperazione di molti studenti, lavoratori e operai. Giovani e meno giovani. Per questo, Pertini disse nel 1980: «Il terrorismo si combatte rendendo la società più giusta». La classe politica, impegnata a fronteggiare l´emergenza, ha trovato anche grazie ai terroristi alibi per non occuparsi a fondo delle domande (non violente) di giustizia sociale e di maggior trasparenza che venivano dalla società. La cecità dei brigatisti ha oggettivamente danneggiato e rallentato lo sviluppo del paese da molti punti di vista. Altro che rivoluzione.


Il nostro tempo ci pone di fronte a sfide imponenti, dall´integrazione delle comunità migranti allo strapotere delle organizzazioni criminali, dall´emergenza ambientale alla crisi economica e la disoccupazione che rendono più urgente una riforma del mercato del lavoro. Sfide che creano tensioni profonde nella società. La società di oggi è profondamente diversa da quella degli anni Settanta. Ma è importante rafforzare e consolidare gli anticorpi – politici, sociali, culturali - per prevenire il rischio che qualche frangia, seppur minoritaria, prenda ispirazione dall´azione "mitizzata" dei brigatisti, uccidendo ancora e dirottando l´attenzione e le risorse della società dai temi più urgenti.


La filosofa Hannah Arendt dice che non si può ricordare ciò a cui non si è pensato, ciò di cui «non si è parlato a lungo con se stessi», un pensiero che però si apre al confronto con la realtà, si innerva nella vita della polis. La storia di Morlacchi porta a riflettere su quanto è importante che ogni memoria relativa a tragedie collettive che hanno lasciato lacerazioni profonde, come il terrorismo, si apra al confronto con l´esterno. Ci invita tutti a raccogliere gli spunti di riflessione offerti dalla storia della famiglia Morlacchi, così da creare anticorpi per la rabbia che essa ancora trasmette. Solo se sapremo ripensare alla complessità, alle domande e alle contraddizioni che essa ci mette davanti agli occhi, possiamo cercare di disinnescare le pulsioni violente che sono endemiche alla società, e prevenire il rischio che qualcun altro, oggi – perché si sente arrabbiato, disperato, senza futuro - possa ancora credere che l´incubo brigatista è stato un sogno.

 

http://www.repubblica.it  19/01/10

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