L’equivoco dei nostri giorni
Nessuna democrazia può sopravvivere senza una diffusa capacità di rinnovamento morale continuo delle persone
C’è un diffuso equivoco, insieme profondo e interessato, insieme filosofico
e morale, di cui è un esempio l’editoriale di Marcello Veneziani, Se chi
vota è trattato da criminale (“Il Giornale” 25/11/2010), che ringrazio per
aver dedicato al mio saggio su La questione morale una cospicua
riserva delle sue batterie d’assalto, mettendomi fra l’altro nella più che
onorevole compagnia di Barbara Spinelli. È la confusione, o l’interessata
identificazione, di radicalità etica e radicalismo politico.
Vengo subito all’accusa. Io avrei “criminalizzato” gli elettori del
centro-destra, cioè li avrei giudicati “immorali” e lo avrei fatto sulla base
della mia inimicizia politica nei loro confronti (anzi della mia mente oscurata
dall’odio). Vale a dire: non ci sono ragioni se non di parte. L’etica
è politica, e la politica è lotta. E l’equivoco dov’è? Chiunque prenda
posizione in materia morale è parziale, e dunque a priori semicieco e
arbitrario, nel migliore dei casi da assoggettare subito a par condicio:
“sentiamo l’altra campana”. Si esclude che si possa agire o parlare, in materia
morale, per altre ragioni che l’interesse di parte, o addirittura
l’auto-interesse, e si seppellisce l’atto o il detto che aspirano ad essere
adempimento del proprio dovere, o richiamo al dovere di ognuno, sotto l’accusa
di estremismo politico. È già successo a tanti. Anche a me.
Ma una questione morale c’è o non c’è in questo Paese? Curioso: mi si dice che
faccio male a dire che c’è ora, perché c’è sempre stata. E chi lo nega? Il mio
saggio indaga appunto le ragioni dell’endemico disprezzo, radicato purtroppo
nei nostri mores, per le virtù della cittadinanza, per la cosa
pubblica, per le regole della convivenza quotidiana e civile, così come le tare
endemiche del familismo, della mafiosità diffusa, della mancanza di rispetto
per le istituzioni, della diffusa incapacità ad assumersi la responsabilità
personale dei propri comportamenti, della diffusa ricerca di impunità. Le
insegue risalendo alla società premoderna, dove non ci sono ancora cittadini ma
sudditi; passando per la nostra modernità incompiuta, con il passaggio non
completamente avvenuto dalla mentalità dei sudditi a quella dei cittadini,
dalla minorità morale e civile dei più alla responsabilità e autonomia morale
di ognuno. E approdando al nostro presente, dove insegue alcuni fenomeni
particolarmente appariscenti di completa abolizione di quei limiti di decenza
almeno apparente che si manifesta in numerosi fenomeni di degenerazione anche
linguistica. Estrarre tasse significa “mettere le mani nelle tasche degli
italiani”, cioè rubare. Una protesta morale è moralismo autoreferenziale, ogni
denuncia dell’ingiustizia è giustizialismo, le bestemmie dei potenti vanno
contestualizzate, le barzellette oscene e i segni di corna sono la carta di
presentazione all’estero di un capo di governo italiano, i giornalisti radiati
dall’ordine per tradimento della professione diventano “onorevoli”, della
civiltà giuridica più elementare delle società post-tribali si fa strage con la
frase “padroni a casa nostra”, le leggi si fanno in funzione dei propri
interessi privati, eccetera. Sostenere e riprodurre una classe politica che si
concede tutto questo non è indifferenza o ignoranza morale? E se lo è, da dove
viene questa diffusa indifferenza?
La mia tesi è che viene da lontano, ma che si riproduce oggi a causa di uno scetticismo,
radicato nel pensiero di tutto il Novecento, che priva la nostra esperienza
morale della sua serietà, cioè della sua pur fallibile apertura al vero, e
alimenta un equivoco a due volti. Uno, l’abbiamo già visto, è la riduzione
dell’etica a parzialità politica. L’altro paventa l’idea stessa che la
politica e il diritto abbiano a che fare con l’etica, e vede l’ombra
illiberale dello stato etico perfino nell’idea che si insegni educazione civica
a scuola. I nostri cosiddetti liberali preferiscono di gran lunga, come risorsa
normativa, la religione alla coscienza morale autonoma degli individui adulti e
responsabili. Insieme, i due volti dell’equivoco ci impediscono di vedere due
cose, che sono anche le due tesi centrali del mio saggio. Primo, che la nostra
esperienza morale è una cosa seria perché è fondamentalmente aperta al vero (e
solo per questo anche fallibile e correggibile); che il dolore provocato
dall’ingiustizia nelle sue varie forme, dalla sopraffazione alla viltà,
dall’omertà al servilismo, va trattato esattamente come la vista dei nostri
occhi: verificare mille volte se non si hanno le traveggole, sottoporre il
proprio sentire in ogni istante al filtro della critica altrui e propria – ma
infine, se il dolore e lo sdegno resistono a ogni verifica, confessare che è veramente
ingiustizia quella che si percepisce, e che ignorarla non è diverso dal
parteciparvi. Secondo, che la modernità illuministica consiste appunto nel
cercare la fondazione delle norme nella verifica, costantemente rinnovata,
delle coscienze, e non nella tradizione, nell’autorità religiosa o nella forza.
Ne segue che la democrazia costituzionale, con i suoi delicati meccanismi – la
divisione dei poteri, la tutela delle minoranze, il funzionamento della
giustizia penale e civile, l’accesso all’istruzione, la libertà di informazione
e di espressione – e la maturità morale delle persone, la loro decenza civile
costituiscono un circolo, vizioso o virtuoso a seconda della direzione in cui
gira. Nessuna democrazia può sopravvivere senza una diffusa capacità di rinnovamento
morale continuo delle persone, da un lato; ma non c’è altro luogo che
possa garantire a ciascuno l’accesso alla maturità morale o all’età adulta,
all’assunzione personale di responsabilità e al rigetto della logica di
consorteria, che lo spazio delle ragioni e l’eguale opportunità di chances
offerti da una democrazia funzionante. Ecco perché oggi la politica riguarda
chiunque abbia a cuore l’etica. Una società, infatti, della maggiore età
morale, della coscienza e della responsabilità degli individui, può anche fare
a meno: e il Novecento, e il presente, lo hanno dimostrato. E questa sarebbe la
sconfitta della speranza della modernità illuminata, radicata d’altronde
addirittura nell’Atene di Socrate, che andava in giro chiedendo coscienza e
ragioni, non comandamenti e tradizioni, per l’agire e il pensare di ognuno.
Ognuno ricorda l’anti-inferno dantesco, il luogo degli ignavi. La parola non è
dantesca. Noi sottolineiamo la loro pochezza, la viltà. Ma si tratta della
gente che in definitiva non ha mai preso sul serio l’esperienza morale. “Questi
sciaurati che mai non fur vivi”, scrive il Poeta. Quelli che precisamente non
vogliono distinguere il giusto dall’ingiusto, la vittima dal carnefice. Quelli
che chiamano entrambi “estremisti”. Ce ne erano a bizzeffe durante i casi Welby
ed Englaro. Favoleggiavano di un partito estremista della vita e di un partito
estremista della morte. Sono tornati. Arrivano ad essere ormai maggioranza nel
dibattito pubblico italiano. Cerchiobottisti metafisici, scettici morali votati
infine a un cinismo che usa un linguaggio estremo, e si autodefiniscono
moderati. È vero ce ne sono oggi sempre di più che ridiventano ignavi, nella
forma moderna dei “terzisti”. Non si decidono più, per paura che vinca il
partito avverso. Ma nell’oscurità e nell’urlìo confuso prosperano, sempre più
numerosi…
http://www.phenomenologylab.eu 01/12/2010

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