L’autunno della democrazia senza ideali
I nuovi mali: emarginazione dei poveri, discredito dei partiti, strapotere dei tecnocrati
È norma, nei dialoghi socratici, che il filosofo appaia critico-problematico, mentre il suo interlocutore è soprattutto portatore di certezze. Qualcosa del genere accade nel dialogo filosofico-politico sulla democrazia tra Gustavo Zagrebelsky ed Ezio Mauro in uscita da Laterza (La felicità della democrazia, i Robinson/Letture, pp. 256, e 15). Sin dalle prime battute del dialogo si delinea tale divisione di ruoli: «Mi pare di capire — dice in apertura Zagrebelsky — che tra noi due spetterà a me il ruolo dello scettico, per non dire della Cassandra» , mentre Mauro sin dalla prima sua frase dichiara di voler «rassicurare» . Zagrebelsky riprende e approfondisce l’allarme lanciato da Bobbio vari decenni fa intorno alle «promesse non mantenute» dei cosiddetti sistemi democratici, Mauro ne difende, nonostante sia consapevole dei gravi e crescenti inconvenienti, la positività. Il tema è smisurato, ma qualche bilancio da questo serrato dialogo va pur tratto. Se non ci si rende conto che il fenomeno dominante del nostro tempo, tempo definibile come «autunno della democrazia» , è lo svuotamento di essa, si rischia di parlare di qualcosa che non è più nell’illusione che ci sia ancora. C’è democrazia, o meglio la sua premessa, quando nel corpo civico vi è diffusa e attiva consapevolezza, che è quanto dire assidua opera educativa: educazione in generale ed educazione alla democrazia. E invece la tendenza dei Paesi che storicamente si propongono come modello di tale sistema di governo è da tempo orientata all’opposto: i tratti dominanti sono la elementarità sloganistica, il crescente assenteismo, e, per converso, la dedizione per così dire istintuale e mimetica verso personalità galvanizzanti. Al concetto di svuotamento Zagrebelsky dà un notevole contributo là dove osserva che la parola «democrazia» è diventata «l’orpello dei potenti» («assoluzione preventiva dell’arbitrio sui deboli» ). Così dicendo Zagrebelsky tocca un tema essenziale, quello dell’insufficienza della mera identificazione tra «democrazia» e «maggior numero» , a prescindere da qualunque contenuto. Con intenzionale lessico evangelico, Zagrebelsky parla dei «tapini» e della crescente loro emarginazione nelle nostre società. Si mostra cioè ben consapevole del rimescolamento dei ceti e della loro cangiante consistenza numerica nei Paesi industriali più avanzati e più forti. In società dove il disagio è confinato in una minoranza, invero numericamente cospicua, la mera identificazione democrazia =maggior numero diventa una contraddizione in termini (per Aristotele la democrazia è il governo dei «poveri» ). Molti fattori hanno contribuito a questo processo di «svuotamento» . Per esempio vi ha contribuito il dissennato discredito riversato, da almeno venti anni a questa parte, sulle cosiddette «ideologie» , le quali invero altro non sono che le idee, i convincimenti profondi, gli «ideali» (per dirla con le parole della premessa di questo «dialogo» ). Averle screditate ha ingenerato in larghi strati di popolazione il convincimento che l’unica politica che valga la pena di praticare sia quella del singolo problema, e quindi del proprio particolare: uno stato d’animo che presto si converte nell’ammirazione per chi «ci ha saputo fare» . In Usa il processo di discredito nei confronti delle «ideologie» era incominciato molto prima che da noi, nonostante momenti carichi di ideali, dal «New Deal» rooseveltiano alla «Nuova frontiera» kennediana. Da quando gli europei continentali si sono messi anche loro a irridere alle «ideologie» nella convinzione di attingere così il paradiso terrestre del pragmatismo anglosassone, hanno dato mano anch’essi ad una mediocre e talora senz’altro cattiva politica (il rifiuto delle ideologie è esso stesso una ideologia). Ma torniamo al punto. Una democrazia «svuotata» di ideali capaci di albergare nella mente delle persone (il che necessariamente accade attraverso i partiti) è già altro dalla democrazia. E perciò Zagrebelsky osserva: «Persino i dittatori, quando prendono il potere, sciolgono i Parlamenti, sospendono i diritti, dicono di farlo per restaurare la vera democrazia» . Ben detto. Viene in mente il programma, e la retorica, dei generali golpisti cileni che liquidarono Allende ed il suo legittimo governo. Quella vicenda — la più adatta ad illustrare le parole di Zagrebelsky — comporta la domanda: perché i promotori esterni del golpe cileno furono i servizi della «grande democrazia americana» (stucchevole definizione)? La migliore descrizione del processo di «svuotamento» la dà Zagrebelsky (p. 9): «La democrazia è un sistema di governo molto compiacente. Può ospitare tante cose, senza abbandonare il suo nome» . La disintegrazione dei partiti (eppure furono i grandi educatori di massa), il discredito delle idee, la pratica pervasiva del mercato del voto (denunciato con forza da Bobbio), l’abrogazione del principio proporzionale che trasforma le elezioni in una specie di lotteria, la straripante concentrazione monocratica del potere mediatico (fenomeno tutto nostro) sono alcuni dei fattori che hanno accelerato il processo di svuotamento della democrazia. Un fenomeno meno palpabile ma più gravido di conseguenze è la dislocazione altrove del potere effettivo. Nei Paesi europei continentali, protesi nel secondo dopoguerra a prevenire la dominanza dei poteri forti sui Parlamenti, questa sottrazione di potere effettivo all’organo legislativo non sarebbe potuta avvenire in modo indolore. Ci ha pensato la cosiddetta Costituzione europea, i cui organi tecnici, veri regolatori della vita economica dei singoli Paesi membri, hanno via via acquisito un potere decisionale di tipo assoluto, completamente al riparo dal «fastidio» e dalle «pastoie» delle forze politiche, cioè dei cittadini. Ciò dicendo non intendiamo affermare che il tentativo europeistico fosse in sé negativo, bensì che il modo in cui si è attuato e la doppiezza di fondo che lo sorregge (potere vero e indisturbato da un lato, sedi retoriche dall’altro) ha inferto un’ulteriore accelerazione allo «svuotamento» della democrazia. Il modo, infatti, in cui ci si pone di fronte al fenomeno storico della «Europa unita» è connotato da una disarmante astrattezza. L’Unione esiste dal 25 marzo 1957, cioè da oltre mezzo secolo: un periodo di tempo nel quale avvengono, di norma, trasformazioni profondissime. Invece l’ «Europa unita» non ha prodotto che una moneta quasi unica (la sterlina non ha mai ammainato bandiera): non un vero governo europeo, non una politica estera, non un esercito, ed ora addirittura si prova a smantellare l’accordo di Schengen. Ma persino il quasi-risultato della moneta quasi-unica è in via di ripensamento, in ragione della diversa forza delle economie dei diversi Paesi aderenti. Nei discorsi sulla democrazia si trascura, forse, questo aspetto della questione. Eppure la prospettiva di un’Europa a due, o forse tre velocità (Mucchetti, sul «Corriere» del 28 novembre, parlò di un possibile ritorno ad un «super marco» ) tenta fortemente gli industriali tedeschi, i quali non sono certo un soggetto trascurabile. Due mesi prima si era svolta a Berlino una conferenza intitolata «L’euro prima della catastrofe, strade per evitare il pericolo» , cioè, secondo i convenuti, la «follia euro» . La stampa tedesca passò pudicamente sotto silenzio l'evento. Se ci saranno decisioni del genere pioveranno «dal cielo» come, a suo tempo, la decisione di dar vita alla moneta quasi-unica, che in breve dimezzò il valore reale dei salarî. Che l’Unione sia diventata mera creazione retorica lo dimostra il «calvario» della cosiddetta Costituzione europea: nascono intanto nei singoli Paesi Costituzioni, come quella, novissima, dell’Ungheria, su cui è istruttiva la corrispondenza di Bruno Ventavoli su «La Stampa» del 23 aprile. Il raffinato dialogo Zagrebelsky-Mauro che Laterza manda in libreria, come ogni vero dialogo, mette a confronto due sistemi di pensiero, non pretende di approdare alla vittoria dell’uno sull’altro. Ha invece un grande merito: aiuta a pensare al riparo, una volta tanto, dalla retorica.
Corriere della Sera 5.5.11

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