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L’austerity globale è solo un’illusione

Tagli e tasse non bastano, come si è visto in Grecia e Spagna. La svolta può venire da forti investimenti in sviluppo e infrastrutture. Ma per la vera ripresa ci vorrà ancora molto tempo





“Questo2012? Temo sarà più debole persino del 2011”.
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, a capo del Council of economic advisers dell’amministrazione di Bill Clinton (e tra i primi sostenitori dell’attuale inquilino democratico della Casa Bianca, Barack Obama, sin dal 2007), inizia l’anno con il Mondo. E parla dell’Europa, ma anche dell’America, della Cina e di che cosa ne sarà della Primavera araba nel Nordafrica. Dopo un 2011 così caotico e confuso, lo studioso che ha lavorato anche come chief economist alla World bank e adesso insegna alla Columbia university, immagina 12 mesi ancora complessi. Però...

Domanda. Professor Stiglitz, America o Europa: chi si riprenderà prima? O chi faticherà di più a uscire dalla crisi?
Risposta. Le due riprese sono collegate. E il problema è che il modo in cui l’Europa sta affrontando il problema del deficit, attraverso un percorso di sola austerity, credo non sia altro che un suicidio. Non risolverà la crisi perché non innescherà un nuovo processo di crescita. Si è visto in Spagna che una politica di austerity non basta, tant’è che l’indomani dell’annuncio del piano di rigore il Paese ha visto un downgrade. E si è visto poi in Grecia. Ormai, credo che tutti abbiamo capito che con l’austerity soltanto la Grecia non si riprenderà mai. Perché dal deal internazionale
siglato nel luglio scorso a oggi, Atene non ha fatto nulla per aiutare la crescita. E per dare una mano allo sviluppo devono essere messi a disposizione fondi per assicurare un’espansione dell’economia. 


D. Come? Facciamo qualche esempio concreto.
R. Per esempio, perché l’European investment bank non potrebbe attivarsi con più piani di investimento nei Paesi in difficoltà? Dalla Grecia all’Italia? Ecco, questo è uno dei modi attraverso i quali credo che l’Europa potrebbe concretamente aiutare la crescita.

D. E gli Usa?
R. Oltreoceano il guaio è il vero e proprio political gridlock, l’empasse politico che porterà allo stesso risultato:
le misure di austerity, di nuovo, finiranno per fiaccare la crescita. Eppure, guardando ai passati 25 anni negli Stati Uniti vediamo come ci sia un enorme deficit nel settore delle infrastrutture, dell’education, dunque ci sarebbero davvero molti grandi progetti che potremmo perseguire, con il risultato di riuscire così a stimolare l’economia. Se, per esempio, il governo aumentasse le tasse dell’l% e questo 1% lo spendesse per la crescita, si avrebbe un ritorno del 2% di pil. Un vero e proprio moltiplicatore. Ma al Congresso non c’è consenso...

D. Il presidente Obama ce la farà a conquistare un secondo mandato alle presidenziali del 2012?
R. La questione è ancora in aria. Perché la situazione finanziaria ed econo nomica del Paese dice che il presidente avrà ancora davanti a sé una stagione molto impegnativa, specie con il tasso di disoccupazione che resterà molto alto. Però è pur vero che, per parte loro, i repubblicani per il momento sembrano incapaci di venire fuori con un candidato davvero forte.

D. Parliamo di Cina, il nuovo Eldorado in un mondo attanagliato dalla crisi. Ma durerà questo boom? O nel 2012 la bolla si sgonfierà?
R. In realtà Pechino ha già fronteggiato più di una bolla in questi anni. Però la differenza rispetto agli Stati Uniti è che l’Impero di mezzo ha molti punti di vantaggio quando si tratta di fronteggiare una bolla. 


D. Per esempio?
R. Per prima cosa, gli Stati Uniti hanno un approccio ideologico. E’, infatti, convinzione di molti professionistcome Ben Bernake e prima di lui (alla Fed) di Alan Greenspan, che le bolle non esistano In seconda battuta, la Cina ha molti strumenti, quelli che offre un’economia controllata, per affrontare una bolla. E cosa ancora più importante, li utilizza. In terzo luogo, la Cina non ha mai permesso un eccesso di leverage e quindi le conseguenze di un’eventuale bolla comunque saranno più controllate. Poi, non dimentichiamo che Pechino ha 3 mila miliardi di dollari di riserve e se ci saranno problemi avrà le risorse per farvi fronte.Per concludere, quindi, direi che può darsi che Pechino abbia nei prossimi mesi una crescita leggermente più moderata, ma sarà comunque sempre una forte crescita.


D. Nel 2011 globale c’è stata la variabile primavera araba. Che ne sarà nel 2012? Tony Blair intervenendo al World business forum di Milano (con main sponsor l’americana Sas, big dei software e servizi) ha detto che il guaio delle rivoluzioni è che si sa sempre quando iniziano ma è difficile dire quando finiranno. Concorda?
R. Assolutamente. E prendendo poi in considerazione Paese per Paese direi che mentre sono molto ottimista per il futuro della Tunisia, sono più preoccupato per quel che sarà nei prossimi mesi in Egitto. Le notizie che arrivano dal Cairo non sono incoraggianti.

D. Nel mondo del 2012 sembra anche esserci un problema di fiducia.
R. Il problema della fiducia, del trust, è reale. Ed è stato alla base di fenomeni come Occupy Wall Street.

D. Anche lei è stato tra i ragazzi di Zuccotti Park. O sbaglio?
R. Sì, sono stato tra loro e posso dire che hanno la comprensione della maggioranza degli americani, non sono stati per nulla una fronda isolata.

D. Nel 2008, per iniziativa del presidente francese Nicolas Sarkozy, lei
ha presieduto la Stiglitz-Sen-Fitoussi Commission che ha individuato nuovi indici da prendere in considerazione per valutare il reale stato di salute di un Paese e soprattutto della sua popolazione. Al di là del pil. E mai come dopo 12 mesi di profonda crisi come questi, il vostro monito sembra di attualità.
R. Sì, oltre al pil, per capire l’effettivo stato di salute di un Paese, bisogna
guardare all’indice di Inequality come a quello di Sostenibilità. Prendiamo la disuguaglianza: anche se il pil Usa del 2009 risulta in crescita, la verità è che l’income (il reddito) di una famiglia media è rimasto quello del 1997. Ed è rimasto fermo con orari di lavoro divenuti invece sempre più massacranti, che hanno effetti devastanti anche sulla struttura familiare.

D. E l’indice di sustainability? Come funziona?
R. Per capirlo basta pensare al fatto che prima della crisi è vero che il pil era in crescita ma stavamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità, il tasso di risparmio era zero e si spendeva il 110% di quanto si disponeva. Ecco che cosa intendo quando parlo di indice di sostenibilità di una buona economia. Che però ha anche un altro risvolto: la sostenibilità è, infatti, collegata e intaccata dal global warming, che purtroppo in questi mesi di crisi è stato meno al centro dell’attenzione. E poi c’è il crescente divario tra poveri e ricchi.

D. Complice la crisi, anche la guerra alla povertà a livello globale forse ha subito un rallentamento?
R. A proposito di povertà, a livello globale, direi anzi che negli ultimi vent’anni c’è stato un enorme miglioramento. Per quanto questo possa sorprendere. La spiegazione è semplice: è merito principalmente della Cina, dove milioni di persone sono uscite dall’indigenza. In India il processo sta invece avviandosi solo ora, mentre in Africa la situazione resta critica. Ma sono fiducioso che nonostante la crisi anche lì la situazione possa migliorare.

D. Dunque, riepilogando, se questo 2012 sarà più fragile e complicato dei mesi che ci lasciamo alle spalle, quando ne usciremo da questa devastante crisi economica che sta tenendo in scacco il mondo?
R. Ottimisticamente, a Washington si stima che per il 2017 la situazione possa essersi ristabilita. Credo in realtà si tratti di uno scenario molto roseo, e dire che dagli inizi della grande crisi a dicembre 2017 saranno dieci anni tondi! Di certo, immagino che per il 2017 sarà impossibile una ripresa molto forte.

Intervista di Enrica Roddolo 


Il Mondo  6/1/2012

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