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nebbia

L’arte oratoria del non dir nulla ma con gran classe

Perle dalla rete.

 

 


Vi sono varie tecniche per vincere le contese oratorie, ma la migliore sembra ancora essere quella di stordire l’interlocutore con discorsi incomprensibili ma ben declamati. Di solito la vittima, anziché protestare o chiedere spiegazioni, finge di aver compreso. E quindi si lascia sottomettere e non replica a chi, in realtà, non gli ha detto nulla.
Tutti ricordano il film di Mario Monicelli Amici miei, uno dei suoi tanti trionfi cinematografici degli anni ’70, assai citato, fra l’altro, per l’accorgimento linguistico inserito dagli sceneggiatori nei dialoghi del personaggio interpretato da Ugo Tognazzi, uso rivolgersi al prossimo, nei momenti di difficoltà, con frasi prive di significati per confonderlo e averne ragione. In questo modo riesce a imbrogliare le pretese di creditori, vigili urbani e altri pericoli.
Questo espediente è antico come il mondo, ma molto sottovalutato. Lo ha preso di mira solo la satira, da Rabelais al surrealismo, da Plauto al Boccaccio (“Haccene più di millanta che tutta notte canta”). Per il resto il meccanismo del nonsenso viene ancora oggi adoperato con successo in contesti apparentemente più seri: il mondo degli affari, le conferenze, le lezioni di filosofia, le conversazioni quotidiane, le autorità, i tiranni, eccetera.
Le varianti sono molte: il bombardamento di termini inglesi funzionano bene in economia. Ma pure le espressioni enigmatiche o allusive, in realtà vuote di concretezza, semplicemente paludate.
Ahinoi, sui libri, in televisione ma soprattutto dal vivo, di persona, il retore moderno sciorina lunghi discorsi illogici, zeppi di termini, volutamente, indecifrabili ai più. E nessuno che mai si alzi e dica scusi ma guardi che non si capisce un cazzo.
Almeno questo, nei film di Monicelli, a un certo punto, accadeva.


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