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L' ultimo desiderio del mio amico Heinrich Böll

Erano le cattiverie sui giornali del gruppo Springer, di cui era vittima da anni. La sconcezza dei titoli cubitali. La volontà di annientamento di un' orda di cinici di professione che si facevano chiamare giornalisti.

Aveva dieci anni più di me, anni terribili, confusamente rivoluzionari, forse meravigliosi. Sui suoi primi romanzi e racconti, di solito avuti in prestito, ho messo le mani negli anni Cinquanta: Il treno era in orario, Dov' eri, Adamo?, le storie brevi, più tardi Casa senza custode. (...) Solo in seguito Böll divenne per me il modello della persona che rendeva pubblico il suo essere pro o contro, che in caso di necessità metteva da parte il manoscritto e usciva per discutere, spesso appassionatamente, fuori, dove il vento spirava sempre in direzione contraria. Amato, certo, ammirato all' estero, ha offerto a molti lettori e ascoltatori un orientamento e un concetto di libertà che non si riduceva all' economia di mercato. Forse per questo è stato detestato da una cricca di politici e dai loro tirapiedi, fino al giorno della sua morte, il 6 luglio 1985. (...) Böll aveva preso le sue precauzioni. A metà degli anni Settanta, insieme alla moglie Annemarie, era uscito dalla chiesa come "corporazione di diritto pubblico", ma restava legato alla fede cattolica. Era contro, anzi, disprezzava la chiesa ufficiale e i suoi intrallazzi. Definirlo, come allora d' abitudine, un cattolico di sinistra sarebbe stato inadeguato; la sua comprensione per l' essenza del cristianesimo era più radicale di quanto uno di sinistra, io ad esempio, si potesse mai sognare, e più libera di quanto avesse concesso questo o quel papa. (...)

 

Il giorno del suo funerale era estate. Lasciammo la chiesa, dove il prete aveva parlato in tono amichevole di non so più cosa. Io nel mio vestito nero preso in prestito, che mi ballava addosso. E adesso accadde una cosa perfettamente in carattere con Heinrich Böll e che certo è rimasta indimenticabile per tutti gli amici in lutto che volevano accompagnarlo nel suo ultimo viaggio: davanti alla bara, portata a spalla, davanti alla famiglia e al lungo corteo di amici, degli zingari suonarono melodie che si perdevano malinconicamente nel vento, eppure sembravano fatte per ballare. (...) Un suono che conosceva il dolore e tuttavia rendeva allegri. È stato un suo desiderio, non voglio dire l' ultimo. Un' indicazione dell' uomo pacificamente combattivo, il quale - suppongo - amando soffrire e compatire sarebbe stato un cristiano dei tempi antichi, ma che si adirava se gli capitavano sott' occhio i tardi mandatari della fede in veste di sacerdoti. Così si legge nella Lettera a un giovane cattolico, che Böll ha scritto nel libro degli ospiti per i sommi sacerdoti nel 1958, dunque al tempo del miracolo economico: «...Loro sono tutti abbastanza intelligenti e accorti per capire quanto la quasi-concordanza tra Cdu e Chiesa sia funesta, perché può avere come conseguenza la morte della teologia; è semplicemente e solamente penoso leggere le prese di posizione dei teologi riguardo ai problemi della politica; è qualcosa che mira decisamente a Bonn, e dietro ogni frase si percepisce uno zelo che attende soltanto una pacca sulla spalla». Questo giudizio essenziale eppure esatto, perché pronunciato ben conoscendo l' aria viziata cattolico-renana, può essere preso a modello per molte di quelle repliche che nel corso dei decenni Böll considerò necessarie solo in quanto gli sembrava "penoso" e certamente anche blasfemo che un partito facesse uso indebito del nome di Cristo sbattendo la C sopra la sua insegna commerciale e che i suoi membri si chiamassero cristianodemocratici. E lui, lui che già allora era tacciato da "moralista", lui, che oggi con il solito gesto sprezzante si vorrebbe ancora mettere da parte sotto questa categoria, lui, quell' uomo vulnerabile, che nulla e certo non il premio Nobel per la letteratura protesse dall' essere continuamente diffamato e offeso fino all' anno della morte sulle pagine di un potentissimo gruppo editoriale, lui, il più solidale di tutti gli scrittori, che fino alla fine si era adoperato per scrittori perseguitati in tutto il mondo, a volte arrivando anche alla loro liberazione, lui stavamo portando alla tomba. (...)

Forse, già mentre portavamo la bara, poi davanti alla tomba aperta, mi è tornato alla mente il nostro ultimo incontro. Mia moglie ed io andammo a trovarlo in ospedale. Cercò di minimizzare la causa della sua temporanea permanenza - i disturbi circolatori che non volevano andarsene - e ci raccontò come, con l' ultimo avanzo di charme, fosse sempre riuscito a scroccare sigarette all' infermiera di notte. Solo verso la fine della visita ci fece capire cosa lo affliggeva più dell' insufficienza cardiaca, degli scompensi circolatori, del diabete. Erano le cattiverie sui giornali del gruppo Springer, di cui era vittima da anni. La sconcezza dei titoli cubitali. La volontà di annientamento di un' orda di cinici di professione che si facevano chiamare giornalisti. Quello che era successo a lui anch' io l' avevo sperimentato a sufficienza. Ma mi toccavano appena, le menzogne messe sulla carta dalla BildZeitung o da Welt am Sonntag. Dopotutto avevo vinto la causa intentata contro di me da una dozzina e più di giornalisti di Springer per un commento pronunciato nel corso della trasmissione televisiva Panorama. Che trionfo! Nulla è più piacevole di un processo vinto contro i fabbricanti di opinione pubblica che si atteggiano a onnipotenti.

A Böll questo trionfo fu negato. Si difese con discorsi, lettere ai lettori, articoli. Così nel ' 72, quando in un delirio di autosopravvalutazione una Rote-Armee-Fraktion pretese di dichiarare guerra allo Stato che odiava. Lui era dell' opinione che "un salvacondotto per Ulrike Meinhoff" potesse portare a un processo equo e alla fine dell' isteria che si andava diffondendo; un pio, forse troppo ingenuo desiderio. Di conseguenza diventò il bersaglio delle peggiori insinuazioni. Sotto il titolo Bisogna oltrepassare i limiti, per difendersi da sospetti che sembravano non aver fine e tentavano di farlo passare per complice del terrorismo, concludendo un articolo scrisse: «E da ultimo una preghiera ai signori di casa Springer: scioglietemi dal contratto che a causa della concentrazione editoriale mi ha trasformato da innocuo autore della Ullstein in autore della SpringerUllstein. Ci separano mondi, muri, ordini di far fuoco. Ho molte pecche, ma di questa, della pecca di essere un autore di Springer, adesso vorrei finalmente liberarmi».

Sul piano letterario Böll ha dato forma nel modo più valido alla comprensione di un giornalismo fino al giorno d' oggi tanto indegno quanto nauseante, in particolare quello della Bild-Zeitung, scrivendo il romanzo? o il racconto?, voglio dire la novella L' onore perduto di Katharina Blum. Che ha per sottotitolo «Ovvero: come può nascere e dove conduce la violenza». Quando lo portammo alla tomba, guardando sua moglie Annemarie ebbi la certezza di voler portare avanti il boicottaggio della stampa di Springer, deciso nel 1968 durante l' ultima riunione del Gruppo 47, fin quando i dirigenti del complesso editoriale si fossero decisi a porgere pubbliche scuse alla famiglia Böll. Cosa che fino ad oggi non è avvenuta. I ducetti attuali - direttore della BildZeitung in testa - pensano sempre di essere in possesso di una patente d' immunità che permette loro di diffamare e di offendere come è stato diffamato e offeso Heinrich Böll fino all' anno della sua morte. (Traduzione di Claudio Groff)

 

http://www.repubblica.it - 20/5/09

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