Il pensiero unico sulla psiche che normalizza il mondo
I padroni dell’anima. Nell’era della psicocrazia
Depressione, anoressia, stress, insonnia: malattie tipiche dei paesi ricchi,
che ora l´Occidente ha iniziato a "esportare". L´elenco dei sintomi
si allunga sempre di più. Ogni comportamento individuale viene catalogato,
chiunque può essere riconosciuto come affetto da una patologia. E l´industria
dei disturbi mentali ha bisogno di nuovi "clienti". Con il rischio
che il pensiero unico sulla psiche normalizzi il mondo
Chiesero al morente di sete se non lo disturbasse il gocciolio della cella
vicina, e promisero di porre rimedio"; "Complementari ai tecnocrati
gli psicocrati".
Chi sa se, quando scrisse questi
taglienti frammenti, Paul Celan di cui Einaudi ha appena tradotto una nuova
raccolta di poesie con il titolo Oscurato (a cura di Dario Borso e con un
saggio di Giorgio Orelli) avrebbe immaginato una rapida estensione planetaria
di quanto gli toccava sperimentare in prima persona. Perché è proprio un
crescente potere sulle menti, complementare a quello sui corpi, che sempre più
si va affermando attraverso processi generalmente riconducibili alla categoria
di biopolitica. Ethan Watters, in un saggio intitolato Pazzi come noi. Depressione, anoressia, stress: malattie occidentali da
esportazione, già segnalato su queste pagine da Massimo Ammaniti, e ora
tradotto in italiano da Bruno Mondadori, ne ha riconosciuto la fenomenologia in
una sorta di globalizzazione di disturbi mentali inizialmente diagnosticati
negli Stati Uniti e da lì esportati nel resto del mondo con un effetto di
contagio inarrestabile.
Studiando la mutazione della percezione di determinate malattie della mente, in
un primo momento catalogate secondo i parametri culturali dei paesi interessati
- dalla Cina alla Tanzania - Watters osserva come, ad un certo punto, la loro
definizione si omologhi a quella occidentale sotto la spinta di potenti
campagne pubblicitarie promosse dalle grandi industrie farmaceutiche. A
diffondersi, come in una vera e propria epidemia - i cui virus sono i nostri
stessi modi di pensare - , è una catena di conseguenze, simboliche e reali, in
base alle quali non soltanto la malattia in questione muta faccia, ma finisce
per penetrare anche in spazi socio-culturali dove prima non aveva accesso, come
se gli anticorpi socio-culturali che fino allora li avevano protetti fossero
ceduti di schianto. Una volta che i malati possono conferire ai loro sintomi
una definizione apparentemente oggettiva - desunta dai protocolli ufficiali
elaborati di solito in America, come l´onnipresente DPM (Manuale diagnostico e
statistico dei disturbi mentali) - , si sentono autorizzati a proiettare i
propri problemi personali in qualcosa di più forte di loro, che insieme li
assoggetta e li legittima come soggetti di quel male.
Non è difficile ricondurre queste dinamiche a ciò che filosofi contemporanei
come Foucault e Deleuze hanno definito con il termine "dispositivo",
intendendo con esso un apparato teso a controllare e modificare gli
atteggiamenti mentali o le azioni di determinati individui - non forzandoli
dall´esterno, ma rendendoli essi stessi partecipi del proprio assoggettamento.
Da questo punto di vista la società contemporanea risulta un grande corpo,
attraversato da un numero crescente di dispositivi destinati a caratterizzare
le nostre idee ed orientare i nostri comportamenti in base ad interessi di cui
è ormai difficile individuare la provenienza. Ciò non toglie che la medicina ne
costituisca uno dei tratti più tipici, perché rappresenta precisamente il punto
di contatto, e di crescente indistinzione, tra sfera del corpo e sfera
dell´anima o come altro si voglia chiamare ciò che eccede l´ambito della mera
biologia.
Non a caso la direzione sempre più mirata che vanno assumendo gli attuali
processi di medicalizzazione è quella di uno schiacciamento progressivo dello
psichico sul corporeo. Così ciò che inizialmente era diagnosticato come un
disagio di carattere personale o sociale è sempre più spesso curato con
strumenti chimici. Come attestato da numerosi studi - come quello di Philippe
Pignarre su L´industria della depressione, tradotto da poco da Bollati
Boringhieri o Manufacturing Depression di Gary Greenberg - i veri motivi della
crescita esponenziale della sindrome depressiva, ormai diffusa quanto le
malattie cardiovascolari, vanno individuati non in fattori di ordine
sociologico o clinico, ma nell´uso degli stessi psicofarmaci che intendono
combatterla. Ciò avviene attraverso quella sorta di circolo vizioso, implicito
nel protocollo medico ufficiale, che definisce depressione "quella vasta
area di disagio psichico curabile con gli antidepressivi".
E´ evidente che, una volta configurata la malattia in base alla terapia,
questa, mentre la cura, è destinata a riprodurla per autoriprodursi,
estendendosi a zone sempre più ampie di società. Tutto sta, per le industrie
farmaceutiche e per quei medici che ne diventano sempre più i semplici
terminali operativi, ad ampliare la lista dei sintomi, al punto di comprendere
tra essi anche fenomeni reciprocamente contrari come l´appetito eccessivo e
l´inappetenza, l´irrequietezza e la spossatezza, l´impotenza o la dipendenza
dal sesso.
A questo punto ben pochi individui possono sottrarsi ad una catalogazione
potenzialmente estendibile a tutti. E infatti è proprio questa la tendenza
ipertrofica delle campagne di sensibilizzazione contro, ma in realtà funzionali
alla diffusione della sindrome. Il cardiologo Marco Bobbio, in un libro
intitolato Il malato immaginario. I
rischi di una medicina senza limiti, edito da Einaudi e già recensito su questo
giornale da Maria Novella De Luca, ricorda come l´Italia detenga il record
europeo di consumo di farmaci pro capite e il più alto numero di medici per
determinate quote di cittadini, nonostante che i tagli progressivi al sistema
sanitario mettano in forse il welfare, magari negando una TAC a chi ne ha
veramente bisogno.
E´ un´altra forma di quella biopolitica dei corpi e delle anime cui da tempo
siamo soggetti - nel doppio senso che ne siamo prodotti e produttori:
all´ipersalutismo propagandato dai media come nuovo obiettivo di una vita
sempre più lunga e felice fa riscontro l´ipocondria crescente di fasce sempre
più ampie di popolazione. Ad unificare, sovrapponendole, queste due spinte è
l´idea della caduta di ogni limite per un uomo sottratto al suo destino di
finitezza. Quella "psicocrazia" che paventava Paul Celan prima di
suicidarsi è ormai diventata una compiuta biocrazia in cui mente e corpo sono
insieme l´oggetto e la posta in gioco di una partita di cui è sempre più
difficile riconoscere i giocatori, ma di cui è necessario prendere coscienza.
Non per cercare, invano, di arrestarla, ma almeno per coglierne la logica e
valutarne le conseguenze.
Repubblica 23.10.10

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