L' ambigua attrazione tra intellettuali e potere Da Cicerone a Hegel
L' eterna storia di fascino, adulazione, condanna
Quando Ibn-Khaldun fu introdotto al cospetto di Tamerlano, sdraiato sul divano tra i suoi guerrieri, aprì bocca e disse: «Sono trenta o quaranta anni che aspettavo questo incontro». «Perché mai?» chiese Tamerlano. «Perché - rispose lo storico - tu sei il sultano del mondo, il sovrano di quaggiù. Non so se, dalla creazione di Adamo, sia mai apparso un re che ti fosse comparabile. Non sono uno di quelli che parlano a vanvera, sono uomo di scienza. Ed ecco la spiegazione: il potere non esiste che grazie allo spirito di corpo». E seguitò spiegando al conquistatore, signore di un impero che, caduta Damasco (nell' anno 1400), si estendeva ormai dall' India all' Anatolia, la sua teoria della «forza di coesione del gruppo», elemento decisivo nella conquista e conservazione del potere.
Ibn-Khaldun era stato inviato dal sovrano mamelucco del Cairo a difendere Damasco minacciata da Tamerlano: sconfitto, cercò di comprendere la grandezza del nemico, «affascinato» dal fatto stesso della irresistibilità del vincitore. Hegel che, alla vista di Napoleone col suo seguito per le strade di Jena, riconosce in lui «lo spirito del mondo a cavallo», Max Weber al cospetto del generale Ludendorff, Machiavelli «soggiogato» dalla figura del duca Valentino, Teopompo che descrive Filippo il Macedone come un perfetto criminale eppure ravvisa in lui, con stupore di Polibio che non riesce a comprendere la contraddizione, «l' uomo più grande che l' Europa abbia prodotto», sono altrettanti aspetti di un unico fenomeno. L' intellettuale, il cui compito primario, la cui esigenza dominante, è comprendere la storia addirittura nel suo farsi, finisce col trovare la risposta non genericamente nei «grandi fattori di storia», ma in uno di essi: uno nel quale convergano quelle molteplici risorse e qualità che Ibn-Khaldun condensava nella formula dello «spirito di gruppo» (proporzionale, nel suo pensiero, alla grandezza dell' impero), e che al principio del secolo XX hanno preso consistenza nella efficace definizione di «capo carismatico».
Non è facile enuclearne i caratteri, e si rischia - se si ricorre a formule compendiarie e sintetiche - di cadere nella contraddizione (apparente) di Teopompo a proposito del grande sovrano macedone. Perché, ad esempio, sia pure in modi e situazioni lontanissime Cicerone provò per Cesare la stessa attrazione-repulsione che Teopompo per Filippo padre di Alessandro? Il diagramma dei sentimenti contraddittori (forse fino a un certo punto tali) di Cicerone nei confronti di Cesare è facile per noi seguirlo, perché disponiamo del più riservato dei suoi epistolari, quello con Attico. Lì seguiamo, nei mesi in cui precipita e alla fine esplode la guerra civile, l' altalena dei suoi slanci, dei suoi ripiegamenti, delle sue incertezze; mentre Cesare sa quali tasti toccare scrivendogli; e quasi lo seduce, mentre lui di malavoglia e tardi si imbarca per raggiungere Pompeo in una campagna tutta sbagliata e perdente. E appena consumata la sconfitta, abbandona il campo, fanatico e rissoso, dei «repubblicani» e torna in Italia per ottenere, sicuro di non mancarlo, il perdono di Cesare. Che infatti ci sarà, pieno e affettuoso; e ricambiato dalla più infelicemente adulatoria delle prove di eloquenza di Cicerone: le «orazioni cesariane». Tra le quali campeggia negativamente la Pro Marcello, monumento imperituro (e molte volte imitato da altri, in altre non dissimili circostanze) di servitù spontanea e non necessaria.
Negli stessi mesi in cui parla a quel modo, Cicerone è per lo meno conscio (se non, come fu detto poi da Marco Antonio, promotore) della congiura culminata nelle Idi di marzo. Eppure, morto ormai il dittatore e nel rapido precipitare di una nuova guerra civile contro colui che ai più appariva come l' erede politico di Cesare, cioè Antonio, nella seconda Filippica mai recitata in Senato, Cicerone scriverà il giudizio storico più tormentato e denso di chiaroscuri che sia mai stato destinato al dittatore assassinato. «Aveva ingegno, spirito critico, memoria, cultura, applicazione, previdenza, diligenza. Aveva compiuto imprese di guerra, quantunque calamitose per la Repubblica, tuttavia grandi. Da anni e anni puntava al regno: alla fine, con uno sforzo immane, e a costo di grandi rischi, realizzò il suo proposito. Con donativi, distribuzioni di ricchezze e pasti pubblici aveva conquistato l' animo della massa, inesperta. Aveva legato a sé i suoi con i premi che concedeva loro, gli avversari con la maschera della clemenza. Che dire di più? Un po' col terrore, un po' contando sulla rassegnazione, aveva introdotto in un popolo libero l' assuefazione all' asservimento». Incurante che circolasse ancora la Pro Marcello, Cicerone chiude la Filippica rivolta contro Antonio con queste parole. Nelle quali, nonostante ogni riconoscimento o concessione vi sia controbilanciato da un vettore di segno opposto, può ravvisarsi un monumento al grande scomparso posto a fronte della pochezza del «nuovo che avanza» (avanzava anche allora).
(15 settembre 2009) - http://www.corriere.it

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