Italia, tante promesse e pochi contributi
Gli Obiettivi del Millennio, in materia di lotta alla fame e alla povertà, possono essere mantenuti e ampiamente superati.
Ormai è prassi: per dirsi soddisfatti del risultato di un
summit internazionale, i Paesi partecipanti se ne devono sempre uscire con una
dichiarazione di buoni intenti, la più ambiziosa e politically correct possibile.
FAO, G8 e quant'altro, ci siamo abituati come fosse una nenia. Oggi, com'è
giusto che sia, si fa un gran parlare del summit delle Nazioni Unite sugli
Obiettivi del Millennio di New York. Un incontro multilaterale che almeno ha il
pregio di essere prima di tutto una verifica rispetto a un impegno importante,
dichiarato 10 anni fa: eliminare la povertà estrema entro il 2015.
La Dichiarazione del Millennio del 2000 stabilì un programma preciso su cui
lavorare, tempi da rispettare, chi e come avrebbe dovuto fare il lavoro.
Guardando i dati, si può dire che in 10 anni alcuni progressi ci sono stati - e
questo emergerà dal summit - ma oltre a rilanciare bisognerà anche fare
attenzione a chi si prenderà il merito di quanto fatto fin'ora. La vera novità
del 2000 fu che gli 8 Obiettivi vennero affidati principalmente ai Paesi
poveri: 7 a
loro e uno solo a quelli ricchi. Insomma chi aveva il problema era incaricato
di risolverlo nel nome della diversità, secondo piani precisi, gestendo le
risorse messe a disposizione da altri. Molti Paesi negli anni si sono rivelati
virtuosi: Mozambico, Ghana, Ruanda e Tanzania per esempio, nonostante l'Africa
resti il continente più in ritardo. Anche in Asia si sono fatti passi
importanti, però c'è chi non ha fatto la sua parte, e anche in modo clamoroso.
Il punto otto ci fa riflettere, e arrabbiare. Si chiama "partenariato
globale per lo sviluppo" ed è la promessa dei Paesi più ricchi, tra cui
l'Italia naturalmente, di destinare entro il 2015 lo 0,7% del proprio Pil in
"Aiuto pubblico allo Sviluppo". Il Pil non misurerà la felicità, ma
in questo caso ci aiuta a misurare l'impegno dei nostri governi su quelle che
dovrebbero essere le loro priorità. Svezia, Norvegia, Lussemburgo, Danimarca,
Olanda e Belgio hanno già superato lo 0,7%. Gran Bretagna, Francia, Spagna e
Germania ci stanno lavorando. Gli altri molto meno, tanto che la media è
soltanto dello 0,31%. Tra l'altro, ieri Sarkozy in apertura ha rilanciato con
forza l'idea rivoluzionaria di una tassa globale sulle transazioni finanziarie.
E l'Italia? No, non siamo gli ultimi come da buoni maligni e disfattisti avrete
già pensato. Siamo penultimi, prima della Corea del Sud. Siamo allo 0,1%.
Si direbbe quasi che siamo i campioni nel fare promesse e non mantenerle,
oppure nel giochino di rifare sempre la stessa promessa a ogni summit, che
sembra il preferito dei ricchi. Nel 2005, durante il G8, ci siamo impegnati per
lo Sviluppo in Africa. Dopo quattro anni abbiamo raggiunto soltanto il 3% di
quanto promesso. E ciò che è stato detto dopo il G8 dell'Aquila? È innegabile
che siamo di fronte a una palese mancanza, speriamo non dettata da una precisa
strategia politica. La Fao
ci comunica che dopo continui aumenti, il numero degli affamati e dei denutriti
quest'anno finalmente è sceso sotto il miliardo. Forse hanno iniziato a fare
meglio il loro dovere, ma c'è poco da rallegrarsi perché restano oltre 900
milioni le persone in drammatica difficoltà, una cifra scandalosa. Inoltre sono
già piovute critiche da parte del mondo religioso e laico impegnato sul campo:
spesso queste cifre sono figlie di congiunture internazionali, non fotografano
realmente il problema. Una dichiarazione siffatta una settimana prima del
summit di New York suona tanto come un voler mettere le mani avanti.
Dove si è potuto intervenire con la formula della partnership prevista dalle
Nazioni Unite nel 2000, invece, le cose sembrano aver funzionato di più, sembra
la strada giusta. Ora, di fronte al mondo, l'Italia come giustifica la sua
indifferenza?
Ci risponderanno - se prima non daranno la colpa all'avversario politico di
turno - che viviamo in tempi di crisi e che nel 2000 non si poteva prevedere
cosa ci è piovuto tra capo e collo negli ultimi anni. Nonostante questo però
c'è stato chi il suo dovere l'ha fatto, anche in anticipo rispetto ai patti.
Forse i nostri grandi statisti non sono in grado di comprendere che un mondo in
cui si è sconfitta la povertà è un mondo migliore, in cui tutti trarrebbero
giovamento. Meno migrazioni, per esempio. Che bello spot sarebbero per la Lega, così preoccupata di chi
attraversa i nostri confini, gli aiuti umanitari di Governo, se fossero reali.
È desolante leggere le cronache politiche italiane, delle nostre beghe da
cortile, mentre a New York si parla di risolvere il problema della povertà
estrema.
In Italia la più attiva è sempre la società civile. C'è la campagna della
Coalizione Italiana contro la
Povertà, cui hanno aderito in tanti, che proprio in questi
giorni promuove l'adesione alla Campagna "Stand Up! Take Action!"
sugli Obiettivi del Millennio. L'anno scorso aderirono 173 milioni di persone
nel mondo e più di 800.000 mila in Italia: un italiano su settanta. La società
civile lo vuole, ma i Governi sembrano sordi, e sempre dalla parte dei ricchi.
Per esempio, come fanno le Nazioni Unite a tollerare che oggi nel mondo siano
in atto speculazioni finanziarie sulle materie prime alimentari? Ci sono fondi
finanziari internazionali che con una sola operazione sono in grado di
accaparrarsi intere percentuali della produzione mondiale di grano, riso o mais
e di bloccarle nei magazzini. Sono operazioni che andrebbero vietate,
controllate e poi punite a livello internazionale, perché si tratta di
speculazioni che se a noi poi costano l'aumento di qualche centesimo per un
chilo di pasta, per intere popolazioni invece rappresentano la fame. Proprio in
Mozambico, uno Stato che s'è distinto nell'impegno verso gli Obiettivi del
Millennio, nei giorni scorsi sono scoppiate rivolte per il pane. Un buon lavoro
di anni può essere vanificato con un clic per una transazione finanziaria.
Gli Obiettivi del Millennio, in materia di lotta alla fame e alla povertà,
possono essere mantenuti e ampiamente superati. Siamo la prima generazione
mondiale che ha tutti i mezzi per farcela. Si può davvero fare tanto con poco,
mentre l'Italia non fa niente.
la Repubblica 21/09/2010

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