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Italia 2010. Il pensiero smarrito

Le scienze sociali impantanate in questo nostro «tempo sospeso» tra l’autoreferenzialità, le identità in crisi e la sopraffazione del nuovo


Da uno sguardo sulla situazione delle scienze sociali in Italia si ricava una sensazione diffusa di distanza e di autoreferenzialità. Distanza, o difficoltà di individuazione, per quel che riguarda il proprio oggetto una società fattasi sempre più instabile, liquida, del rischio, dell’incertezza, secondo le definizioni correnti. Autoreferenzialità, per la fatica di identificare modalità e fini che consentano loro di collocarsi in forme adeguate nell’epoca che viviamo. Sembra quasi di trovarsi in un tempo sospeso, nel quale ovviamente ricorre spesso il termine «crisi», il cui esito sembra ancora più cercato che intravisto. Lo stesso ruolo delle scienze sociali finisce così con l’apparire rimpicciolito, per la mancanza di tracce forti per quanto riguarda il metodo, per il rivelarsi di eccessi di dipendenza da fattori esterni che investono, insieme, il tipo di ricerche e lo status degli studiosi.
Al tempo stesso, però, si manifesta una non trascurabile capacità reattiva di fronte alle dinamiche più significative, si tratti della crisi finanziaria o del mutamento radicale indotto dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche. Considerando questo panorama, tuttavia, si ha piuttosto l’impressione di una agenda dettata dall’esterno, governata più dall’attualità che da un coerente progetto di analisi della società italiana. Ma il peso dell’attualità finisce col giocare un ruolo positivo, perché individua questioni ineludibili e che sollecitano l’attenzione di discipline diverse. Si delineano così anche campi di ricerca unificanti, che spingono ad un lavoro comune a diverse discipline, anzi sfidano le stesse partizioni disciplinari. Si tratta, ad esempio, di tutte le questioni volte a disegnare il perimetro stesso dell’azione individuale, a individuare il senso che assume il legame sociale, a cogliere le nuove antropologie. La persona e il corpo assumono rilevanza particolare, e da qui si sviluppa una riflessione che porta alla dimensione del soggetto e alle impervie questioni dell’identità, alla cui definizione contribuiscono antropologi e sociologi, psicologi e giuristi. Si giunge così, più che ad una generica interdisciplinarietà delle ricerche, ad una attenzione reciproca.
Le difficoltà si manifestano quando bisogna poi passare dalle molteplicità delle ricerche alla ricostruzione di contesti e categorie più generali. Trascinati recalcitranti in un’altra modernità, molti studiosi sembrano quasi sopraffatti dal nuovo e si fermano al racconto delle novità, senza indagarne il senso più profondo. Diminuiscono così l’elaborazione teorica, la capacità di connessione comparativa interculturale, la propensione alla generalizzazione.
Tutto questo incide sul ruolo sociale degli studiosi, sulla capacità di contribuire alla costruzione del discorso pubblico, sul rapporto con la politica. Quest’ultimo è fortemente segnato dal disinteresse sempre più marcato dei politici, che davvero sta incentivando una «cultura» tutta italiana, fatta di approssimazione mediatica e di avversione al sapere critico che, anzi, appare sempre più spesso come un ostacolo da abbattere, come l’ultima forma di controllo di cui una politica povera e prepotente vuole liberarsi.

 

l’Unità 15.10.10

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