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Istruzioni per gli uomini davanti a un regime

Il premio Nobel e il comportamento di fronte a una dittatura: "Non è vero che non c´è nessuna differenza tra il venire a patti e il rifiutare le complicità"


 

Anticipiamo un brano dal libro del premio Nobel "In trappola", che esce oggi da Sellerio
on tutto quello che so del nazionalsocialismo, dello stalinismo, del socialismo post-stalinista, credo che gli esseri umani in tutte le dittature, per diverse che siano, si trovino di fronte essenzialmente alle stesse situazioni. Le elenco come ipotesi, sapendo che sono solo schizzi, che tra esse ci sono molte altre condizioni. E che nelle situazioni concrete le sfumature delle singole ipotesi si mescolano. Mi allontano con ciò dai testi letterari, cerco di trovare una sorta di visione d´insieme, per proiettare nell´Oggi i singoli Allora di questi testi. Poiché oggi molti di nuovo affermano, quando si parla della Ddr prima della caduta del muro, che non vi sarebbe nessuna differenza tra il venire a patti e il rifiutare.


1) Può essere:
Uno si mette a disposizione senza che glielo si chieda, volontariamente. Vuole una posizione e i privilegi connessi. A volte potrebbe essere solo un pezzo di pane più grosso. Tra i volontari non c´è in gioco nessuna paura ma solo il desiderio di riconoscimento e autorità. Il volontario vuole decidere degli altri, nonostante la sua mediocrità, di cui è consapevole ma che non ammetterà mai dinnanzi ad altri. (...)
Dirà poi che continua a credere nella giustizia delle sue azioni, che voleva il bene per tutti. E che questo era, di fatto, il bene, ma che non era stato capito ed era stato mal interpretato.


2) Può essere:
Uno si mette a disposizione perché glielo si chiede. Qui c´è già in gioco la paura e in testa un po´ di insicurezza, un po´ di coscienza sporca. E tuttavia lui si mette velocemente il cuore in pace, nota che ne valeva la pena. La coscienza sporca svanisce, perché la sua vita scorre senza intoppi e i giorni sono sicuri. La sua paura non scompare. Serve la trappola, diventa un colpevole pauroso. (...)
Dirà poi di aver sempre agito conformemente alle leggi in vigore. Che all´epoca era così e che col rifiuto non avrebbe potuto cambiare nulla. No – dirà – ciò non era bene, ma lui già allora non ci credeva e soffriva in silenzio. Ma in fin dei conti doveva guadagnarsi da vivere e bisognava dar da mangiare alla famiglia e inoltre – dirà – lui è cambiato. Avrà uno sguardo contrito e parlerà prudentemente piano, e tuttavia in ogni frase una parolina di allora lo tradirà. Non lo noterà.


3) Può essere:
Uno si metterebbe a disposizione ma non si chiede di lui. Non dichiara la sua appartenenza allo stato. Non ne sente nessuna. Ma, qualora lo si richiedesse, affermerebbe il contrario e si metterebbe subito a disposizione. Direbbe che si era già da tempo proposto di dichiarare la sua appartenenza. Che purtroppo non aveva potuto trovare la spinta per farlo. Che si rallegrava che finalmente si chiedesse di lui. Che aveva ora la possibilità di fare ciò che per lui era già da tempo un bisogno.
La partecipazione gli viene risparmiata. Sa che non si conta su di lui, che questo è un bene, ma è anche un rischio costante. È combattuto ogni giorno tra due opposte paure: la paura per l´oggi, la paura per il dopo. Oggi gli si potrebbe chiedere: Perché non ti sei messo a nostra disposizione? Dopo gli si potrebbe chiedere: Perché ti sei messo a loro disposizione? Vive timidamente. Non vuole necessariamente piacere allo stato, ma in nessun caso dispiacergli. Vive assente e muto. Diventa complice. (...) Il complice poi dirà, senza che sia stato interrogato, di aver sempre espresso il suo parere senza paura. E alla domanda sul perché non fosse perciò caduto in trappola, risponderà con un´alzata di spalle: Mah! Non era poi così grama all´epoca.


4) Può essere:
Uno non si mette a disposizione. Glielo si chiede e lui rifiuta. O non glielo si chiede più, è già troppo tardi per lo Stato. Poiché egli dice, senza che glielo si chieda e ben chiaro, quel che pensa. E se per caso tace, si sa che è ancora peggio. È uno che rifiuta e diventa nemico dello Stato. (...)
Se, dopo la caduta del regime, non è stato in qualche modo danneggiato, è morto. La morte avvenuta in prigione è stata registrata come arresto cardiaco. L´essere investiti da una macchina liquidato come incidente. L´uccisione per mezzo di defenestrazione, impiccagione, annegamento, inscenata dai colpevoli paurosi come suicidio. Gli amici lo sanno ma non sanno come provarlo, l´autopsia è stata negata. Se è stato solo danneggiato, dunque vive, ha morti nella sua piccola cerchia di amici. Ha anche fatto spesso esperienza di minacce di morte. E per il resto dei suoi giorni si chiederà perché la trappola sia scattata per gli altri e non per lui. Non può scorgere per quale ragione i colpevoli abbiano in certi casi solo preso in considerazione l´uccisione e per quale ragione invece l´abbiano in altri casi commessa. Dal momento che egli si nega al regime, si nega anche alla logica dei suoi apparati e non la capisce. (...)


Dei quattro tipi di persone abbozzati, ciascuno può essere uno scrittore. Ma solo l´ultimo tipo nominato non ha nessuna facilità a scrivere. Ciò che egli scrive deve percorrere ancora una volta quegli stessi gironi in cui è stato scaraventato l´essere-ancora-in-vita. Quel che poi sta su un foglio non è letteratura nel senso comune, ma il ricadere su di sé. È uno scrivere così angusto e senza via d´uscita come il pericolo stesso. Alla lettura la trappola scatta di nuovo. L´ammirazione di questi testi fa male. Alla lettura entra in gioco la paura. Paura retrospettiva per l´autore, ma anche paura per se stessi.
2009 © Herta Müller / Carl Hanser Verlag München 2010
© Sellerio editore via Siracusa 50 Palermo

 

Repubblica 22.10.10

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