Istanbul, la città dove tutti sono stranieri
A Istanbul anche le cose hanno una loro storia segreta: esattamente come la gente che da migliaia di anni vive nella città, che si è integrata con i nuovi arrivati e insieme a questi è stata esclusa, rifiutata, emarginata, dimenticata e cacciata.
Sono nato a Istanbul, dove vivo da cinquantasei anni. Fatta eccezione per tre anni trascorsi a New York, non ho mai vissuto altrove. Per me non esiste altra città, altra vita, che possa essere paragonata a Istanbul. Ci sono dei giorni che mi sento fortunato per il solo fatto di essere nato qui: le strade di Istanbul brulicano di così tante storie che da sole basterebbero a ispirare migliaia di scrittori per centinaia di anni. Altre volte questa stessa ricchezza mi fa sentire inadeguato.
Nel mio libro Istanbul ho citato, tra gli altri, autori come Conrad, Nabokov o Naipaul: sono scrittori che hanno cambiato città e paese, lasciandosi alle spalle continenti e civiltà, e sono riusciti a vedere il mondo dalla finestra di un’altra lingua. Io, invece, dopo cinquantasei anni vivo ancora nello stesso palazzo di famiglia in cui sono venuto alla luce e da dove la sera, dalla solita finestra, guardo il solito viale. Nel punto in cui la strada scompare dietro una curva, tra i rami del solito platano - è lì da settant’anni - intravedo le luci della bottega di Alaadin che da cinquanta anni vende sigarette e tutte le sue mille cianfrusaglie. In certe sere d’estate, quando dal mare si solleva una brezza leggera, questo mio attaccamento al posto di sempre, alla strada di sempre e, addirittura, all’edificio di sempre, mi fa stare male: il senso di colpa mi avvelena come il catrame delle sigarette che un tempo fumavo tanto incautamente. Eppure non ho rimorsi: no, ciò che provo è qualcosa di simile a una rassegnata accettazione.
In fondo questa accettazione è un atteggiamento tipico della gente di Istanbul. Sostenere che non è cambiato nulla, che è tutto come prima - come facevano gli adulti quando ero ragazzo io - quando basta anche solo un’occhiata distratta alla città per rendersi conto che tutto è barbaramente mutato, è tipico di Istanbul. Anzi, direi che è una conseguenza inevitabile dell’essere di Istanbul. In mezzo secolo la Istanbul della mia infanzia, una città dall’aspetto provinciale e logoro di un milione di anime, si è trasformata in una metropoli di dieci milioni di abitanti. Sono sorti quartieri lontani e bizzarri in cui non ho mai messo piede e che conosco solo per averne letto sui giornali. Sono borghi così diversi e distanti dai miei che, pur essendo parte integrante della città, dalla mia finestra si possono a malapena intuire. Le strade di quando ero bambino sono così affollate e pulsanti di vita che all’epoca non avrei potuto neanche sognarle.
Vedere così tante persone entusiaste per queste nuove condizioni di vita passeggiare lungo quei marciapiedi affollati, mi fa percepire l’atrocità di ciò che chiamiamo «storia». Da piccolo, guardando fuori dalla finestra di casa mia, tra i rami del platano e le foglie del tiglio, vedevo i tram passare lungo viale Tes¸vikiye. In seguito i sampietrini furono tolti e i binari ricoperti dall’asfalto. Dieci anni dopo lo smantellamento della linea tranviaria venne rifatto l’impianto elettrico per i nuovi filobus di produzione italiana. Mi ricordo le aste di quei filobus: non passava giorno che non si staccassero dalla loro sede e cadessero a terra. Poi un giorno scomparvero anche i filobus.
Vivere, come ho fatto io, per mezzo secolo in una stessa città restandole fedele come si resta fedele a un destino, rende la città una parte del corpo e dell’anima di chi la abita. I cambiamenti nelle strade, i negozi e i locali che chiudono (i cinema più importanti della mia infanzia hanno chiuso i battenti, il negozio di giocattoli e la libreria in cui ero solito andare più spesso non ci sono più), all’inizio vengono accolti dalla gente con un misto di tristezza e infantile sgomento, come accade per le ferite, gli ascessi o in generale il decadimento fisico; solo in seguito subentra la rassegnazione, la stessa rassegnazione che si prova di fronte al cambiamento del proprio corpo.
Ma non è delle ricchezze o delle profondità di Istanbul che voglio parlarvi qui: ciò che mi preme raccontarvi è l’anima di Istanbul. Per me l’anima di Istanbul è come una buona amica che mi è sempre accanto e che riflette le mie gioie e le mie tristezze. Ma le città hanno un’anima? E se sì, cosa costituisce l’anima di una città? La sua grandezza, la sua cultura, la sua storia? L’immagine delle sue strade e dei suoi palazzi scolpita nella nostra memoria? Le sue folle o i suoi silenzi? Dove la riconoscete? Nelle sue giornate di nebbia o in quelle di sole? Lungo il fiume che l’attraversa o, come nel caso di Istanbul, sulle sponde del mare che penetra fin nel cuore dell’abitato? Dove avvertite la sua anima? Guardandola dall’alto di una collina o ascoltandone il mormorio in un sottopassaggio? Immersi nell’umidità del suo respiro? Forse l’anima di una città è ciò che avvertiamo la notte mentre, tutti insieme, ci agitiamo nervosi nel letto come animali stanchi, cullati dal suono delle sirene delle navi nella nebbia.
Sono convinto di una cosa: quest’anima non solo esiste, ma è in perenne mutamento e con essa si trasforma l’identità della città. La nuova e fiorente Istanbul di oggi non ha nulla a che fare con la città triste e provinciale di quando ero bambino. Vivere a Istanbul mi ricorda quanta solitudine può esserci in una folla. Nel suo mormorio interminabile percepisco le voci e il respiro della gente sfibrata, nelle strade ritrovo il fascino della vita, ma anche un sentimento di futilità, di vanità. Quel lasciarsi andare nella consapevolezza che mai nulla sarà integro, completo, perfetto.
Quello scoramento che prende nel vedere come ogni cosa - la gente e le cose, le botteghe e le strade, i sogni e le speranze - logorandosi lentamente diventi simile all’altra, come su tutto e tutti governi un incontenibile divenire, un inarrestabile dinamismo che porta tanto la varietà, la diversità, quanto la confusione. Quando nelle sere d’estate si smorza il rombo delle automobili e degli autobus affollati che, coperti di polvere e avvolti dal fumo delle marmitte, riportano a casa la gente sudata e stanca, quando si fa scura la luce aranciata che avvolge la città al tramonto e in milioni di case si accende il riflesso blu dei televisori (quando cioè le donne si accingono a friggere le melanzane), ecco: in quei momenti, nella quiete che copre la città, percepisco l’anima di Istanbul.
È la stessa che avverto in un freddo mezzogiorno d’autunno, in mezzo al caos della metropoli in fermento, quando tra le navi di passaggio scorgo un pescatore solitario intento lavorare sulla sua piccola e vecchia barchetta. Si direbbe che l’impressione della città, le sue strade, i suoi ricordi, siano diversi per chi ci vive e per chi è solo di passaggio; così come sono diverse le strade che attraversiamo, le scuole che frequentiamo, le navi su cui ci si imbarca, le stanze dove lavoriamo, le case in cui viviamo, così a prima vista dovrebbe essere diversa per ciascuno di noi l’anima della città. Tuttavia, allo stesso modo in cui gli abitanti di Istanbul alla fine cominciano ad assomigliarsi, anche l’anima della città, quest’amica che ognuno si porta dentro, è, nella sua parte più profonda e più vera, uguale per tutti.
A Istanbul tutti sono estranei e per questo tutti sono soli. I Turchi, o meglio gli Ottomani (c’erano anche Cristiani nell’esercito ottomano che conquistò la città) o chiunque essi fossero, erano estranei perché si ritrovarono di fronte una città già esistente, con una lunga storia alle spalle. Così come erano estranei alla città i signori ottomani che la governarono per ottocento anni, dal momento che provenivano da fuori. In una città che in mezzo secolo è passata da unoa dieci milioni di abitanti, i nove decimi della popolazione ne sono estranei. Per questomotivo, sin da che ricordi, chiunque incontro per strada, sugli autobus o sui dolmus¸, mi chiede di dove sono: lo fanno tutti a Istanbul, è la prima cosa che si dice quando si conosce qualcuno.
La prima dopo essersi lamentati del brutto tempo, ovviamente. Se comeme ammetterete, quasi con pudore, che siete di Istanbul, immediatamente vi sommergeranno di domande su vostro padre, il padre di vostro padre e tutti i parenti da parte di madre. Tuttavia capisco che non è nemmeno questo a generare quel senso di diffusa estraneità e di solitudine che plasma l’anima di Istanbul. No: il segreto della città è l’assenza di una classificazione, di un ordine, un’organizzazione che sia conoscibile e comprensibile ai suoi stessi abitanti. Tutti qui vivono come stranieri a casa loro, semplicemente intuendo (senza perciò riuscire ad appropriarsene) l’immenso patrimonio della città, la sconfinata e caotica eredità delle civiltà che vi si sono avvicendate. È da quando son bambino che sento dire: «Gli stranieri ci conoscono meglio di noi».
In questa espressione riferita ai turisti che girano con la guida tra le mani, più che rimpianto c’è la supponenza e il sarcasmo riservato alle persone che cercano di conoscere, classificare e comprendere il marasma della città, che tentano di dare un ordine al caos. A Istanbul non esiste un museo della città. Ci sono, certo, molti musei ma sembrano più interessati a conservare semplicemente degli oggetti preziosi che a comprendere e raccontare sul serio il passato di Istanbul. A fare una sorta di museo della città ci provò L’Enciclopedia di Istanbul di Res¸at Ekrem Koçu, un celebre storico innamorato di Istanbul, che la scrisse eroicamente in solitudine e la pubblicò negli anni Cinquanta, quando io ero piccolo. E infatti assomiglia più al suo oggetto, a Istanbul, che a una vera enciclopedia: non solo è incompleta (arriva fino alla lettera H), ma è anche bizzarra e disordinata come la materia di cui tratta. L’autore, invece di passare ordinatamente in rassegna le informazioni più importanti sulla città, come ci si aspetterebbe da un’enciclopedia, elevò a oggetto della trattazione i suoi compagni di bevute, le loro storie e le loro passioni, quasi fossero icone della cultura popolare.
Le tante piccole botteghe sparse per la città sono uno di quei posti in cui fin da piccolo avvertivo più intensamente l’anima di Istanbul, un’anima che ci accomuna e ci rende simili, anche quando proviamo a resisterle. Guardando le ampolle colorate, le scatole e i barattoli nelle profumerie - o dovrei dire nelle farmacie? - sento che a formare l’anima di Istanbul non è solo la sua storia, ma anche la confusione sconfinata dei sentimenti e dei sogni di chi la abita. Le botteghe del Beyoglu, dove mia madre ci portava quand’ero bambino, quelle dei Greci, degli Armeni e delle altre minoranze linguistiche vietate, mi facevano intuire l’enorme ricchezza delle diverse culture che alimentano la città.
A Istanbul anche le cose hanno una loro storia segreta: esattamente come la gente che da migliaia di anni vive nella città, che si è integrata con i nuovi arrivati e insieme a questi è stata esclusa, rifiutata, emarginata, dimenticata e cacciata. A volte quando, fermo davanti a una vetrina durante una delle mie passeggiate senza meta per le strade, osservo gli oggetti curiosi, vecchi e nuovi, giunti nelle vetrine dei negozi cittadini dai Balcani, dall’Europa, talvolta persino dall’Oriente, e messi l’uno accanto all’altro senza nessun ordine, senza nessuna considerazione per la loro storia o provenienza, ecco, proprio in quel momento sento da qualche parte agitarsi l’anima triste della mia città.
Trad. Barbara La Rosa Salim
©2009, Orhan Pamuk
http://www.lastampa.it - 16/5/2009

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