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Io ladro di libri per colpa di Albert Camus

"Volevo leggere tutto e a lungo continuai con i furti, ma un giorno mi beccarono"

 


Esce una raccolta di saggi dell´autore cileno, tra cui un autoritratto e una confessione sul passato di ladro nelle librerie
Pubblichiamo due brani tratti dal libro "Tra parentesi" che esce oggi per Adelphi

 

Sono nato nel 1953, l´anno in cui morirono Stalin e Dylan Thomas. Nel 1973 fui incarcerato per otto giorni dai militari golpisti del mio paese, e nella palestra dove venivano tenuti i prigionieri politici trovai una rivista inglese con un reportage fotografico sulla casa di Dylan Thomas nel Galles. Io credevo che Dylan Thomas fosse morto povero e quella casa mi parve magnifica, come una casa incantata nel bosco. Di reportage su Stalin non ce n´erano. Ma quella notte sognai Stalin e Dylan Thomas: erano in un bar di Città del Messico, seduti a un tavolino rotondo, un tavolino di quelli per fare a braccio di ferro, solo che non facevano a braccio di ferro, facevano a chi reggeva meglio l´alcol. Il poeta gallese beveva whisky e il dittatore sovietico vodka. Con il procedere del sogno l´unico ad avere la nausea e a sentirsi sempre peggio ero io. Questo per quanto riguarda la mia nascita.

Per quanto riguarda i miei libri devo dire che ho pubblicato cinque raccolte di poesie, un libro di racconti e sette romanzi. Le mie poesie non le conosce quasi nessuno, il che probabilmente è un bene. I miei libri di prosa hanno un certo numero di lettori fedeli, il che probabilmente è immeritato. In Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce (1984, scritto in collaborazione con Antoni García Porta) parlo della violenza. Nella Pista di ghiaccio (1993) parlo della bellezza, che dura poco e finisce quasi sempre in modo disastroso. Nella Letteratura nazista in America (1996) parlo della miseria e della sovranità della pratica letteraria. In Stella distante (1996) tento un approccio, molto modesto, al male assoluto. Nei Detective selvaggi (1998) parlo dell´avventura, che è sempre inaspettata. In Amuleto (1999) cerco di consegnare al lettore la voce esaltata di un´uruguaiana con una vocazione da greca. Tralascio il mio terzo romanzo, Monsieur Pain, il cui tema è indecifrabile.

Anche se da più di vent´anni vivo in Europa, la mia sola nazionalità è quella cilena, ma ciò non impedisce che io mi senta profondamente spagnolo e latinoamericano. Nel corso della mia vita ho vissuto in tre paesi diversi: Cile, Messico e Spagna. Ho fatto quasi tutti i mestieri, tranne i tre o quattro che chiunque abbia un minimo di decoro rifiuterà sempre di esercitare. Mia moglie si chiama Carolina López e mio figlio Lautaro Bolaño. Entrambi sono catalani. In Catalogna, inoltre, ho appreso la difficile arte della tolleranza. Sono molto più felice quando leggo che quando scrivo.
***
Chi ne ha il coraggio
I libri che più ricordo sono quelli che rubai a Città del Messico fra i sedici e i diciannove anni, e quelli che comprai in Cile quando avevo vent´anni, nei primi mesi dopo il golpe. A Città del Messico c´era una libreria straordinaria. Si chiamava la Librería de Cristal ed era al parco dell´Alameda. Le pareti, perfino il soffitto, erano di vetro. Vetro e travi di ferro. A vederla da fuori pareva impossibile che si potesse rubare un libro lì dentro. Eppure la tentazione fu più forte della prudenza e dopo un po´ ci provai. Il primo libro che mi capitò fra le mani fu un volumetto di Pierre Louÿs, con le pagine sottili di carta bibbia, non so più se fosse Afrodite o Le canzoni di Bilitis. So che avevo sedici anni e che per un po´ Louÿs divenne il mio maestro. Poi rubai libri di Max Beerbohm (L´ipocrita felice), di Champfleury, di Samuel Pepys, dei fratelli Goncourt, di Alphonse Daudet, dei messicani Rulfo e Arreola, che allora erano, a modo loro, ancora attivi, e che quindi avrei potuto perfino incontrare un mattino qualunque sull´affollata Avenida Niño Perdido, una strada che oggi le cartine di Città del Messico mi nascondono, come se fosse esistita solo nella mia immaginazione o come se davvero, con i suoi negozi sotterranei e i suoi spettacoli, si fosse perduta, proprio come mi ero perduto io a sedici anni.

 

Di quelle brume, di quegli assalti furtivi, ricordo molti libri di poesie. Libri di Amado Nervo, di Alfonso Reyes, di Renato Leduc, di Gilberto Owen, di Huerta e di Tablada, e di poeti nordamericani come General William Booth Enters Into Heaven del grande Vachel Lindsay. Ma fu un romanzo a tirarmi fuori dall´inferno e a gettarmici di nuovo. Quel romanzo è La caduta di Camus, e tutto quel che lo riguarda me lo ricordo come intrappolato in una luce spettrale, di crepuscolo immobile, anche se lo lessi, lo divorai, nella luce di quelle mattine privilegiate di Città del Messico, che sono o erano di una luminosità rossa e verde assediata dai rumori, su una panchina dell´Alameda, senza un soldo in tasca e con tutta la giornata, ossia tutta la vita, davanti.

 

Dopo Camus cambiò tutto. Ricordo la copia del libro: era stampato a caratteri molto grandi, come un abbecedario, di poche pagine, rilegato e con un disegno orrendo in copertina, un libro difficile da sottrarre che non sapevo se nascondere sotto l´ascella o dietro la schiena, perché mal si adattava alla mia giacchetta da liceale che ha marinato la scuola, e che alla fine portai via sotto gli occhi di tutti i commessi della Librería de Cristal, che è uno dei modi migliori per rubare, come avevo appreso da un racconto di Edgar Allan Poe. Di lì in poi, da quel furto e da quella lettura, da lettore prudente divenni lettore vorace, e da ladro di libri divenni rapinatore di libri. Volevo leggere tutto, e questo, nella mia ingenuità, equivaleva a voler scoprire o tentare di scoprire quale meccanismo del caso avesse spinto il personaggio di Camus ad accettare il suo atroce destino.

 

Contro ogni pronostico, la mia carriera di rapinatore di libri fu lunga e proficua, ma un giorno mi beccarono. Per fortuna non fu alla Librería de Cristal ma alla Librería del Sótano, che si trova o si trovava di fronte all´Alameda, in Avenida Juárez, e che come dice il suo nome era un seminterrato di dimensioni considerevoli nel quale si impilavano lucenti le ultime novità arrivate da Buenos Aires o da Barcellona. Il mio arresto fu ignominioso. Sembrava che i samurai della libreria avessero messo una taglia sulla mia testa. Minacciarono di farmi espellere dal paese, di riempirmi di botte nei sotterranei della Librería del Sótano, cosa che a me suonò come se quei neofilosofi parlassero fra loro della distruzione della distruzione, e alla fine, dopo lungo confabulare, mi rimisero in libertà, non senza appropriarsi di tutti i libri in mio possesso, fra i quali c´era La caduta, e nessuno dei quali avevo rubato lì.
(Traduzione di Maria Nicola)

 

http://www.repubblica.it  20.1.10

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