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inconscio

Io, il paziente perfetto

La mia prima rudimentale figura di terapeuta: la portinaia del palazzo.

 

 

Il mio inconscio è un reperto archeologico nel quale un osservatore attento può trovare tracce stratificate di una trentennale storia clinica che spazia dai freudiani agli junghiani ai lacaniani e perfino ai famigerati comportamentisti. La mia carriera di paziente in cura è cominciata a otto anni.

Uno strano malessere che faceva su e giù all´altezza del plesso solare in prossimità del pranzo e della cena mi attanagliava e mi impediva di mangiare. Fu in quell´occasione che ebbi il mio primo incontro con una rudimentale figura di terapeuta: la portinaia del palazzo. Mi fermavo a parlare con lei, una signora ebrea poco loquace ma dotata di un bel sorriso e di un robusto buon senso.

Da lei si intrattenevano altre figure solitarie, querule zitelle e vedovi angustiati, e anche un ragazzino manesco che solo in sua presenza sembrava calmarsi. Il setting che si svolgeva in una guardiola poco illuminata aveva anche le sue brave regole: mai fuori dell´orario di portineria e a bassa voce. E dunque non è un paradosso. È lì che ho vissuto il mio primo transfert. Da adolescente i miei mi obbligarono ad alcune rare incursioni nello studio di uno psichiatra.

 


Per me e i miei genitori, che nulla sapevano di psicoanalisi, quello era un vero medico, dotato di scrivania di noce, martelletto per i riflessi, pila per il controllo delle pupille e il cui sapere rassicurante aveva come espressione manifesta il famigerato ricettario dove la sua firma di officiante di un´autentica scienza campeggiava sotto i farmaci prescritti.
Nulla di tutto questo in analisi, cominciata qualche anno dopo. Quella stanza svuotata di qualsiasi autorevolezza clinica era piena solo di parole e fantasmi, immagini e sogni, sotto il controllo paziente di un "tecnico dell´inconscio" che aveva con i miei sintomi, il malessere e la mia angoscia, un rapporto di comprensione, privo di pregiudizi. Io e il mio analista imparavamo uno straordinario «gioco linguistico» - che è la vera grande rivoluzionaria scoperta di Freud - in cui ricostruendo assieme pezzi inghiottiti della mia biografia rendevamo attivo quel processo che mi avrebbe portato col tempo - e mai in modo definitivo - ad accettare che nessuno è depositario del segreto della tua guarigione.


Il percorso è lungo, dispendioso, accidentato. Ma non ho conosciuto altre scorciatoie. La psicoanalisi non è una filosofia di vita che dà senso alla tua esistenza. Non è un pieno che riempie una lacuna. Per quello ci sono il buddismo, lo yoga, la religione, il turismo orientale. La guarigione stessa è solo un limite che si sposta come quando guardiamo l´orizzonte. A un certo punto accade. Assomiglia allo sgretolamento di un muro. Un muro che ci difendeva dalla vista insopportabile del mondo «così come è», nudo e crudo, e che ora possiamo finalmente guardare con i nostri occhi senza temere di esserne sopraffatti.


Certo nel corso del mio trentennale girovagare tra uno studio e l´altro sono stato un paziente tutt´altro che fedele. Ho persino avuto per tre mesi due analisti in contemporanea. Un freudiano e uno junghiano. Ero un politeista alla ricerca ansiosa di un monoteismo da abbracciare e mettevo ingenuamente a confronto i vantaggi dei riti più diversi. Sono stato colpito dal virus lacaniano. Per un anno sembrava che parlassi con le maiuscole. Il Desiderio, l´Altro, il Significante. E ancora una breve e intensa partecipazione a un gruppo terapeutico presso un´analista seguace di Winnicot. Esperienza che non ebbe alcun effetto sui sintomi ma che mi permise di conoscere una ragazza più nevrotica di me e della quale divenni amante e vice-terapeuta.


Ero ancora un paziente nevrotico, ma dotato di un sapere minuzioso che elargivo con generosità ad amici e fidanzate. Come quegli ipocondriaci che pensano di vincere la malattia immaginaria trasformandosi in medici dilettanti. A trent´anni finalmente l´incontro con un vecchio analista junghiano, un ebreo polacco che, per inciso, era nato nella stessa città del ginecologo di mia madre, anch´egli ebreo: semplice coincidenza o sincronicità junghiana? All´inizio ero ancora talmente immerso nello studio del Significante lacaniano che i primi sei mesi di sedute, invece di affrontare dolorosamente gli effetti catastrofici di un´autostima ridotta a zero - quello che il mio analista chiamava il mio Sé schifoso - ero io a tenere dotte lezioni al terapeuta sulle Macchine Desideranti di Deleuze e Guattari dei quali avevo seguito una e una sola lezione presso il Dams di Bologna.

 

Ebbene dopo sei mesi di farneticanti conferenze lentamente cominciai a scoprirmi e a raccontare qualcosa di me. Tutto cominciò con un sogno di pipistrelli e colombe che il terapeuta accolse con un sorridente: «Ecco questa è la prima moneta d´oro da infilare nel salvadanaio».
E invece, da sempre, una naturale diffidenza verso la cosiddetta psicoanalisi dell´Io che ha in America la sua culla e nei film di Woody Allen la sua caricatura più appropriata. Una psicoanalisi ridotta a ortopedia dell´io, tecnica di adattamento, normalizzante e felicemente convinta che l´american way of life sia la vita stessa.


In questi giorni ho iniziato la mia quinta terapia. L´archeologo che si imbatterà nel mio inconscio scoprirà le tracce di una bonaria e sorridente diffidenza e una disponibilità ironica verso questo nuovo viaggio. Segno che il muro comincia a mostrare le sue crepe.

 

 http://www.repubblica.it   3.1.10

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