Io e Vargas Llosa Un maestro sull’altalena della politica
Ci innamorammo presto di Vargas Llosa, che ci sembrò anzi la giusta alternativa al barocco e compiacente Garcìa Màrquez
Non ci siamo mai fidati dei giurati del Nobel, personaggi abbastanza squallidini come sono in genere gli intellettuali di professione e di potere e in particolare quelli di specie accademica. E non ci fidiamo troppo degli scrittori «impegnati». Alla parola impegno corrisponde in spagnolo compromiso, che parla di compromissione nella realtà e nella storia, mentre la parola compromesso ha nella lingua italiana un significato diverso, e rivela dell’altra faccia dell’impegno e del «compromettersi nella realtà», quella del «compromesso col potere». Non ci fidiamo neanche dei giornalisti – della stragrande maggioranza della categoria – sottoposti, i più consenzienti, ai voleri di chi finanzia la stampa, e che non possono mai essere i poveri.
Ma questa volta, all’annuncio del Nobel 2010 per la letteratura, non ce la sentiamo di reagire con la solita mistura di noncuranza o fastidio, o perfino, talvolta, di arroganza di fronte a certi premi mal dati, con motivazioni così coerenti all’ipocrisia e al conformismo di massa di un’epoca da risultarci scandalose. Mario Vargas Llosa non è uno scrittore qualsiasi, ha un passato e una storia, ha molto vissuto e affrontato scelte non facili. La sua decadenza – al cui culmine o quasi gli arriva la consacrazione più ufficiale di tutte – non ha giustificazioni se non nella sua ambizione di esserci e di contare, di imporsi non soltanto come scrittore, ma come politico. Avremmo, per esempio, dovuto esser contenti della raccolta di suoi scritti che Berardinelli ha intitolato Da Sartre a Camus , uscita molto di recente per Libri Scheiwiller, ed essa ci ha invece lasciato insoddisfatti e dubbiosi perché quando Vargas Llosa amava molto più Sartre di Camus ha scritto dei grandi romanzi, e oggi che ha scoperto, bontà sua, la superiorità e grandezza di Camus, scrive romanzi mediocri, sempre di grande sapienza strutturale e linguistica ma di povera ispirazione e necessità. Si dubita insomma del suo amore per Camus, e si direbbe che non ne abbia capito l’essenziale, come peraltro molti altri.
Il rigore politico, che a noi pare rivoluzionario, di Camus viene scambiato per il solito anticomunismo invece che per l’aspirazione a un socialismo che tenga conto della complessità del reale, ma pur sempre a partire dai bisogni e dai desideri di chi sta in basso e non dalle esigenze, non sempre legittime, di chi sta in alto o subito sotto l’alto. In questo senso le aspirazioni al socialismo sono e resteranno eterne, nella minoranza più cosciente del genere umano, nonostante tutti i possibili tradimenti del socialismo «irreale» e bolscevico, non solo sovietico.
Ci innamorammo presto di Vargas Llosa, che ci sembrò anzi la giusta alternativa al barocco e compiacente Garcìa Màrquez, finito come un volgare playboy intellettuale della Terza Internazionale in tutti i salotti del potere, da quello yankee a quelli castristi a quelli dei ricchi europei sognatori di rivoluzioni fatte da altri, e forse ci innamorammo di Llosa anche perché ci disamorammo presto di Marquez. E poi, se non altro, le conversioni politiche di Vargas Llosa comportavano qualcosa di molto forte e rischioso, perché erano pur sempre interne a una visione fortemente riformatrice della situazione del suo paese. Ma che differenza dal Vargas Llosa che avevamo conosciuto nei suoi anni buoni (anche personalmente: ricordo un viaggio a Torino con lui e Fachinelli per assistere allo scontro a palazzo Campana occupato tra i boss dell’Università e un giovane Viale – biondo angelo sterminatore nella sua fredda e implacabile requisitoria contro i «baroni» che erano entrati in aula piuttosto sicuri di sé e che reagirono con il massimo dello sconcerto – e ricordo la curiosità e serietà di Vargas Llosa ma soprattutto il fanciullesco entusiasmo di Fachinelli. Leggemmo La città e i cani con entusiasmo e poi La casa verde, e Conversazione nella cattedrale, grandi romanzi e grandi romanzi «politici», che entravano nel merito delle dittature e delle democrazie, delle classi e del potere, delle oppressioni e delle rivolte. E leggemmo le cose minori e di prova (I cuccioli, I capi) e continuammo a entusiasmaci per i romanzi ironici, acuti e spassosi, come La zia Julia e lo scribacchino, e per la grande sceneggiatura sul Nordeste del Brasile che avrebbe dovuto dirigere un grande regista dimenticato, Ruy Guerra, e che si trasformò in un romanzo non indegno dei modelli brasiliani, La guerra della fine del mondo. Ci sembrò anzi una gran cosa anche l’internazionalismo di Llosa, che correva agilmente l’America latina e l’altra ma anche l’Europa, e che sapeva collegare i fenomeni tra loro e capire i dilemmi di una storia delle rivoluzioni che appartenevano anche a noi. Molti reagirono male a quello che io considero il suo ultimo capolavoro, Storia di Mayta, la biografia di un dirigente politico rivoluzionario e comunista latino-americano venuto dal basso. Era un personaggio immaginario che non riusciva a conciliare le sue contraddizioni di classe e di cultura e perfino sessuali con il «modello» che doveva incarnare e con l’ossequienza al Partito. Le ragioni della vita più forti di quelle della politica, e la lucidità dello scrittore nel raccontare il loro dissidio ne facevano una storia esemplare di migliaia di altre di militanti, costretti dentro la rigidità degli schieramenti e la chiusura delle morali. Un altro motivo per «volergli bene» era il suo amore (apolitico) per Borges ma anche quello (politico) per uno dei suoi maestri diretti, l’antropologo e romanziere peruviano José Maria Arguedas autore del capolavoro di quella letteratura, I fiumi profondi, che avevo scoperto con indimenticabile emozione e con il quale ero riuscito a intrattenere un brevissimo scambio epistolare prima che si desse la morte nel 1969. Con Mayta eravamo al 1984 e di Nobel non si parlava, per uno scrittore refrattario alle mode e che sapeva creare il giusto corto circuito tra la letteratura latino-americana e quella europea e mondiale. La fine delle speranze rivoluzionarie nel semicontinente, dal fallimento del progetto di Allende nel sanguinoso golpe cileno alla ipocrita dittatura castrista che si diceva ancora «di sinistra», le delusioni che la sinistra gli ha dato (che ci ha dato, non senza la nostra parziale collaborazione) spiegano in buona parte la svolta di Vargas Llosa ma non gli permettono, ci pare, di poterla chiamare camusiana. Lo tiene lontano, sempre più lontano da Camus la sua rivendicazione di appartenenza borghese, la sua distanza sempre crescente da «los de abajo». Questo è un dato fondamentale, e la stessa cosa è accaduta in questi decenni a tanti grandi intellettuali diventati «uomini di successo» e star internazionali anche se il caso di Llosa è più amaro e più comprensibile, diciamo pure meno volgare. Perché Mario Vargas Llosa ha scelto la destra per via dell’ignobilità della sinistra. Come, è accaduto ad altri nel mondo e in chiave più meschina, anche in Italia. La caduta di Vargas Llosa è premiata col trionfo del Nobel, che di solito si vuole, visibilmente, un premio molto «di sinistra». Tutto si tiene, la confusione sotto il sole non è grande.
http://www.unita.it 13 ottobre 2010

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