Io, Beniamino e gli anni '70: così Placido voleva fermare i giovani del movimento.
La scomparsa di Beniamino Placido.
Ricordiamo Beniamino Placido per motivi affettivi, ma anche
perché – per chi troppo giovane ne ha scarso ricordo – è stato una figura di
intellettuale e “comunicatore” italiano importante ed esemplare. Negli anni
settanta, ancora anni caldi e intensissimi, Beniamino Placido collaborava
assiduamente con la casa editrice Samonà e Savelli, che era di fatto la casa
editrice principale del «movimento», e fu così che entrò in contatto con la
rivista «Ombre rosse» e vi collaborò (memorabile una sua lettura del film Il
cacciatore, controcorrente rispetto alle idee e alle prevenzioni dei
militanti), come anche la sua compagna Nadia Fusini, ottima studiosa di
letteratura statunitense e femminile, e anche, più tardi, con esiti diversi,
romanziera.
Due persone ammirevoli per cultura, sensibilità, entusiasmo, generosità.
Beniamino veniva dal paese di Giustino Fortunato, aveva un forte accento
pugliese e uno spiccatissimo senso dello humour, più europeo che italiano,
affettuoso ma anche, a volte, tagliente. Di mestiere faceva il segretario di
commissione in Parlamento, e di conseguenza non poteva insegnare
all’Università. Questo era un suo grande cruccio, perché la sua prima passione
era in realtà la letteratura americana (con forte attenzione alla letteratura
in genere, alla cultura in genere, e portando anzi un particolare interesse ai
dibattiti sulla critica: per un certo tempo si parlava di lui, tra gli amici,
come di un nostro Edmund Wilson, e non era un elogio da poco, nel mezzo delle
povere diatribe paramarxiste e strutturaliste dei nostri accademici.
Se si studiasse la storia della Samonà e Savelli – dove passò il meglio e
l’ovvio e talora anche il meno buono della nuova sinistra – si poterebbe
avere un quadro molto significativo dei grandi e dei piccoli dilemmi degli anni
settanta. Le riunioni della Samonà e Savelli erano faticose ma ricche di idee e
di proposte, non tutte poi realizzate. Le amministrava saggiamente, con Dino
Audino e Vincenzo Innocenti, un giovanissimo di grandi speranze che decise di
togliersi la vita molto, troppo presto, Maurizio Flores, e che scriveva di
letteratura sia sul «Manifesto» che su «Lotta continua», un fatto poco
abituale; un altro giovane di grande talento, scomparso anche lui troppo
presto, Marco Lombardo-Radice, autore con Lidia Ravera del best-seller della
casa, Porci con le ali, vi portava idee innovative sulle controculture
giovanili, ma viste da qui, dal concreto dei problemi dei ragazzi italiani che
conosceva tramite il suo lavoro di psichiatra.
A queste riunioni prendevano parte, in spirito di collaborazione e non di
spartizione, anche personalità diverse e di idee più pesanti, come i cosiddetti
«collettiani» e altri dottrinari. Con Beniamino e con altri del gruppo (e in
altri modi con Nicola Gallerano, brillantissimo storico della società e della
politica italiane del dopoguerra che aprì la strada a molti altri, anche lui
scomparso troppo presto) consideravamo di decisiva importanza preoccuparci
della formazione dei giovani del movimento, cercando i modi per strapparli a
certa stupidità fideistica e settaria dei gruppi. Bisognava, pur parlando il
loro linguaggio, allargargli le idee, proporgli strumenti conoscitivi adeguati.
Una di queste idee fu quella di una collana, «Il contesto», che avrebbe dovuto
riproporre i testi dei dibattiti fondamentali di un passato non troppo passato
che avevano attraversato la cultura italiana, e non solo italiana. Si cominciò,
se ben ricordo, con un volume sulle culture popolari, di taglio antropologico,
un confronto che vedeva al suo centro le posizioni di Ernesto De Martino, e si
voleva proseguire con il dibattito sull’articolo 7 della Costituzione (quello
del Concordato tra Stato e Chiesa), i cui atti erano stati raccolti e
commentati a suo tempo da Aldo Capitini, eccetera.
Non ricordo quanti furono i volumi che uscirono, forse solo due, forse tre,
perché con Beniamino ci si scontrò su alcune proposte e si verificò la nostra
distanza. Poiché gli argomenti che lui proponeva mi sembrarono troppo
«borghesi», proposi a lui e alla casa editrice che la collana continuasse,
anche con la mia collaborazione ma con la sola sua firma. Lui se la prese
moltissimo, non me la perdonò mai, e da allora ci si incontrò raramente. Nel
frattempo, o subito dopo, mentre usciva da Einaudi Le due schiavitù, un
bellissimo saggio su Benito Cereno di Melville e su La capanna dello zio Tom,
egli venne «scoperto», grazie a Enzo Golino, da Eugenio Scalfari, ed entrò a
far parte dei collaboratori più assidui e più letti della «Repubblica».
L’abbraccio scalfariano non è mai senza effetti, Placido ne derivò la
possibilità di cambiar lavoro e la grande fama, accresciuta più tardi dalla
televisione. Divenne un intellettuale di punta, nel cuore del nuovo «sistema»
dell’informazione, molto amato perché intelligente, colto, spiritoso, affabile,
cortese, di bellissima penna, naturalmente simpatico: in qualche modo un
borghese vero, per di più con inflessioni dialettali che ne affermavano una
comunanza popolare, un borghese che sapeva parlare con i piccolo borghesi che
la scuola stava portando, malamente e senza profondità, ai gradi superiori
dell’istruzione.
La sua vocazione pedagogica si affermava in un contesto molto diverso da quello
del movimento, molto più vasto e per lui gratificante, quello dei tanti, con
aspirazione al tutti. Per ammaestrare bisogna piacere, e questo gli riusciva
molto facile, anche troppo. Molto più che ai tanti che in qualche modo
provarono a imitarlo, da Baricco a Fazio. Questa facilità, però, anche se
certamente gli piaceva molto piacere, non diventò mai in lui compiacenza, e se
accettava e rispettava le idee di tutti, anche le più riduttive, però sapeva
come, senza infierire, costringerle al confronto con idee migliori. L’ordine in
cui si muoveva era per lui naturalmente, diciamo pure secondo le sue radici di
classe, quello dell’accettazione, di una presunta saggia accettazione, del
mondo com’è e come diventava, ed era da questo che emergevano le differenze.
La scelta di quella strada – la convinzione di dover parlare a tutti con gli
strumenti mediatici correnti – era estremamente rischiosa e Placido ne pagò lo
scotto. Ma la sua forza, prima che la malattia lo allontanasse dai suoi due
podi prediletti della «Repubblica» e della televisione, era di credere in tutta
sincerità alla possibilità di aiutare a capire, di convincere, di insegnare
ponendo se stesso, senza forzature, come esempio di arte del dialogo. La sua
grande cultura, le sue origini nel gruppo de «Il mondo», il suo amore per la
migliore America liberal ma anche per quella radical lo salvarono dalle cadute
tremende di molti suoi amici, propagandisti non di una idea di democrazia ma
del Capitale, e dell’americanismo mediatico come avanguardia del Capitale nel
nostro paese.
http://www.unita.it 08 gennaio 2010

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