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Investire sull’identità nazionale è (tra le altre cose) un ottimo affare

Troviamo nel passato lo slancio per il futuro

 

 

Qualche giorno fa abbiamo scritto un post semiserio sul tema della festa del 17 marzo dal titolo “La Befana e i 150 anni dell’Unità d’Italia”. Ci sembrava stupefacente che in Italia si riuscisse a polemizzare sui festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia a poco più di un mese dalla data fissata per questa ricorrenza. La polemica sta montando ed è chiaro che, qualsiasi sia l’esito di questo dibattito dell’ultimo minuto, una ricorrenza di straordinario valore simbolico e di grande attualità ne uscirà malconcia.

Le associazioni imprenditoriali e una parte del sindacato, preoccupate per gli effetti economici della perdita di un giorno di lavoro (e per la difficoltà di programmare uno stop alla produzione con così breve preavviso) si sono impegnate a dare vita ad iniziative ad hoc durante le ore di lavoro. Giuliano Amato, che è al contempo il Presidente del Comitato per i festeggiamenti e il primo ad aver sollevato la questione di cui si tratta, ha proposto che nelle scuole, regolarmente aperte, si dedichi il 17 marzo a celebrare il 150mo con proiezioni, spettacoli e dibattiti. Esponenti della maggioranza avanzano l’ipotesi di sopprimere una tantum, come compensazione, il 2 giugno.

Sono tutte ottime idee arrivate però fuori tempo massimo. Dubitiamo che sarà possibile organizzare in centinaia di migliaia di scuole e di posti di lavoro manifestazioni serie e significative. Sollevando poi la questione all'ultimo momento e lanciandola sui giornali, piuttosto che farne oggetto di discussione con il Governo nelle sedi opportune, si è determinata la condizione per dare vita a una nuova polemica sul valore dell'unità nazionale, per la gioia dei vari Bossi, Calderoli e Durnwalder.

Questa associazione è sempre stata particolarmente attenta alle ragioni dell’economia e delle imprese ma esistono valori e simboli - che tali valori incarnano - che vanno oltre le pur importantissime istanze dei ceti produttivi. Il problema fondamentale del nostro paese oggi è quello di essere lacerato e diviso, di aver perso il senso di una comunità che condivide qualcosa di più di uno spazio fisico. Se non saremo capaci di recuperare questo senso di comunità pochi passi avanti, anche a favore della crescita economica, potranno essere compiuti. La storia della seconda repubblica, fatta di continue sollecitazioni alla divisione e di propaganda spicciola, lo dimostra chiaramente.

Gli imprenditori conoscono il valore del marchio Italia. Per moltissimi di loro, i piccoli e medi in particolare, è un strumento di conquista di nuovi mercati e uno scudo dietro cui ripararsi da una concorrenza internazionale agguerrita e non sempre corretta. Il marchio Italia è fatto di una storia, di una tradizione e di una cultura di cui tutti dobbiamo avere grande cura. Una cura che si manifesta anche attraverso l’attribuzione della giusta importanza alle ricorrenze ed ai simboli della nazione.

Per i cittadini, siano essi imprenditori o meno, e per lo Stato (che non è mai apparso particolarmente determinato a combattere gli sprechi e i privilegi dei suoi rappresentanti) ogni euro speso per rafforzare la nostra identità nazionale è un euro investito come meglio non si può. In un paese dove si usa continuamente il passato per alimentare gli scontri sul presente, sarebbe stato importante trovare nella storia del Risorgimento le ragioni e le motivazioni per uno slancio verso il futuro.

 

http://www.italiafutura.it 12 febbraio 2011

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