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Internet e la censura globale. Vince chi riesce a persuadere

Censura e manipolazione sono le armi con cui il potere condiziona l’informazione(anche e nonostante la Rete).

 

 

Attraversiamo un’ epoca formidabile. La storia dei libri di storia, piena di ostacoli, seminata di spine, spesso sanguinosa, talvolta tragica, si allontana. Le domeniche della vita sono a portata di mano. Sembra che il duro potere delle armi ceda progressivamente davanti al potere delle anime che si presume tanto dolce. 
Soft power contro hard power.  Addio ai coltelli fra i denti! Sulla scena internazionale che è tutta sorrisi, si tratta ormai meno di vincere che di convincere, mentre ai rapporti di forza si sostituiscono i rapporti di persuasione.  Grazie a Internet, il nostro villaggio universale si nutre di dibattiti e non più di combattimenti. 
Così va la favola del mondo. 
Certo, il globo terrestre non è più scisso in due blocchi. Certo, le frontiere diventano permeabili. 
I turisti cinesi affluiscono a Parigi e a Roma allorché i nuovi principi della Russia di Putin occupano abusivamente la Costa Azzurra e le coste spagnole. 
Significa che l’umanità trascende le differenze di cultura e di regime per raggiungere il punto omega, dove ogni abitante della Terra ha a diposizione uguali possibilità di informarsi e di pensare? I computer, le parabole e gli schermi garantiscono la libera circolazione di notizie e di idee? L’edenica ipotesi è ingannevole. 
Il clamoroso colpo di Google che abbandona in malo modo la Cina continentale è una messa a punto collettiva: la cyber- censura progredisce, i blogger non sono al riparo dalla sorveglianza della loro posta elettronica e dalle persecuzioni politicamente mirate (chiedete ai cittadini di Pechino firmatari della Carta 08 e ai «verdi» di Teheran). 
Spionaggio e cyber-attacchi sono all’ordine del giorno (chiedete ai baltici e ai georgiani). 
Il soft power della trasmissione istantanea urbi et orbi non ci porta verso una cyber-Citera, ma ci fa precipitare in inediti campi di battaglia. 
Diversi Stati non democratici hanno intenzione di aggiudicarsi la parte più grande possibile del cervello. Iran, Cina e Russia – che sono fra i primi ma non i soli – rivendicano il magico potere di influenzare l’ opinione pubblica, col rischio di rinchiudere i propri cittadini in ermetiche barriere hertziane e informatiche. 
Dio solo sa quanto Obama e la sua équipe facciano di tutto per non urtare i loro partner strategici. 
Promossa capo della diplomazia atlantica, Hillary Clinton per solito si astiene dal parlare dei diritti dell’ uomo, particolarmente quando si tratta della Cina. 
Per cui la sua dichiarazione di fine gennaio del 2010 risulta ancora più clamorosa: «Una nuova cortina di ferro, quella dell’ informazione, scende sul mondo». 
In occasione del clash di Google, ecco che una volta tanto parla senza peli sulla lingua e si autorizza accenti alla Churchill. 
Possiamo scommettere che i dirigenti comunisti cinesi non ignorano il discorso tenuto da Churchill a Fulton (1946) e sospettano la gravità della sfida. 
Vedremo… La grande muraglia innalzata contro l’ universalità di Internet pone una questione di principio decisiva. 
Se alle autocrazie (profane o religiose) viene concesso un diritto sovrano sul lavoro mentale del cittadino, se attraverso la censura preventiva una polizia delle menti regna da padrona, dobbiamo prevedere il peggio. 
Notizie false, deliri xenofobi, il diffondersi di voci assassine iniettate senza contrapposizione con l’onnipotenza della rete minacciano di incoronare diversi Big brothers postmoderni. 
In tempi di crisi, nulla è più facile di far perdere la testa a un individuo che può essere mobilitato a piacimento. 
Nell’ agosto del 2008, Mosca denunciava incessantemente un «genocidio» perpetrato da un presidente georgiano «paranoico», «demente», «nuovo Hitler», «pedina degli americani e della Nato», etc. 
Centoquaranta milioni di russi mandarono giù questa informazione incontestabile poiché per loro impossibile da contestare; molti la ritengono ancora vera, infatti il Cremlino si è assegnato il monopolio dei mass media a colpi di espropri, carcerazioni e omicidi. 
Un tempo le dittature invocavano una sovranità territoriale: in casa propria ciascuno è re, non intervenite nei (cattivi) trattamenti inflitti a porte chiuse. 
Ormai le autocrazie installano le proprie dogane negli animi e i controllori dell’ etere mettono fuori legge l’ internazionale dei blogger. 
Le vecchie democrazie, grate dei sorrisi e dei soldi, concedono il dominio della materia grigia ai despoti attuali. 
Un canale televisivo transcaucasico, basato a Tbilisi, è stato appena privato della possibilità di emettere da un’ azienda satellitare francese (Eutelsat) che si piega alle esigenze di Gazprom. 
Quando Mosca decreta «lo spazio sono io», Eutelsat, pur se finanziata al 25% da fondi pubblici, ubbidisce: il mio satellite vi appartiene. 
Il denaro russo scorre a fiumi.  E la libertà di discutere cola a picco.  Pasticcini e champagne a Parigi, cortina del monopensiero a Est.  Siamo condannati a ripetere gli stessi errori all’ infinito? Non è detto! Se Google ha sbattuto la porta davanti alle esigenze liberticide delle autorità cinesi, il caso non c’ entra nulla. 
Il fatto è che il signor Brin (36 anni), cofondatore di Google, è nato nell’ Unione sovietica e fuggì dal mondo dei gulag con i propri genitori. A costo di perdere denaro, non ha l’ intenzione di consolidare un nuovo universo della grande menzogna. Non apprezza granché l’ indifferenza occidentale che accompagna l’ innalzarsi della grande muraglia informatica. 
Cosa ne pensa la Parigi di Voltaire e di Montesquieu?

 

(http://www.corriere.it  28/5/10)

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