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Inflazione ed aggiustamento: la medicina è molto amara

A causa delle tensioni sui prezzi delle materie prime generate dalla crescita dei paesi emergenti e dalla speculazione finanziaria l’inflazione si riaffaccia in Europa

 

 

A causa delle tensioni sui prezzi delle materie prime generate dalla crescita dei paesi emergenti e dalla speculazione finanziaria l’inflazione si riaffaccia in Europa (2,4 percento l’ultima variazione mensile annualizzata) e costringe la BCE ad alzare i tassi rendendo ancora più duro il tentativo di ripresa dell’economia, soprattutto di quella dei paesi chiamati a fare sacrifici di bilancio. Il prossimo anno la medicina sarà amarissima. Se manteniamo l’attuale tasso di crescita dovremo varare una manovra tra i 35 e i 45 miliardi di euro per far fronte ai nuovi obblighi europei che ci chiedono di ridurre in maniera drastica e progressiva il rapporto debito/PIL eccedente il 60 percento.

 

Continuiamo a preoccuparci e ad analizzare tutto meno l’unica cosa che conta. Ad arrabattarci per curare sintomi sempre più gravi senza il avere il coraggio di risalire alle cause. E’ come se un bambino picchiasse il fratello e la mamma se la prendesse con quest’ultimo dicendo che è colpa sua perché non si è difeso bene.

 

Le conseguenze della crisi finanziaria sono state gravissime in termini di disoccupazione, riduzione di creazione di valore economico, perdita di risorse necessarie per finanziare beni pubblici globali. Le cause sono ancora tutte lì. I difensori del libero mercato parlano di lotta alle concentrazioni e alle rendite di posizione in tanti settori dimenticando che uno tra i più concentrati è proprio quello dei mercati finanziari. Per anni abbiamo esaltato la crescita dimensionale delle banche, le economie di scala, con il risultato di aver creato dei mostri “troppo grandi per fallire” (le 25 istituzioni finanziarie maggiori hanno bilanci pari al 73 percento del PIL globale) e con un potere di lobby di fronte al quale la politica impallidisce e i regolatori che dovrebbero fronteggiarle non sembrano aspirare ad altro che a trovare un posto nei loro consigli di amministrazione. Gli unici che dovrebbero pagare (e che hanno le risorse per farlo) non pagano. Qualcuno non se n’è ancora accorto ma gli Stati Uniti il cui debito pubblico è esploso e il cui deficit è fuori controllo sono sull’orlo del fallimento, evitato soltanto dalla rendita di posizione del dollaro, valuta di riserva mondiale. E’ probabilmente la prossima crisi di cui dovremo occuparci. E’ incredibile a dirsi ma rischiamo il paradosso di essere salvati a carissimo prezzo dai paesi emergenti (Cina India e Brasile, già oggi la Cina sta sostenendo la domanda di titoli pubblici dei paesi UE in difficoltà di bilancio), gli unici nei quali la politica riesce ancora a mettere le briglie ai mercati finanziari. 

 

I propositi di seria riforma delle regole (regolamentazione dei mercati dei derivati over the counter e delle istituzioni finanziarie non bancarie) sono rimasti sulla carta. E la riforma di Basilea III ha prodotto la beffa di regole punitive in termini di requisiti di capitale per quelle banche che cercano di fare quello che dovrebbe essere il proprio lavoro, prestare i soldi all’economia reale. Si fermano le ambulanze ai semafori mentre i fuoristrada sono liberi di sfrecciare e di superare i limiti di velocità.

 

Possiamo dare il segnale d’inversione di tendenza nel rapporto tra politica e finanza cominciando con la tassazione delle transazioni finanziarie. Sei leader di paesi europei sono a favore il parlamento dell’UE ha votato a larga maggioranza. 1000 economisti del mondo hanno scritto un appello al G20 per l’introduzione di una tassa che consentirebbe di raccogliere più di 600 miliardi di dollari a livello globale.

 

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