Incapaci di pensare europeo
....più della metà delle decisioni che determinano la nostra vita quotidiana non sono più prese nello spazio nazionale, ma in quello europeo...
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Possiamo già prevedere le parole che verranno
dette, in molte capitali del continente, subito dopo le elezioni europee: è
mancato, ancora una volta, quel che viene chiamato spirito o comune sentire
europeo. In ogni Stato si vota su temi nazionali, ogni elettore tende a
giudicare il proprio governo o la propria opposizione, non quello che le
istituzioni europee hanno fatto o faranno. Alcuni vedranno confermata una loro
persistente convinzione: non esiste un popolo - un demos - dell’Unione.
L’Europa intesa come comune governo, affiancato ai governi nazionali, è
un’utopia nata nell’ultima guerra che ha fatto naufragio anche se gli elementi
statuali dell’edificio comunitario sono ormai inconfutabili.
Tutti questi ragionamenti hanno un difetto. La realtà, continuano a vederla
attraverso l’unica lente che conoscono: quella dello Stato-nazione. Ogni giorno
i fatti dimostrano che la lente è inadatta, senza tuttavia intaccare la
monotona routine. È come se nella pittura fossimo rimasti alle figure
bidimensionali, ricusando la prospettiva di Piero della Francesca. La vecchia
lente garantisce all’osservatore comodità, sforzo minimo, potere: perché
abbandonarla?
Eppure i fatti sono chiari: più della metà delle decisioni che determinano la
nostra vita quotidiana non sono più prese nello spazio nazionale, ma in quello
europeo; e l’Europa è imprescindibile non solo dove c’è stato trasferimento di
sovranità (moneta, commercio, frontiere) ma anche in materie gelosamente
custodite dagli Stati come clima, energia, immigrazione, politica estera.
Infine non è vero che lo Stato, per funzionare, deve avere prima una nazione,
un demos. Antonio Padoa-Schioppa, studioso di diritto europeo, ha ricordato, il
7 maggio a un convegno della Regione Lombardia, che solo nella mente dei
giuristi ottocenteschi lo Stato coincide esclusivamente con la nazione:
«L’analisi storica mostra che in Paesi come Francia, Inghilterra, Spagna
l’identità nazionale si è formata dopo la nascita degli Stati, non prima».
Detto questo, è innegabile che lo spirito europeo sia oggi in declino: lo certifica
l’astensionismo elettorale, in aumento dalla prima elezione diretta del
Parlamento di Strasburgo nel 1979. Allora era il 63% a votare, oggi non più del
30-40. Particolarmente bassa è la partecipazione degli europei dell’Est,
entrati da poco nell’Unione. Il fatto è che anche dove c’è spirito europeo,
esso non produce affluenza alle urne né demos. Avviene anzi il contrario, e in
questo il comportamento dell’Est è emblematico. Lo spirito europeo, qui, è
vivo. Risale ai tempi totalitari, quando il Centro Europa, come disse nel 1983
Milan Kundera, fu «sequestrato a Est» malgrado il suo cuore e la sua storia
fossero a Ovest. I cittadini bulgari, scrive il giornalista Ivo Indjev, sono
tra i più europeisti nell’Unione. Tuttavia pare si asterranno in massa. Così in
altre zone o ambienti dove lo spirito europeo, pur radicato, non si traduce in
impegno elettorale pratico.
Lo spirito dunque non basta. Il sentire europeo può essere intenso, ma non
implica, automaticamente, pensare europeo. Pensare è un’altra cosa, come spiega
bene il Programma per l’Europa Politica elaborato dall’associazione Impresa
Domani (Idom): un’autentica politica europea non nascerà «dalla sommatoria di
debolezze nazionali», ma dovrà essere «il frutto del pensare europeo». E
pensare non significa esser sensibili, ma «porsi immediatamente l’obiettivo del
passaggio dei poteri a quelle istituzioni dove soltanto può formarsi un
pensiero politico europeo». Non significa neppure «avere un’idea del mondo, ma
avere un programma per il governo del mondo». Altrimenti abbiamo il paradosso
bulgaro: più ti senti europeo, meno agisci. Non è l’unico paradosso di queste
elezioni. Egualmente pernicioso è il paradosso d’un Parlamento che ha sempre
più poteri (può sfiduciare la
Commissione, il suo parere è vincolante su molte leggi), e
nonostante ciò l’astensione cresce. Anche qui c’è discrepanza: più potere, meno
pensiero.
I poveri cittadini non sono responsabili in prima linea di questi paradossi.
Quando possono, reclamano un’Europa potenza. Sono responsabili gli Stati, le
amministrazioni, i partiti, i giornali. Sono loro a monopolizzare
l’informazione europea, a farsi impigrire dalle vecchie lenti. Negli Stati la
politica è mutata radicalmente: le battaglie sono personalizzate, i partiti
selezionano ormai grandi oratori, grandi caratteri. Solo le istituzioni europee
rimangono immobili. Se avessero innovato, oggi voteremmo anche in Europa forti
personalità, censurando i malgoverni. Ogni schieramento avrebbe un candidato
alla presidenza della Commissione, e i partiti si organizzerebbero come partiti
europei giudicando la scorsa legislatura. Non mancano d’altronde eccellenti
candidati in pectore. Chi denuncia l’ignavia o l’opportunismo del presidente
della Commissione Barroso, ad esempio, avrebbe potuto schierare europeisti come
Guy Verhofstadt ex premier belga, o Pascal Lamy direttore generale
dell’Organizzazione mondiale del commercio. Una vasta coalizione impedisce tali
progressi, e di essa fanno parte Stati e giornali, partiti di sinistra e di
destra. Scrive ancora l’Idom: «Essere un partito europeo è avere un programma
sull’Europa, un’organizzazione su base sovranazionale, e proporre propri
candidati per le istituzioni dell’Unione».
I veri utopisti sono coloro che s’illudono, credendo che lo Stato resti sovrano
assoluto come immaginava nel secolo scorso Carl Schmitt. Parafrasando Keynes,
«sono generalmente schiavi di qualche giurista o politologo defunto». Si
definiscono realisti, ma sono abitudinari e senza inventiva. I fatti non li
smuovono, staccarsi dalla routine li strema. Tra sentire e pensare usano dare
il primato non al pensiero difficile ma al consolatorio, inerte
sentimentalismo. ![]()
da La Stampa 7/6/2009

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