In una sola cosa era odioso : la freddezza con i pazienti
Il professor Eugenio Borgna racconta come Siegmund Freud ha contribuito anche all’evoluzione della psichiatria.
Il paziente, che parla, sul lettino, l’analista che ascolta in silenzio. Nessuna relazione emotiva, nessun dialogo, nessuno scambio. Ecco cosa lo psichiatra Eugenio Borgna butterebbe volentieri via del metodo terapeutico di Sigmund Freud. «Ma oggi» dice il primario emerito di Psichiatria all’ospedale Maggiore di Novara «anche alcune correnti molto fedeli al pensiero dell’autore dell’Interpretazione dei sogni stanno finalmente rivedendo queste posizioni»
.
Classe 1930, libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali deIl ‘Università di Milano, una vita passata ad alleviare le sofferenze di migliaia di persone, Borgna, a differenza di molti suoi colleghi, non vede alcun contrasto fra psichiatria e psicoanalisi. E, anzi, attribuisce a Freud il merito storico di aver iniziato quella che chiama la «svolta emozionale in psichiatria», che ha cambiato per sempre i metodi di cura delle malattie mentali. Autore di numerosi volumi, Borgna ha da poco pubblicato Le emozioni ferite (Feltrinelli, pp. 222, euro 17).
Professor Borgna, a settanta anni dalla morte di Freud, psichiatria e psicoanalisi sono ancora in lotta?
«Chi, come me, pratica una psichiatria dialettica e non ideologica non può giustificare in alcun modo uno scontro fra le due discipline. Le intuizioni avute da Sigmund Freud sono di una tale genialità che ancora oggi hanno grande importanza per quanto riguarda e esperienze neurotiche. Non certo però per quelle psicotiche».
Qual è la differenza?
«Sono psicotiche le malattie mentali come la schizofrenia, la depressione e le forme ossessive endogene. Per queste patologie, lo ha detto anche Freud, la psicoanalisi non ha un reale significato terapeutico. Che vale invece per le esperienze neurotiche come gli stati d’ansia, le depressioni lievi, i disturbi della personalità».
Cosa, invece, non le va giù dell’insegnamento di Sigmund Freud?
«Il modo con cui il medico si confronta con il paziente. Secondo la rigorosa logica freudiana, solo se non c’è relazione fra paziente e medico si può essere portatori di cura Per lui l’atteggiamento del medico deve essere caratterizzato dalla freddezza e daIla distanza dal destino del paziente».
Il dialogo è invece parte del percorso curativo?
«La partecipazione emozionale del medico per la sofferenza di chi chiede la cura è indispensabile quando si ha davanti un paziente schizofrenico o depresso. Se non c’è, non li aiuteremo mai davvero a guarire».
Questa psichiatria del dialogo è contraria anche all’uso di farmaci e dell’elettroshock?
«Cli psicofarmaci hanno cambiato radicalmente gli orizzonti di cura, ma agiscono fino in fondo solo se sono inseriti in un contesto relazionale fra medico e paziente. Poi le forme depressive gravi i farmaci possono essere risolutivi, mentre per le schizofrenie sono solo un aiuto, non una cura esclusiva. Quando sento parlare di elettroshock dico invece: vade retro Satana »
Nel suo ultimo libro parla delle emozioni ferite». Ferite da chi?
«Da chi nega il valore della vita affettiva, dall’indifferenza, dalla noncuranza, dalla distrazione, dalla fretta, dalla mancanza di introspezione. Nel clima sociale in cui viviamo si tende a non riconoscere la fragilità, ma anche la creatività delle emozioni. È l’insonnia della ragione, e non il suo sonno, a generare mostri».
La sfera sessuale può causare ferite alle emozioni?
«Certamente, facendo nascere il sentimento dell’insicurezza e di una timidezza esasperata. Si sta male anche quando non si coglie nel partner una uguale intensità espressiva ed emozionale. La sfera dei sentimenti che ruotano intorno alla coscienza del nostro valore, o del nostro disvalore, è quella che più entra in crisi quando una relazione diventa di natura sessuale, quando cioè si incontrano un Io e un Tu e non solo due corpi».
Perché lei attribuisce tanta importanza alla gioia?
«Perché è l’emozione più pura, la più istantanea e la più creativa. La gioia coglie il qui e ora, non c’è in essa né passato né futuro. Etty Hillesum, prima di morire ad Auschwitz, ha scritto che le bastava guardare uno spicchio di cielo per ritrovare una fragile gioia che le dava il coraggio di dare un senso alla sua vita, che stava per essere spenta».
Le emozioni possono essere raccontate?
«Le parole possono essere falsificate. Le emozioni, invece, se sappiamo leggere il linguaggio del corpo, appaiono in maniera più pura. Il modo in cui guardo o stringo la mano a un paziente è un modo per trasmettergli fiducia, solidarietà e vicinanza. E questo Freud non lo aveva capito».
da “il venerdì” di Repubblica 4-10-2009 -http://www.repubblica.it

Precedente: Che cosa resta di Herr Doktor nella Capitale dell’inconscio

