In nome della legge
Norma e diritto, da Platone a Brecht
“Che cosa è la legge?” – chiede il giovane Alcibiade al
saggio Pericle nei Memorabili di Senofonte, ricevendone una risposta tutt´altro
che soddisfacente. Se essa è “tutto ciò che chi comanda, dopo aver deliberato,
fa mettere per iscritto”, cosa la differenzia da una semplice imposizione? Qual
è la sua fonte di legittimità e quali i suoi effetti sulla vita associata? In
forza di cosa, in definitiva, essa è legge – di un comando divino o di una
decisione umana, di una necessità naturale o di un principio di ragione?
E´ la stessa domanda che lega i saggi di Gustavo Zagrebelsky in un libro
affascinante, appena edito da Einaudi, che coniuga la tensione della ricerca
sul campo – sperimentata nella lunga attività di giudice costituzionale – alla
misura, ormai classica, di una scrittura limpida e coinvolgente. Il suo titolo,
Intorno alla legge (pagg.409, euro 22), non allude solo all´argomento trattato,
ma, in senso più letterale, al periplo argomentativo, ricco di riferimenti
filosofici, antropologici, letterari, con cui l´autore si approssima ad esso
per cerchi concentrici, fino a penetrarne il nucleo incandescente.
Anziché definita in quanto tale, la legge è interrogata a
partire dai suoi presupposti e dalla sua ulteriorità – lungo i margini sottili
che la congiungono, ma insieme la distinguono da ciò che la precede e da ciò
che la eccede, vale a dire da un lato dal diritto e dall´altro dalla giustizia.
Quanto al primo, la legge – intesa come la regola formale che determina i
nostri comportamenti – è lungi dall´esaurire quel complesso di norme e
consuetudini, di vincoli e pratiche che una lunga tradizione ha chiamato
“diritto”. Naturalmente il passaggio dall´antico diritto alla moderna legge –
di cui l´Antigone di Sofocle rappresenta in modo insuperato la tragica
problematicità – costituisce una svolta irreversibile nei confronti di una
concezione non più in grado di organizzare razionalmente la relazione tra gli uomini.
Ma non al punto di cancellare la memoria di un ordine non ancora chiuso nella
rigidezza formale di comandi e divieti, ancora aderente al flusso magmatico
della vita associata. Anche quando, nei primi secoli della modernità,
l´equilibrio tra i due mondi si spezza a favore della legge, ormai saldamente
insediata al centro della civiltà giuridica, resta l´esigenza di non perdere
del tutto i contatti con quell´origine da cui essa trae la propria linfa ed il
proprio significato.
Lo stesso nesso problematico che la lega al diritto rapporta la legge, in
maniera sempre difettiva, all´esigenza universale della giustizia. Qui il
contrasto tra principio e realtà è ancora più stridente. Se la giustizia
assoluta è inattingibile dalla legge, se questa non obbliga perché giusta ma
solo perché legge, da dove trae la propria legittimità sostanziale? Cosa la
distingue da un comando arbitrario? D´altra parte tutte le volte che la legge
ha sorpassato i propri limiti costitutivi, proclamandosi giusta per decreto
divino o secondo natura, ha prodotto esiti negativi se non anche catastrofici.
Volendo portare sulla terra il paradiso, l´ha consegnata all´inferno. L´unico
rapporto possibile con la giustizia, da parte della legge, è individuato da
Zagrebelsky non in un´idea astratta e artificiale della ragione, ma in un
sentimento di rifiuto nei confronti dell´ingiustizia palese.
Qui l´autore torna a riproporre l´antitesi, già formulata in opere precedenti,
tra logica dei valori e semantica dei principi. Pur ponendosi gli stessi obiettivi
– dalla protezione della vita alla salvaguardia della natura, dalla difesa dei
diritti alla diffusione della cultura – valori e principi divergono nella
modalità con cui si presentano. Mentre i primi esprimono criteri morali
assoluti e dunque sottratti al confronto, i secondi sono norme aperte, modelli
di orientamento, destinati a favorire l´integrazione sociale. Perciò essi sono,
o vanno posti, alla base delle moderne costituzioni. Arriviamo così al cuore
stesso del libro, in cui il discorso di Zagrebelsky si articola in un quadro
fitto di riferimenti alla storia del diritto costituzionale ma anche di rimandi
a Platone e a Sofocle, a Shakespeare e a Dostoevkij, a Canetti e a Brecht – ad
ulteriore riprova che i veri problemi del diritto non giacciono inerti nei
codici o nelle decisioni dei giudici, ma nella falda profonda che essi
interpretano in forma sempre precaria e provvisoria.
La costituzione, oltre che come garanzia della legittimità e dei limiti dei
poteri all´interno dello Stato, va intesa, in senso culturale, come luogo di
confluenza, e di rielaborazione, di quell´insieme di valori, aspirazioni,
sensibilità collettive che costituiscono l´orizzonte razionale ed emozionale
della convivenza. In questo senso, nella sua capacità di tenere insieme punti
di vista diversi, essa travalica di gran lunga i confini formali del diritto
positivo, per diventare la condizione basilare della democrazia pluralista. Non
solo, ma anche un punto d´incrocio decisivo tra le dimensioni del tempo e dello
spazio.
Da questo punto di vista la dottrina costituzionale cui Zagrebelsky si richiama
non costituisce soltanto una variante rispetto ai tanti modelli precedenti,
bensì un vero e proprio cambio di paradigma. Assumere la costituzione non più
come norma sovrana, ma come norma fondamentale scaturita dall´intera dialettica
sociale, vuol dire situarla in rapporto da un lato con la storia e dall´altro
con la nuova configurazione globale del mondo contemporaneo. Anziché modello
fisso e immutabile, o anche atto creativo volto ad istituire un ordine
completamente nuovo, la costituzione è quella linea di continuità capace di
collegare in un nodo complesso passato e futuro. Di attivare una dinamica
storica non racchiusa nei confini di un singolo Stato, ma aperta alle richieste
che arrivano da un mondo sempre più unito dalle stesse angosce e dalle stesse
speranze.
La repubblica, 10/11/2009

Precedente: Come l' azienda manipola la vita

