In Italia nuove prove generali del conflitto capitale e lavoro
E c’era chi diceva, anche a “sinistra”, che la lotta di classe è finita.
La globalizzazione ha prodotto un fenomeno nuovo nel
mercato del lavoro, che gli economisti definiscono la corsa dei salari verso
il basso. Grazie alla delocalizzazione la forza lavoro a disposizione del
capitale occidentale si è raddoppiata. Dall’Est europeo fino al sud est
asiatico, l’impresa ha così usufruito di salari decrescenti. Ciò significa
che quello minimo percepito, ad esempio in Cina, è diventato un metro di
comparazione internazionale. Si chiama «arbitraggio globale del lavoro», lo
spostamento della produzione da un paese all’altro in base al costo del
lavoro.
La corsa dei salari verso il basso ha messo in ghiacciaia il costo del lavoro
in occidente, e spesso per evitare la delocalizzazione i sindacati hanno
accettato condizioni monetarie che non coprivano l’aumento del costo della
vita. Ciò significa che in termini reali, e cioè al netto dell’inflazione,
oggi il salario medio dell’operaio occidentale è più basso che vent’anni fa.
Naturalmente non era questo l’obiettivo che ci si prefiggeva globalizzando.
Il fenomeno ha messo in aperta concorrenza tutti i lavoratori senza però
creare la rete di connessione tra i sindacati. I lavoratori della Fiat
polacchi non hanno alcun collegamento con quelli di Pomigliano, e scoprono il
potenziale trasferimento della fabbrica dai giornali. Ci troviamo quindi in
presenza di una concorrenza sleale. A detta dei polacchi fino alla scorsa
settimana il ministro dell’economia negava che la Fiat avesse intenzione di
spostare la produzione in Polonia. Ma non basta. La Fiat ha ottenuto
finanziamenti dalla Ue per produrre la Panda in Polonia, accordi che ora dovrà
infrangere. È vero che queste cose non succedono da nessun altra parte al
mondo, difficile infatti trovare un’impresa che per riportare la produzione
in patria rompa accordi internazionali ed imponga ai lavoratori di abrogare la Costituzione per
accettare condizioni di lavoro «a la cinese».
Molti si domanderanno se dietro questa strategia non ci sia un fine politico
che nulla abbia a che vedere con la globalizzazione. In termini economici
viene spontaneo domandarsi che senso ha trasferirsi da una fabbrica che
funziona bene a Pomigliano. Forse dietro questo braccio di ferro ci sono
problemi strutturali, di imprese che da decenni sopravvivono solo grazie
all’abbattimento dei costi di produzione, problemi oggi pressanti. La corsa
dei salari verso il basso sta infatti per raggiungere il traguardo, già in
Cina le lotte operaie costringono l’impresa a farli gravitare, è solo
questione di tempo ma anche nel resto del mondo succederà lo stesso. A quel
punto sarà difficile per le imprese contenere le richieste di aumento dei
salari reali e sociali.
È dunque possibile che in Italia si stiano svolgendo le prove generali di un
braccio di ferro tra capitale e lavoro che potrebbe vedere riaccendersi le
lotte operaie in occidente dovunque esista un’industria che produce solo
grazie a condizioni particolari. Ed è anche probabile che ciò succeda perché
sullo fondo c’è una crisi del debito sovrano, che equivale a dire che lo
stato si trova nell’impossibilità di iniettare,come sempre, in queste
industrie contante sotto forma di sovvenzioni.
Se questo è vero allora il problema è strutturale e non ha nulla a che vedere
con la globalizzazione. In Germania o in Giappone operai e sindacati
dell’auto non vengono messi alle strette come da noi, la Merkel non chiede
l’abrogazione degli articoli costituzionali sul lavoro. Né in Germania e né
in Giappone ci si lamenta della scarsa produttivita della manodopera, ma
ricordiamolo in questi paesi le assunzioni non avvengono su sollecitazione
politica. Tutti gli operai scrutatori di Pomigliano che durante le elezioni
hanno preso il permesso hanno presentato regolare certificato con firma di
politici. Domandiamolo a loro se erano veramente nei seggi non al sindacato.
Se questa analisi è corretta allora alla radice del braccio di ferro non c’è
la produttività ma politica, ed impresa e sindacato faranno bene a tenerlo
presente.
L’Unità, 21 giugno 2010

Precedente: Se il lavoro diventa una lotteria

