In città girano strani animali con le ruote
Tra la varia fauna urbana, più o meno gradita, legittima, adattata, ci sono anche cose tanto solite da far dimenticare quanto siano invece assurde. Ma che ci stanno a fare?
Pascola nel nostro isolato da qualche giorno, è sceso pian piano lungo la
striscia erbosa del marciapiede. Poi tornando a casa insieme a mio figlio
l’abbiamo scoperto che frugava nel cespuglio troppo cresciuto sull’angolo del
nostro giardino.
Era un carrello della spesa, lontano da casa.
L’ habitat naturale del carrello è un supermercato a quasi tre
chilometri di distanza, il che ne fa in pratica l’equivalente da big-box
del famoso leopardo congelato sulla cima della montagna di cui si parla
all’inizio del racconto Le Nevi delKilimanjaro: "Nessuno ha mai
saputo spiegare cosa cercasse il leopardo lassù".
E non c’è nessuno a quanto pare che possa spiegare cosa abbia portato lo
sconosciuto pedone fino a qui, o cosa sia successo perché poi lui, o lei,
abbandonassero il carrello. É passato un amico in macchina e gli ha offerto un
passaggio? Ha deciso che da qui in poi si portava la spesa a braccia?
Sembrava una zona adatta perché qualcuno adottasse il carrello trattandolo poi
come parte della famiglia?
Ogni tanto nel mio quartiere compaiono questi carrelli. É una delle
controindicazioni di una zona abbastanza pedonale, dove abbondano negozi di
vicinato e vari locali. Personalmente sono cresciuto in una zona molto più
campagnola, dove c’era bisogno di ruote per portare praticamente tutto quanto
non fosse un bicchier d’acqua: e là non c’erano tanti carrelli randagi in giro.
Gran parte di questi vagabondi arriva dal supermercato in fondo alla strada.
Posso anche capire l’istinto dei vicini che non hanno un’auto, che hanno
bisogno di un po’ di capacità in più di quanta non riescano a maneggiare con le
sole braccia, e rapiscono un carrello per scarrozzarlo sino a casa (cosa che
continua a succedere nonostante al supermarket avvertano che appena usciti dal
parcheggio scatta un blocco elettronico). Sarebbe ovviamente molto carino se
poi i vicini li riportassero, dopo aver scaricato la mercanzia. Certo un
carrello abbandonato non è tremendo come una veranda crollata, o un giardino
abbandonato che trabocca di erbacce e cocci di vetro, ma certo neppure qualcosa
che la Associazione
Amici di Pine Hills possa apprezzare molto.
Qualche mese fa, il mio vicino Gary ha visto davanti a casa sua un operaio che
passava con un carrello pieno di pezzi di metallo da un impianto non molto
lontano. Sperava di portare quella roba fino a Porto di Albany e cavarci
qualche spicciolo: un’odissea urbana di cinque chilometri per dossi sul
marciapiede e pericolosissimi dislivelli. Invece, dopo cinquanta metri quel
carrello si è afflosciato sotto il peso.
Gary, che fortunato lui ha tempo da perdere e un cuor d’oro, si è offerto
volontario per dare un passaggio fino al porto, con quanti rottami riusciva a
caricare in macchina. Ma il carrello sfondato se ne è rimasto di fronte alla
casa di Gary fino alla giornata di raccolta della spazzatura, come lo scheletro
dell’ultimo mastodonte.
Provo a immaginarmi le circostanze che hanno condotto quest’ultimo esemplare
davanti al mio cancello. Pare improbabile che sia stato usato da uno dei senza
casa: loro di solito usano i carrelli fin quando non si rompono, e questo pare
nuovo di zecca.
Potrebbe interessare la polizia? In teoria, si tratta di un oggetto rubato. Ma
così non li prendo un po’ per spazzini di lusso? Chissà quanti reati possono
succedere nei 20-30 minuti in cui io tengo occupata una pattuglia di due agenti
per restituire il carrello.
Decido invece di chiamare il negozio a cui dovrebbe appartenere il carrello,
per vedere che mandino qualcuno a prenderselo: l’incaricato gestione carrelli,
sempre che ne esista uno. Dopo più di 25 minuti al telefono senza sentire voce
umana, passo al Piano B: chiedo a mio figlio di spingere quel coso fino al
supermercato più vicino, e metterlo insieme agli altri.
Magari non sarà proprio casa sua, ma almeno starà coi suoi simili.
The Times Union, 25 ottobre 2009

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