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Imposta patrimoniale, una buona intenzione che fa danni

Il ripristino dell'Invim appare tecnicamente impraticabile nell'immediato. Perché è impensabile un aggiornamento generalizzato del catasto.

 

 

Il patrimonio intero si deve dichiararlo, insieme al reddito, se si vuole qualcosa in campo sociale, dall’asilo nido all’abitazione pubblica e alla borsa di studio. In campo fiscale ci si accontenta di molto meno.
Il patrimonio, infatti, si considera “quasi” interamente solo al momento della morte. In passato, autorevoli esponenti del pensiero liberale chiedevano un’imposta di successione elevata per avvicinarsi, a ogni cambio di generazione, alla ideale “uguaglianza dei punti di partenza”, in modo che le successive differenze fossero create dal merito e non dall’eredità. Ma si sa che oggi si corre invece a votare per chi l’imposta la riduce o addirittura la toglie. Eliminata dal secondo governo Berlusconi nel 2001, è stata reintrodotta nel 2006, ma di fatto tocca pochi italiani, data la larga esenzione concessa a coniuge, figli e genitori. Comunque, conta ben di più quello che succede in vita. E in vita bisogna distinguere tra parte mobiliare e parte immobiliare.

TORNA L'INVIM?

Per la parte mobiliare, il fisco inevitabilmente ignora oggetti d’arte, gioielli e contante, mentre tassa auto e motoveicoli. Il ben più rilevante patrimonio finanziario, lo colpisce non in quanto tale, ma solo negli eventuali incrementi di valore che sono assimilati agli interessi obbligazionari e quindi soggetti alla blanda imposta del 12,5 per cento.
Più pesante il fisco è con il patrimonio immobiliare. Qui c’è la forte imposizione sui trasferimenti, che appare iniqua e inefficiente perché colpisce e frena il passaggio dei beni, ma dà un gettito per ora irrinunciabile. Poi c’è l’Ici, che però è stata tolta dalla prima casa, storpiando sul nascere il federalismo municipale e convincendo l’80 per cento degli italiani della fantastica possibilità di pagare complessivamente meno a parità di spesa pubblica. Una volta c’era anche l’Invim, imposta sull’incremento del valore degli immobili, ottimo tributo sul piano dell’equità e abbastanza buono sul piano dell’efficienza, ma eliminato a favore dell'Ici che sembrava preferibile in quanto imposta ordinaria generalizzata nonché basata, si pensava, su un catasto frequentemente aggiornato.
Sullo sfondo dell’esistente e variegata imposizione sul patrimonio- possesso, plusvalenze, trasferimenti – va giudicata la recente proposta di Pellegrino Capaldo. In linea con quanti ritengono necessaria una drastica manovra una tantum per ridurre il debito pubblico ( da ultimo Giuliano Amato che invita a un prelievo unitario  di 30.000 euro dal terzo più ricco degli italiani) – egli suggerisce una pesante imposta sulla plusvalenza immobiliare, in buona sostanza un’Invim straordinaria, giustificandola con la forte crescita di valori che, congiuntura attuale a parte, hanno registrato gli immobili in Italia. Sul piano dell’equità, la proposta ha di positivo il concorso dei proprietari di prima casa, che in via ordinaria non pagano né Irpef né Ici; ha in negativo il difforme trattamento degli immobili rispetto al patrimonio finanziario che continuerebbe a pagare solo la menzionata e blanda imposta  sui guadagni di capitale. Ma è sul piano tecnico che sorgono le obiezioni maggiori. Dal poco che Capaldo ha detto, la plusvalenza maturata  verrebbe  stimata in base al valore corrente dell’immobile, al passato andamento dei prezzi immobiliari  e alla durata del possesso in capo all’attuale contribuente. Ma allora, delle due l’una: o sobbarcarsi  a valutazioni molto specifiche, una specie di rifacimento totale del catasto in valori attuali e in valori storici, che appare tecnicamente irrealizzabile nell’immediato; oppure attribuire valori medi su larghi aggregati  e creare così  intollerabili ingiustizie a fronte della differenziata dinamica che hanno avuto i valori immobiliari negli ultimi due decenni. Mutamenti nella circolazione veicolare e nelle destinazioni d’uso degli immobili prevalenti nella zona, variazioni nei flussi turistici, nuovi  insediamenti di immigrati poveri, tutto ciò ha alterato i valori assoluti e relativi degli immobili senza trovare riflesso nelle immutate rendite catastali.
Non approvare la proposta di Capaldo  non significa escludere  lo strumento dell’imposizione straordinaria, simile alla tassa transitoria per l’Europa del primo governo Prodi. Ma una mossa del genere  richiede, oltre a una diversa e ben più ampia base imponibile tutta da studiare, una mobilitazione psicologica del Paese dietro a un Governo  ritenuto capace di imporre  sacrifici in modo equo; e questa è per ora una condizione più irrealistica dell’aggiornamento istantaneo del catasto.
Nel frattempo conviene puntare su ricette meno miracolistiche ma più affidabili, quali la lotta all’evasione, la privatizzazione di parte del patrimonio pubblico, l’inasprimento dell’imposta sulle rendite e plusvalenze finanziarie, nonché, se mai  tornasse il senno e il coraggio di rimediare agli errori fatti, il ripristino dell’Ici sulla prima casa, sfruttando il fatto che si chiamerà Imu.

http://www.lavoce.info  01.02.2011
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