Il web "antipolitico"? Ma è partecipazione...
Una risorsa democratica che ci protegge da neo-tribalismi e plebisciti
Una cosa è certa: internet non può diventare l'alibi che copre la mancanza di elaborazione intellettuale delle vecchie culture politiche. Sia Giulio Giorello che Ernesto Galli della Loggia hanno svolto sulle pagine del Corriere della Sera alcune riflessioni a seguito delle tensioni internazionali generate dal proposito del reverendo statunitense Jones di bruciare il Corano nell'anniversario dell'attentato alle Torri Gemelle. Ed entrambi vedono nell'immediatezza della Rete digitale una delle principali ragioni dell'indebolimento della sovranità del regime democratico e della sua rappresentanza, messi in discussione dalla riduzione del rapporto spazio/tempo nell'istantaneità di internet e dalla disintermediazione delle informazioni che in esso circolano.
Giorello arriva a definire internet come lo «speaker's corner.com» nel quale «l'annuncio della notizia è già notizia» indipendentemente dalla autorevolezza della fonte. Anche se per la verità, a differenza di quanto sostenuto da Giorello, non è riscontrabile alcuna correlazione immediata tra la notizia del proposito stampalato e irresponsabile del reverendo e la natura della rete internet. Jones, infatti, aveva reso nota la sua intenzione a fine luglio e a darne la notizia fu la Cnn e non un blogger dello «speaker's corner.com». Infatti le rilevazioni relative alle ricerche su Google per "quran burning" negli ultimi trenta giorni sono state pressoché inesistenti fino a che non ne hanno parlato il generale Petraeus il 6 settembre e poi Hillary Clinton e lo stesso Barack Obama.
Galli della Loggia va oltre e pone il «problema del rapporto tra il regime democratico e l'estensione dello spazio». Quanto spazio - si chiede - conviene alla democrazia perché essa possa funzionare? Per lo storico il caso del reverendo Jones evidenzia una difficoltà nell'ambito della relazione tra Stato e spazio nella globalizzazione. Una difficoltà legata «alla ridotta estensione dello spazio statale, al suo restringimento di fatto, dovuto principalmente alla velocità ormai fantastica di ogni genere di comunicazione, vicina ormai al traguardo dell'istantaneità». È il tecno-spazio virtuale che segna l'ingresso in «un'epoca della prossimità totale. Che peraltro ha la sua negazione/antitesi nella crescente lontananza che invece, all'interno degli Stati, si è creata in un gran numero di casi tra centro e periferie».
In luogo di «inesistenti e fantasmatiche sovranità sovra o internazionali», Galli della Loggia vede la possibile messa in mora del regime democratico a causa delle «leggi senza volto della tecnologia, che operano nell'interesse esclusivo di sé medesime e/o degli incontrollabili interessi economici (per esempio della finanza o della grande informazione commerciale globale) che se ne servono». Anche qui: non è internet, sono le reazioni neotribali all'integrazione della globalizzazione degli integralisti come il reverendo Jones e dei talebani a costituire il problema. È, ad esempio, l'incapacità di riformare le Nazioni Unite in chiave multilaterale a impedire l'azione di una sovranità politica democratica. Piuttosto la rete digitale si presenta come una impresa cognitiva collettiva, come il più grande spazio pubblico fino ad ora conosciuto dall'umanità, uno spazio dove la creazione di un'opinione pubblica avvertita è resa possibile dall'accesso dis-intermediato alle informazioni e dalla condivisione della conoscenza, nonché dalla possibilità di verificare la veridicità di possibili bufale o luoghi comuni a carattere ideologico o religioso.Attribuire a questo ecosistema cognitivo una soggettività in sé, non solo non corrisponde al vero, ma diventa un alibi che impedisce di aggiornare le categorie della politica legate alla geografia bipolare o imperiale del secolo scorso.
La questione vera che sta dietro le preoccupazioni di Giorello e Galli della Loggia rimanda piuttosto alla necessità che le democrazie hanno di rigenerarsi dopo Yalta e dopo le ideologie.Se non vogliamo il neo-tribalismo localistico delle piccole patrie padane o le derive plebiscitarie di tipo mediatico, non è sufficiente alcuna soluzione simbolica attraverso recuperi di identità passate. Occorre, semmai, favorire processi di partecipazione informata tanto alla politica pubblica quanto alle forme organizzate della partecipazione per la definizione di identità inedite e originali ma condivise. In questo senso la rete digitale, come estensione dello spazio e delle risorse di comunicazione, si propone come una straordinaria opportunità e anche un valore aggiunto per una democrazia vissuta da una comunità consapevole che si confronta sui nodi della realtà locale e globale che la riguarda. E per questo non si astiene dalla partecipazione concreta.
Il Secolo d'Italia - 15 settembre 2010

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