Il triste regno di Draquila
Spaesati a L’Aquila come a Palermo, a Roma come in ogni borgo e borghetto, senza paese e facendo di tutto per non averlo.
"Mai dire mai”, consigliava Bertolt Brecht e io l’ho
sempre preso in parola. Anche nel caso di Sabina Guzzanti, di cui non mi era
affatto piaciuto il precedente film “anti-Silvio” di involontaria complicità
con l’oggetto della sua satira, perché la satira, come la denuncia, è un genere
che fa spesso di questi scherzi. Draquila è al contrario un bel film perché la Guzzanti ha capito,
finalmente, che “c’è poco da ridere” e gioca chiaro e duro, anche se qualcosa
sulle complicità e le mode della sinistra culturale (ha rischiato di essere una
moda, per certa gente, anche il terremoto dell’Aquila) e non solo sui silenzi
della parte politica avrebbe forse dovuto dirla, perché per certa gente tutto
diventa turismo e occasione di mettersi in mostra, e guai a non esser là dove
succede qualcosa di cui tutti parlano.
Draquila ci fa riconciliare con la
Guzzanti nella speranza che la sua crescita continui, in un
periodo in cui le ipocrisie aumentano e non diminuiscono e c’è perfino chi si
gingilla, come per esempio Walter “Parodia” Veltroni, a scriver brutti romanzi
e brutti poemi senza mai guardarsi allo specchio e vergognarsi (è molto
interessante in proposito la carrellata di Marco Belpoliti Senza vergogna,
Guanda, che è un titolo perfetto per tanti leader che si sono ammazzati da
soli). Draquila è una requisitoria, che all’irrisione e all’invettiva
preferisce la dimostrazione serrata, i documenti, l’analisi: preferisce
convincere razionalmente invece che ricattare emotivamente. Questa è la sua
forza e la sua originalità, di osare essere antitelevisivo, anche se sappiamo
bene che la stessa Guzzanti nella televisione ci sguazza. Draquila ci spiega i
come e i perché, preferisce il didascalico al viscerale, e finalmente si
interroga, anche se poco, sul “mistero Berlusconi”. Perché Berlusconi è
l’Italia, è il mostro evocato dalle viscere di un paese malato, come è malato il
mondo, e dominato da due sovrane e strapotenti deità: i soldi e la pubblicità,
il consumo e il consenso. Di fronte alle quali, chi più chi meno, tutti o quasi
tutti finiscono per inchinarsi compresa la Guzzanti. Su questo
il suo film s’interroga poco, perché dovrebbe scavare con altra profondità,
“carotare” anche in se stessa.
Cerca di farlo e ci riesce straordinariamente bene, con mezzi più distesi e
come in una sorta di analisi di sé dentro uno spazio e un tempo precisi, uno
dei nostri scrittori più promettenti, Giorgio Vasta, già autore del bel romanzo
Il tempo materiale (minimum fax). Il suo Spaesamento (Laterza) è la
personalissima cronaca di tre giorni a Palermo, d’estate, di un palermitano che
ha scelto di vivere al Nord. È proprio dall’idea del carotaggio che egli parte
– di sé, di una città, di una nazione e di un tempo preciso che è il nostro. Il
suo racconto, tra le cose migliori della nostra ultima letteratura (e sono
migliori gli scrittori dei critici, diciamolo, e soprattutto dei critici da esibizione,
concorrenti diretti degli scrittori) è minuzioso, sinuoso, ossessivo, e alla
fine agghiacciante. Gli incontri di vita quotidiana – particolarmente
angoscianti, per me, quelli con i bambini – in una città assorta nella sua
amorale soddisfazione e che si è fatta la più berlusconiana di tutte, molto più
di Milano, sono scavati (carotati) con una lucidità a tratti imbarazzante,
perché alla fine dimostra il coinvolgimento di tutti nella deriva,
nell’autodistruzione di una cultura e di una civiltà. Un coinvolgimento lento,
inavvertibile, che Vasta scruta nel minimo per dire, con la parte, il tutto.
Lo fa da antropologo, che avendo forse in mente il Michel Leiris di L’Africa
fantasma. Per dire l’Africa, Leiris parlava di sé a confronto con l’Africa. Per
dire l’Italia, per dire Palermo, Vasta parla di sé a confronto con Palermo, con
l’Italia, perché oggi «siamo indistinguibili da ciò che pensiamo di
contrastare». In questo sbigottito gioiello letterario e politico, i personaggi
qualsiasi, le situazioni qualsiasi si fanno esemplari, emblematiche. Come la
“donna cosmetica” che dice: «Questo presente non ha rabbia, non ha
indignazione: Perché non ha dolore. Senza dolore non c’è separazione.» E Vasta:
«Il fenomeno più percepibile, quello che da solo è in grado di rappresentare
un’epoca intera, è l’autodistruzione (...) che passa anche per i discorsi e per
il silenzio. Per l’intelligenza incapace e per la forma dei legami. Per questa
pallida manutenzione di un tempo senza rabbia. Per l’indistinzione. E per Palermo
e per ogni altro spaesamento italiano».
Spaesati a L’Aquila come a Palermo, a Roma come in ogni borgo e borghetto,
senza paese e facendo di tutto per non averlo.
http://www.unita.it 23 maggio 2010

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