Il tramonto della Verità approda nei Paesi arabi
Nel Maghreb si rivivono le crisi del Novecento europeo
Quanto sta avvenendo nel Nord Africa è un tipico fenomeno del nostro tempo,
dove nei modi più diversi ma tutti convergenti l’Occidente volta le spalle alla
propria plurimillenaria tradizione. Il mondo arabo, infatti, dopo aver
riattivato nel Medioevo la civiltà europea, ricollegandola alla grande cultura
greca, di tale civiltà ha poi sentito e subìto la presenza, con un’intensità
tanto maggiore quanto più ampia e profonda, rispetto ai popoli dell’Africa
subsahariana, è stata la dimensione che il mondo arabo ha avuto in comune con
l’Europa (si pensi anche al retaggio comune delle scritture veterotestamentarie).
Intendo dire che quanto sta avvenendo nel Nord Africa è il modo specifico in
cui anche quel mondo incomincia a voltare le spalle alla tradizione
dell’Occidente. Tra i più visibili dei fenomeni tipici del nostro tempo, le due
guerre mondiali. Nella prima le democrazie distruggono l’assolutismo degli
Imperi centrali e di quello ottomano, contribuendo a determinare le condizioni
che conducono alla fine dell’assolutismo zarista. Nella seconda le democrazie
distruggono l’assolutismo nazionalsocialista e fascista. Ma anche la fine
dell’assolutismo sovietico appartiene a quest’ordine di fenomeni. Gli
appartiene anche, in Europa e sia pure in minor misura in America, la crisi del
cristianesimo e dei costumi che ad esso si ispirano. Il cristianesimo intende
infatti essere l’ordinamento assoluto che rende possibile la salvezza
dell’uomo. A quell’ordine di fenomeni appartiene anche la crisi del
capitalismo: non tanto quella relativa alle difficoltà in cui oggi si trova,
quanto piuttosto quella per cui è sempre meno inteso come una «legge naturale
eterna» — cioè come l’ordinamento assoluto che rende possibile la salvezza
economica — e sempre più come un «esperimento» storico dai molti meriti, ma
dall’esito incerto, anche per la devastazione della terra a cui esso conduce. A
quell’ordine di fenomeni — all’abbandono cioè della tradizione dell’Occidente —
appartengono anche grandi eventi degli ultimi due secoli della storia europea,
che sebbene meno visibili sono tuttavia altrettanto e anzi in certi casi ancora
più decisivi. Tra l’Otto e il Novecento l’arte europea si rifiuta di doversi
adeguare al modello costituito dal bello assoluto e imposto dalla cultura
tradizionale: si propone come libera invenzione di un mondo nuovo, nascono
l’arte «astratta» e la musica atonale (cioè essa stessa «astratta» , separata
dall’ordinamento sonoro della tradizione). Ma in modo eminente è la filosofia a
rompere col passato, e innanzitutto col proprio, mostrando l’impossibilità di
quell’Ordinamento degli ordinamenti che è l’esistenza stessa di una Verità
assoluta e di un Essere assoluto che intenda valere come Principio del mondo.
«Dio è morto» , e alla radice è morta quella Verità assoluta che presume di
potersi mantenere stabile e inalterabile al di sopra della storia, del tempo, del
divenire. Di questo atteggiamento del pensiero filosofico risentono le scienze
naturali e logico-matematiche, che nei modi loro propri non si presentano più
come Verità assolute, ma come ipotesi o leggi statistico-probabilistiche di cui
è sempre possibile la falsificazione. Anche le scienze giuridiche abbandonano
il concetto di «diritto naturale» , nella misura in cui esso vuol essere un
diritto assoluto, assolutamente vero e presente nella coscienza di ogni uomo, e
portano in primo piano il concetto di «diritto positivo» , posto dall’uomo in
determinate circostanze storiche. L’abbattimento della tradizione
dell’Occidente è un turbine gigantesco a forma di piramide, i cui strati
diventano sempre più visibili man mano che si scende verso la base e sempre meno
visibili — ma anche sempre più decisivi — man mano che si sale verso il vertice
della piramide. Che è costituito dal pensiero filosofico e che, anche se per lo
più si tiene nascosto, guida il turbine. Sia pure guardando, con perspicacia
diversa, verso l’alto, i popoli dell’Occidente abitano la base della piramide.
Anche i popoli del Nord Africa. Della filosofia non sanno ovviamente nulla, ma
in qualche modo ne intravvedono l’ombra che essa lascia sulle cose e sugli
eventi del mondo. Per completare la metafora della piramide, si aggiunga che la
base soffia sulle convinzioni, i costumi, le opere, le istituzioni della
tradizione occidentale, e che anche se non lo si percepisce, la potenza
travolgente del soffio proviene dal vertice. Si dice che soprattutto i giovani
del Nord Africa guardano la televisione e si servono di Internet e dei
cellulari. Ma ciò che più conta rilevare è il loro intuire che il mondo sta
cambiando in un senso del tutto particolare e non solo molto più profondamente
e rapidamente di quanto non si sospettasse: intuiscono che nei mezzi di
comunicazione tutte le prospettive sono poste sullo stesso piano, che quindi
non esiste una prospettiva capace di prevalere e di dominare le altre, che
permanga quando esse svaniscono e abbia pertanto quell’assolutezza di cui i
popoli possono intuire il senso anche se ignorano la parola. Ognuno dei
messaggi mass-mediatici assicura di comunicare i contenuti più importanti; ma,
proprio perché sono tutti ad assicurarlo, il livellamento dei contenuti è inevitabile.
Per chi abita la base del turbine a piramide che investe il passato, la
preminenza dei valori tradizionali illanguidisce proprio perché essi appaiono
sui teleschermi. Con ciò non si vuol dire che la tradizione dell’Occidente non
possa essere Verità assoluta per il fatto che i messaggi mass-mediatici operano
quel livellamento, ma che il modo in cui il tramonto degli assoluti è messo in
luce dal pensiero filosofico del nostro tempo si fa in qualche misura sentire
anche da chi, ascoltando quanto stiamo dicendo, non sarebbe in grado di
capirlo. E, certo, quel modo di tramontare si è fatto sentire più chiaramente
nella distruzione degli assolutismi e totalitarismi politico-economici operata
nell’Europa del XX secolo. Rilievi, questi, che mettono in luce come le guerre
e le rivoluzioni del Novecento europeo tendano ad avere un carattere del tutto
diverso da quelle dei secoli precedenti, che per quanto profonde e
anticipatrici, rovesciavano sì vecchi ordinamenti assoluti, ma lasciando che i
nuovi conservassero il carattere dell’assolutezza. Per questo è più difficile —
ma non tanto — che le rivoluzioni del Nord Africa, che in qualche modo possono
dirsi europee, abolendo regimi totalitari abbiano a sfociare in nuove forme di
assolutismo, quale l’integralismo islamico. — all'interno del turbine a
piramide, il rapporto della cultura non filosofica con il pensiero filosofico
degli ultimi due secoli è ovviamente di gran lunga più diretto di quello che
può essere instaurato stando alla base o negli strati più bassi della piramide.
Tale cultura ne abita gli strati intermedi. Ma quindi è ancora dall’esterno che
essa può sentire la voce di quel pensiero. Una critica scientifica, religiosa,
artistica, ecc. degli assoluti che sono affermati innanzitutto dalla tradizione
filosofica può mostrare che quest’ultima afferma contenuti diversi e opposti
rispetto a quelli che tale critica intende difendere, ma non per questo essa
può concludere che quei contenuti debbano venire abbandonati. Ad esempio
sarebbe una grossa ingenuità ritenere che la filosofia di Aristotele o di Hegel
debba esser lasciata da parte perché è comparsa la fisica moderna o perché sono
state scoperte le geometrie non euclidee e la fisica quantistica. Solo una
critica filosofica della tradizione filosofica e delle dimensioni in cui
l’assoluto filosofico si è rispecchiato degradando fino alla base della
piramide, può essere irrefutabile. Quanto si è detto sin qui è infatti soltanto
la descrizione di un fatto, sia pure di enormi proporzioni: il fatto in cui la
piramide consiste. Ma non si è detto ancora nulla della irrefutabilità, ossia
della verità di tale fatto: non si è ancora detto nulla di quell’altra forma di
verità che è la verità della distruzione della Verità della tradizione
occidentale — ossia della Verità che, si è detto, pretende porsi, inalterabile
e immutabile, al di sopra del tempo e della storia. Questo giro di concetti è
decisivo. Proviamo a chiarirlo per quel che qui è possibile. Le democrazie
parlamentari hanno distrutto gli Stati totalitari del Novecento, che, appunto,
si presentano come la forma terrena della Verità e del Dio assoluti. Questo,
dal punto di vista delle scienze storiche, si può considerare un fatto. Ma da
ciò non si può concludere che le democrazie siano verità e i totalitarismi errore!
Concludere così significa confondere i criteri della lotta politica con quelli
del pensiero critico filosofico — che invece in proposito può dire ben di più
(quando lo si sappia capire). Di- ce infatti che, da un lato, lo Stato
assoluto, controllando l’intera vita dei sudditi, predetermina il loro futuro,
lo occupa interamente e gli impone la propria legislazione inviolabile; e che,
dall’altro lato, lo Stato assoluto, ma anche i suoi sudditi, sono tuttavia più
o meno consapevolmente convinti che il futuro esiste ed è la dimensione di
tutto ciò che ancora non esiste, non è predeterminato, non è già occupato da
alcuna inviolabile legislazione. Lo Stato assoluto è dunque una gigantesca
contraddizione, in cui l’esistenza del futuro è, insieme, affermata e negata. E
la contraddizione non solo è uno stato di essenziale instabilità, prima o poi
destinata a crollare, ma è anche la forma essenziale dell’errore. Solo se si sa
scorgere in modo appropriato la contraddizione da cui è avvolta una certa
situazione storica è possibile prevedere il crollo di quest’ultima, senza che
la previsione decada al rango di divinazione o di profezia (si può mostrare che
il marxismo scorge in modo inappropriato la contraddizione dell’assolutismo
capitalistico e imperialistico). La distruzione dello Stato totalitario (e
della sua presunta Verità) da parte della democrazia ha dunque verità solo se
la democrazia è consapevole della contraddizione del totalitarismo. Altrimenti
(ed è questa la situazione) la democrazia è una forma di violenza che si
contrappone a quella totalitaria e che in Occidente ha vinto solo «di fatto» —
provvisoriamente, apparentemente—, non «di diritto» . La contraddizione
dell’assolutismo politico è presente anche in tutte le altre forme di
assolutismo (alle quali si è fatto cenno sopra) della tradizione occidentale.
Ma, la loro, rispecchia in forma derivata la contraddizione estrema e grandiosa
che avvolge la Verità
della tradizione filosofica. Tale Verità intende infatti essere l’Ordinamento
di tutti gli ordinamenti. Tutto deve esistere conformemente alla Verità
assoluta: essa non è soltanto la legge che domina il futuro dei sudditi dello
Stato assoluto, ma è la Legge
che predetermina e dunque occupa e domina (oltre al presente e al passato) il
futuro di tutte le cose, lo riempie completamente con sé stessa; e quindi lo
vanifica nel modo più radicale, perché, così riempito, il futuro non è più
futuro. Ma, insieme, la Verità
della tradizione occidentale è il riconoscimento dell’esistenza del tempo e
quindi del futuro: è la fede più incrollabile e profonda in tale esistenza:
intende essere appunto la Legge
del tempo, sopra il quale pone la dominazione del Dio esso stesso eterno e
assoluto. La Verità
assoluta è cioè fede intransigente nell’esistenza e, insieme, nell’inesistenza
del tempo e della storia. Dunque è contraddizione estrema. L’essenza per lo più
nascosta della filosofia del nostro tempo è il vertice del turbine che spinge
al tramonto la tradizione occidentale. Nel vertice quella estrema
contraddizione viene portata in piena luce. Ma, anche, è il vertice a cui non
riesce a sollevarsi nemmeno la maggior parte della stessa filosofia
contemporanea, che ripete sì il proclama della morte della Verità e di Dio, ma
che solo raramente sa mostrare il fondamento senza di cui il proclama è
soltanto fede, dogma, retorica. D’altra parte, se si riesce a scorgere in modo
appropriato che la Verità
assoluta della tradizione è contraddizione estrema e dunque estrema
instabilità, si è in grado di affermare che tale Verità è destinata al
tramonto. Questa— all’interno della cultura dell’Occidente, che ormai è la
cultura del Pianeta — è la previsione fondamentale con cui ogni altra forma di
previsione deve fare i conti (e alla cui chiarificazione lavoro da quasi mezzo
secolo). Ma fino a che tale previsione rimane invisibile, restando lassù, al
vertice del turbine, la potenza con cui essa guida l’intero turbine resta
indebolita. Ne è un segno lo stupore, l’irritazione, se non la commiserazione,
che anche i lettori possono provare leggendo qui che alla filosofia compete una
funzione così decisiva nella storia del mondo. Gli strati della piramide sono
immagini del vertice, e quindi ne sono l’alterazione, non ne lasciano vedere la
potenza, e sempre meno quanto più si scende verso la base: incapaci di vedere e
far propria la potenza del proprio vertice, tendono a somigliare a un esercito
che vada al fronte portando con sé, invece delle proprie armi, le loro
fotografie. In questo senso il vertice del turbine è un sottosuolo. Appunto per
questo i grandi protagonisti della tradizione occidentale non si sentono ancora
sconfitti: teocrazia, Stato assoluto ed «etico» , paleocapitalismo, democrazia
(intesa sia come unione di libertà e Verità, sia come democrazia procedurale
fondata tuttavia sulla metafisica dell’individuo), e anche comunismo marxista,
continuano a rivendicare l’insopprimibilità dei loro valori e a sentirsi essi
in diritto di guidare il mondo: dinanzi a loro si presenta la forma debole del
turbine, mentre la voce della potenza del vertice — cioè l’essenza del
sottosuolo del pensiero del nostro tempo, costituita dai pochi pensatori
essenziali— rimane per lo più soverchiata dalle voci di quella debolezza. Anche
per questo, nonostante la differenza radicale tra le rivoluzioni del passato e
quelle del presente, non solo i popoli del Nord Africa, ma anche quelli
dell’intero Occidente sono soltanto all’inizio del processo che è destinato a
condurli all’abbandono della loro tradizione.
Corriere della Sera 14.4.11

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