Il tradimento degli intellettuali
Cesare Battisti e gli errori di Lévy
Pubblichiamo il testo di Tabucchi uscito nell’edizione pomeridiana di “le
Monde” di sabato 15 gennaio. In caratteri evidenziati le frasi tagliate da “Le
Monde”, nel cui consiglio di amministrazione siede da qualche tempo
Bernard-Henry Lévy
di Antonio Tabucchi
Ora che il caso Battisti è diventato un caso internazionale (la Corte dell’Aia potrebbe
proporsi per risolvere la questione fra Italia e Brasile) che mette in crisi i
rapporti tra due paesi e le regole del Diritto vigenti in occidente, il
gruppuscolo di opinionisti che ha sostenuto il terrorista fa festa. Perché è dalla
Francia che l’imbroglio è partito e i pensatori mediatici locali vanno fieri
del subbuglio provocato. Li ispira un superomismo middlebrow, un
nietzschianismo deteriore e mal interpretato. Ma il caos che hanno in testa
alimenta solo il caos esistente, l’attuale crisi della democrazia e una
situazione internazionale sempre più tetra.
Cesare Battisti, santificato da alcuni intellettuali francesi, è stato
condannato all’ergastolo in Italia per quattro omicidi due dei quali eseguiti
personalmente con colpi di pistola alla nuca. Egli esordì come criminale comune
rapinando per lucro personale negozi e supermercati fino al momento in cui, in
prigione, pensò di mettere la sua esperienza al servizio di un gruppo
terrorista (i PAC, Proletari Armati per il Comunismo). Evase dal carcere
insieme al terrorista che lo aveva istruito e a un mafioso loro amico. A quel
punto, le rapine presero un’altra natura: non erano più rapine a mano armata,
si chiamavano “espropri proletari”. E se ci scappava il morto, pazienza.
Battisti fuggì in Francia clandestinamente approfittando della cosiddetta
“legge Mitterrand” (Doctrine Mitterrand) che concede il diritto di asilo purché
l’ospite non abbia commesso delitti di sangue. Dunque Battisti avrebbe dovuto
essere subito arrestato e restituito all’Italia poiché di delitti di sangue ne
aveva commessi ben quattro. Invece no, viene dichiarato “rifugiato politico”.
La domanda fondamentale è: perché? La mia risposta coincide con quanto ha
scritto il magistrato Bruno Tinti su Il Fatto Quotidiano dell’8 gennaio 2011:
“Si entra nel campo delle ipotesi, ma potremmo definirle ipotetiche certezze
perché alternative non ce ne sono: Battisti collabora con i servizi segreti
francesi a cui vende tutto quello che sa sul terrorismo internazionale. Lo ammetterà
anche lui raccontando di essere stato aiutato dai servizi francesi nella sua
fuga in Brasile”.
I processi in contumacia a Battisti si sono svolti con le massime garanzie,
perché l’Istituto giudiziario italiano, a differenza di quello francese,
prevede che il fuggiasco sia comunque assistito da avvocati, beneficio di cui
Battisti ha ampiamente goduto. Sottolineo che nel caso di terrorismo contro lo
Stato, in Italia il reo è giudicato da un tribunale ordinario che emette una
sentenza con motivazioni. In Francia, al contrario, in casi come questi opera
un tribunale speciale, al chiuso, ed emette sentenze senza motivazioni (è una
delle ragioni per cui la
Francia ha più volte subito censure da parte della
Commissione europea dei Diritti umani).
Ma veniamo agli intellettuali. L’anziano “nouveau-philosophe” Bernard-Henry
Lévy, che sul proprio blog ha messo l’immagine di Battisti accanto a quella di
Sakineh, dovrebbe riflettere sull’irresponsabilità di cui si fa carico [prima
che in qualche altro luogo (in Corsica, per esempio), nasca un blog analogo con
l’immagine della donna iraniana da lapidare accanto a quella di un terrorista
in galera. Purtroppo B. H. Lévy ha delle convinzioni che si basano soprattutto
sulle proprie convinzioni, e] quando si lancia nella difesa di Battisti così
esordisce: “Ignoro se Battisti abbia commesso o no i crimini che gli sono
imputati” (Le Point, 19 febbraio 2009). [Degli omicidi, a Lévy, non importa
niente: gli interessa quello che lui pensa di Battisti. Ma non è il solo.] Si
tratta di una nuova dottrina dei nostri tempi: l’hanno già abbracciata
Berlusconi in Italia, il ministro Hortefeux in Francia e, negli Stati Uniti,
George Bush, quando Colin Powell anni fa all’Onu affermò che delle prove
concrete degli osservatori dell’Onu sull’Iraq non gliene fregava assolutamente
niente. Del resto la visione molto curiosa della Storia propria e altrui, B. H.
Lévy l’aveva già espressa in una sua rubrica tirando in ballo le amnistie del
governo francese: “È quello che abbiamo fatto noi francesi amnistiando sotto De
Gaulle gli amici del Front de Libération Nationale (dell’Algeria), e poi, con
Mitterrand, i crimini dell’OAS. E questo è il vero servizio che possiamo
rendere oggi ai nostri amici transalpini: aiutarli a pensare, volere
quest’amnistia; farli beneficiare della nostra piccola esperienza storica in
queste faccende fortemente scottanti...” (Le Point, 8 luglio 2004). Ma chi è
chi in questo forzato abbinamento? Il FLN sarebbe il terrorista e l’OAS la
magistratura? Inoltre, sull’amnistia francese, il discorso sarebbe lungo perché
è noto che ha favorito soprattutto l’OAS. [Comunque non abbiamo bisogno dei
paternalistici consigli di B. H. Lévy: che li venda alle anime semplici.]
Questi intellettuali, nel riferirsi con arroganza alla magistratura italiana,
ignorano il prezioso servizio che i magistrati hanno reso alla democrazia e
alla Costituzione italiane. [Non sanno che se il terrorismo (rosso e nero) non
ha avuto derive autoritarie è grazie alla nostra magistratura.] Non sanno che
la magistratura ha fatto arrestare in questi anni centinaia di mafiosi, di
camorristi, di politici corrotti di tutti i partiti. E non sanno che molti di
questi magistrati hanno pagato con la vita. Ed evidentemente non sanno che
Silvio Berlusconi, fin dal suo arrivo al potere, ha definito la magistratura
“un cancro da estirpare”. E dal suo punto di vista è davvero un pericolo,
perché la magistratura in Italia è indipendente, non obbedisce al ministro
della Giustizia come in Francia.
Alla mancanza di informazione della scrittrice di polizieschi Fred Vargas
(pseudonimo di Frédérique Audoin-Rouzeau), che è diventata la filosofa del
diritto più preparata di Francia sul caso Battisti, aveva risposto come si deve
il magistrato Armando Spataro su le Monde del 14 novembre 2004. Per
informazione dei lettori francesi, Armando Spataro è un magistrato al quale si
devono inchieste giudiziarie delicatissime e importantissime: mafia, corruzione
di politici, servizi italiani “deviati”, illecite operazioni della CIA sul
territorio italiano durante la presidenza Bush. [Auspico per questi argomenti
una rapida traduzione del suo recente libro Ne valeva la pena. Storie di
terrorismi e mafie, di segreti di Stato e di giustizia offesa (Laterza
Editore): sarebbe utile in un paese in cui l’Italia sembra un pianeta lontano.
] Anche la signora Fred Vargas ha le sue “convinzioni”, e non spetta a me
convincerla, lei che si è recata in Brasile per svolgere la propria opera di
convinzione. Inseguendo il suo eroe e criticando le leggi sui collaboratori di
giustizia del sistema italiano, ha però dimenticato la pentita Frédérique
Germain, detta Blond-blond, che nel 1988 fece condannare i terroristi francesi
di Action Directe, che non ha mai scontato la sua pena perché aveva collaborato
con la giustizia. Le ricordo che il gruppo terrorista fu condannato
all’ergastolo e lo Stato francese, che avrebbe potuto mostrare maggiore
indulgenza, aveva praticamente buttato via la chiave. Nathalie Ménigon,
emiplegica dal 1996 per due attacchi celebrali, ha atteso fino al 2008 nella
prigione di Bapaume per ottenere la semi-libertà; e Georges Cipriani, impazzito
in prigione e portato nel 2001 nel manicomio di Sarreguemines, ha avuto la
semi-libertà solo nel 2010. La legge Kouchner sui prigionieri vecchi e malati
li ha presi in considerazione in ritardo e ne ha beneficiato in priorità l’ex
prefetto collaborazionista Papon.
Un altro intellettuale molto disinvolto su questa faccenda è Philippe Sollers.
Ecco alcune sue affermazioni in un’intervista a un giornale italiano: “Poiché la Francia si è pronunciata
sul diritto di asilo non ci deve essere estradizione, il diritto di asilo non
consiste nel giudicare nel merito (…). In Italia c’è stato anche un terrorismo
di Stato molto importante in quegli anni: è stata una vera guerra civile e
sociale”. E conclude rivolgendosi al giornalista che lo intervista: “Per noi è
solo una questione di diritto. Se lei fosse francese capirebbe facilmente”
(Repubblica 5 marzo 2004). Possibile che Philippe Sollers, al quale sta tanto a
cuore il Diritto, non si sia reso conto che in Francia esiste ancora una legge
arcaica, censurata per l’ennesima volta dalla Commissione europea dei Diritti
umani, come la Garde
à vue (oltre 24 ore di detenzione in celle del commissariato senza diritto a un
avvocato e con visita corporale a discrezione dei poliziotti)? Quanto alle sue
altre affermazioni, devo smentirlo. Certo ci fu anche un terrorismo di Stato,
ed è quello che ancora non conosciamo, ma non ci fu nessuna guerra civile. E le
Brigate Rosse, che alcuni intellettuali francesi vedono come eroi romantici,
erano assassini che sparavano alle spalle a magistrati, giornalisti,
intellettuali e poliziotti. Ma trovo soprattutto offensivo che altri, che non
hanno vissuto quello che hanno vissuto gli italiani, chiedano così superficialmente
che l’Italia metta una pietra sopra la nostra storia tragica ancora non chiara.
Ci potrà essere un perdono giuridico, ma prima la verità storica deve venire
alla luce: gli italiani sanno ancora troppo poco. Scrivo questo articolo in
Francia, paese che amo molto e dove spesso vivo. Ma amo la Francia perché conosco
bene la sua lingua, la sua letteratura, la sua Storia. Ma questi intellettuali
conoscono l’Italia? E l’italiano, lo conoscono? Non è una domanda oziosa. Per
leggere le carte dei processi di un tribunale italiano bisogna sapere bene
l’italiano.
il Fatto 16.1.11

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