Il tesoro della doppia identità
Kafka, Celan, Svevo: così l’ambivalenza genera capolavori
La difficoltà, la quasi impossibilità, di una completa assimilazione tra
linguaggi, costumi, tradizioni di popolazioni diverse, è stata, ed è tuttora,
alla base di molti conflitti, di incomprensioni e di lotte politiche,
religiose, etiche, che hanno fatto di questa situazione una delle chiavi per
comprendere molte delle inimicizie e rivalità tra popoli finitimi, o tra
popolazioni immigrate, fino a raggiungere le spesso crudeli manifestazioni
dovute ai diversi fondamentalismi etnico-liturgici.
Certo l’assimilazione di un individuo, o di una vasta società, entro una
nazione «straniera», la volontà e il desiderio di «essere come gli altri», non
costituire un «corpo estraneo» entro una comunità preesistente, non poteva non
essere una molla formidabile per quei popoli o singoli individui che miravano
ad essere — anzi, ad essere considerati — come eguali alla popolazione
ospitante. Eppure, è proprio questa disuguaglianza invincibile a costituire il
maggiore ostacolo per una omogeneizzazione d’una società e per un’accettazione
«dell’alieno» entro una compatta entità nazionale, religiosa, storica.
In altre parole, ancora una volta: i tanti rigurgiti di patriottismo, di
revanscismo, di irredentismo, di cui in Italia abbiamo avuto esempi passati e
recenti — dalla Valle d’Aosta all’Alto Adige, alla Venezia Giulia, ma anche
alla grande immigrazione interna dal Sud a Torino, di popolazioni giuliane in
Sardegna eccetera — chiariscono perché sia altrettanto ardua l’attuale
immigrazione nel nostro Paese di popolazioni mediorientali, come lo fu quella
degli italiani negli Stati Uniti ottocenteschi o dei minatori nostrani in
Belgio...
Forse due parole possono costituire una chiave per la comprensione del problema
assimilatorio, l’ambivalenza e il conformismo: ossia l’aspetto, non solo
negativo, d’un processo ambivalente nella socializzazione degli «alieni»; e
d’altro canto il verificarsi, anche in questo caso, d’un alternarsi spontaneo
del conformismo e dell’anticonformismo. Vale a dire: della volontà e della
urgenza di «essere come gli altri»; ma anche, una volta raggiunta questa
situazione, della spinta a conservare la propria identità «natale» e
originaria, sempre legata a una più che giustificabile tradizione.
Attorno al problema dell’alienità, ma anche dell’ambivalenza che ne deriva
molto spesso, il recente saggio Modernità e ambivalenza (Bollati Boringhieri)
di Zygmunt Bauman, il noto sociologo polacco, autore d’un importante testo
sull’Olocausto, offre moltissimi esempi di personaggi in cui il problema
dell’assimilazione ha giocato in profondità: a iniziare dal caso tipico di un
Kafka, il grande scrittore praghese, in cui la preminenza del tedesco sul ceco
e insieme la sua origine ebraica creavano un miscuglio culturale e «razziale»
straordinariamente fecondo, ma anche di estrema «labilità» etica ed estetica.
Ma l’appartenenza a due entità linguistiche diverse, con la stessa ambivalenza
che ne può derivare — sia dal lato positivo che negativo — è presente anche in
tanti autori che hanno saputo valersi d’un bilinguismo facendolo volgere a loro
favore: si pensi a casi come quelli di Celan, di Kipling, di Ungaretti, (le sue
poesie francesi) e dello stesso Italo Svevo, mai del tutto «assimilato»
nell’area linguistica italiana e che, ciò nonostante, proprio dalla mescolanza
tra la cultura tedesca e la «lingua madre» triestina ha saputo trarre il vero
fascino dei suoi scritti. Il caso tipico degli ebrei dell’Europa orientale, gli
Ostjuden, non è che uno dei tanti esempi di questi conflitti, non solo
linguistici, di cui ebbero a soffrire (ma anche ad avvantaggiarsi) molti popoli
della Germania, dei Paesi baltici, di piccole, ma ben acculturate, nazioni come
la Svizzera,
la Croazia,
il Belgio.
Molto spesso basta un solo fattore per sancire l’avvenuta o mancata
assimilazione d’un individuo: la pronuncia delle parole, l’uso di forme
dialettali, il tipo di gesticolazione. Per tutta la sua vita l’«immigrato
interno» (siculo a Torino, sardo in Toscana) sarà considerato alieno. Penso a
un caso abbastanza contraddittorio e addirittura equivoco: un mio amico di
famiglia puramente lombarda, però cresciuto a Roma sin dall’infanzia, era
divenuto linguisticamente un perfetto «romanesco», eppure pochi si
dimenticavano della sua origine e quasi tutti lo consideravano non assimilato a
Roma; mentre, di ritorno in patria, veniva sbeffeggiato per la sua «spontanea»
pronuncia, e guardato con evidente sospetto. In questo caso la totale
(apparentemente) assimilazione giocava a sfavore del tanto agognato conformismo
etnico-linguistico.
L’ambivalenza culturale, linguistica, comportamentale dovuta all’assimilazione,
dunque, può essere positiva e negativa, come lo può essere quella politica; ed
è forse proprio il pericolo di ogni ambivalenza che spinge l’uomo e non volere
di solito conquistare più di una «valorizzazione», perché questa lo difenda dal
rischio d’un assimilazione incompleta e dunque «peccaminosa».
Corriere della Sera 30.8.10

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