Il taglio di S&P era scontato. Ora addio all’economia del petrolio
Europa e Usa stanno vivendo una crisi strutturale Bisogna cambiare paradigma di sviluppo,a partire dalle abitudini energetiche
Inutile riunire il G7, convocare vertici, o tagliare il
debito con misure pensate solo per tranquillizzare i mercati: «Questa crisi era
prevedibile, riguarda tutto il mondo occidentale, e finirà solo quando
cambieremo il nostro paradigma economico. Dobbiamo passare dal modello della
Seconda Rivoluzione industriale a quello della Terza, per smettere di vivere
consumando le ricchezze del passato, e tornare a produrre liberando la nostra creatività».
Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends, è appena tornato
dalla California, dove ha visto esplodere la crisi degli ultimi giorni. È
stanco, ma non vuole perdere l’occasione di rovesciare il tavolo del dibattito
in corso. Secondo lui tanto gli Stati Uniti, quanto l’Europa, stanno sbagliando
radicalmente l’approccio al problema, e quindi anche la ricerca delle
soluzioni.
Perché il downgrade dell’America era scontato?
«Sapevamo che sarebbe arrivato da circa trent’anni. Perdonate se vi prendo un
po’ di tempo, ma è necessario spiegare il perché. Verso la fine degli Anni
Settanta è finita la Prima
rivoluzione industriale, nel senso che abbiamo smesso di vivere grazie alla
ricchezza che producevamo. Siamo entrati nella Seconda Rivoluzione industriale,
in cui poco alla volta abbiamo bruciato tutti i nostri risparmi, e poi abbiamo
cominciato a vivere di debito».
Ci può spiegare com’è successo?
«Durante gli Anni Ottanta si sono create le condizioni per una grande
recessione legata all’edilizia: abbiamo costruito troppo, a prezzi non
sostenibili. La crisi si è manifestata tra il 1989 e il 1991, con gli alti
tassi di disoccupazione che hanno determinato la sconfitta di George Bush padre
nelle presidenziali vinte da Bill Clinton. Invece di rimettere in ordine la
casa e tornare ad un’economia capace di produrre, abbiamo vissuto bruciando i
risparmi che avevamo accumulato nei decenni precedenti: basti pensare che nel
1991 il tasso di risparmio delle famiglie americane era al 9%, e nel 2001 era
sceso a zero. A quel punto, invece di rimettere la testa a posto, abbiamo
continuato a consumare, usando stavolta le carte di credito. Abbiamo accumulato
enormi debiti personali, e anche questa fonte di benessere illusorio si è
esaurita. Allora abbiamo deciso di usare le nostre case come fossero dei
bancomat: abbiamo finanziato e rifinanziato dei mutui, per ricevere in cambio
soldi da spendere. In questa maniera il nostro debito personale è arrivato alle
stelle, senza più vie d’uscita per ridurlo o per trovare altre risorse».
Cosa c’entra questa storia con la crisi del debito sovrano?
«I governi si sono comportati grosso modo nella stessa maniera, puntando
decisamente sul debito per finanziare la loro attività. Nel frattempo il costo
delle materie prime, a partire dal petrolio, è aumentato in continuazione, per
la nostra domanda e per quella sempre crescente dei Paesi emergenti, come la Cina e l’India. Se questo non
bastava già a complicare la situazione, abbiamo interpretato la globalizzazione
come una nuova opportunità di consumo, invece che di produzione: in sostanza
per noi occidentali diventare global ha significato poter comprare beni a basso
costo dai Paesi emergenti. Così si è creato un circolo vizioso, che non ci
consentirà mai di uscire dalla crisi».
Perché?
«Ogni volta che c’è una recessione, facciamo sempre la stessa cosa: pompiamo un
po’ di soldi sul mercato, e diciamo che vogliamo fare tagli alle spese. Ma la
ripresa si alimenta spendendo, i Paesi emergenti ne approfittano aumentando la
loro produzione, e questo fa salire i costi delle materie prime come il
petrolio. Di conseguenza tutti i prezzi aumentano, compresi quelli del cibo, e
quindi ci ritroviamo in breve in una nuova situazione insostenibile, tornando a
fare affidamento sul debito per soddisfare le nostre esigenze. Così non ne
verremo mai fuori, anche se il Congresso tagliasse davvero quattro trilioni di
dollari al debito americano».
Forse è vero per gli Stati Uniti, ma cosa c’entra questo scenario con
l’Europa?
«Il discorso è molto simile. Anche in Europa c’è una crisi legata al debito
sovrano, che è esploso per le stesse ragioni dell’America: tutto il mondo
occidentale segue ormai un modello economico che non è più sostenibile. Punto.
Possiamo fare tutti i vertici dei G7 che vogliamo, alzare o abbassare i tassi,
provare a ridurre il debito: fino a quando non cambieremo paradigma, non ne
usciremo».
La crisi che sta minacciando l’Italia, però, è oggi: cosa dobbiamo fare?
«Premetto che la vostra situazione è grave, ma non è tanto diversa da quella
degli Stati Uniti: voi avete un debito del 120% rispetto al Pil, noi ci stiamo
avviando verso il 100%. Detto questo, siete in una condizione molto complicata,
perché da una parte dovete varare misure di austerità allo scopo di placare i
mercati; dall’altra invece dovreste spendere per stimolare la ripresa
economica, che poi è necessaria anche per generare le risorse fiscali
indispensabili a ridurre il debito. È un cane che si morde la coda».
Insisto: come ne veniamo fuori?
«Nell’immediato di certo dovete evitare il fallimento, con tutti gli aiuti che
potete ricevere, ma poi bisogna cambiare radicalmente il modello economico».
Lei cosa suggerisce?
«Quando Angela Merkel divenne cancelliere tedesco, mi chiamò a Berlino per
avere dei consigli. Io le chiesi come poteva pensare di far funzionare
l’economia tedesca e tenere in ordine i conti, conciliando questi obiettivi con
l’assistenza sociale offerta, le tendenze demografiche della Germania e i
livelli di produttività. Lo stesso discorso vale per tutti i Paesi occidentali,
con qualche complicazione in più per l’Italia. Da allora in poi la Merkel ha fatto degli
aggiustamenti che hanno giovato alla Germania, ma ancora non basta».
In cosa consiste questo paradigma della Terza rivoluzione industriale, che
lei consiglia di adottare?
«Primo, interrompere tutti questi comportamenti fallimentari di cui abbiamo
parlato. Secondo, sviluppare un nuovo modello economico capace di generare
milioni di posti di lavoro, liberando di nuovo la nostra creatività e capacità
produttiva. Il primo passo da compiere è il mutamento delle regole del gioco,
liberalizzando l’attività imprenditoriale. Ma quello ancora più importante è
cambiare le nostre abitudini energetiche, voltando finalmente le spalle alla
dipendenza dal petrolio».
Intervista di Paolo Mastrolilli
http://www3.lastampa.it 09/08/2011

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