Il sorriso del terrorista
Considerare Battisti «un rifugiato politico» significa falsare e vilipendere la figura stessa del rifugiato politico e rendere in futuro ancor più difficile la condizione di chi si troverà realmente in tale situazione.
Il presidente Lula, che continueremo ad ammirare per l'intelligenza e il coraggio con cui ha affrontato tanti problemi cruciali del suo grande Paese, ha macchiato la fine del suo eccellente mandato con gratuite offese all'Italia e con la protezione accordata a un pluriassassino, Cesare Battisti, che ha ucciso quattro persone e reso invalida per sempre una quinta.
Considerare Battisti «un rifugiato politico» - come gli ebrei esuli dalla Germania nazista o gli argentini scampati alla dittatura omicida dei generali - significa falsare e vilipendere la figura stessa del rifugiato politico e rendere in futuro ancor più difficile la condizione di chi si troverà realmente in tale situazione. La Corte suprema brasiliana aveva espresso parere favorevole all'estradizione, l'Avvocatura brasiliana dello Stato parere contrario e la decisione, alla fine, è stata soprattutto politica più che giuridica.
Battisti - il quale, a differenza di altri ex terroristi, non ha mai mostrato alcun ripensamento dei suoi atti né alcuno sgomento nei confronti delle sue vittime, bensì ostentato una supponente tracotanza – ha denigrato la magistratura italiana, cosa a cui peraltro siamo abituati, definendo l’Italia governata dalla mafia e dai «fascisti». Non è scandaloso che un criminale cerchi di occultare o confondere i suoi crimini; è anzi un suo diritto. È scandaloso che qualcuno possa credere a queste panzane intrise di sangue.
Le Brigate Rosse - e i gruppi affini,quali Proletari armati per il comunismo in cui ha militato Battisti - non hanno peraltro colpito mafiosi, corrotti e servizi segreti deviati e criminosi, il che sarebbe stato comunque illecito, perché non ci si può far giustizia da sé. Le Brigate Rosse hanno invece colpito l'Italia più aperta e democratica - diversa e migliore di quella di oggi - che si sforzava, attraverso mille ostacoli e contraddizioni di evolversi verso forme di vita più aperte e civili, di integrare nel progresso sociale vaste categorie prima escluse. Certo, in quell'Italia c'erano corruzione, mafia, orrende stragi molte delle quali tuttora impunite. Ma sotto lo stupido piombo delle Brigate Rosse non sono caduti mafiosi, corrotti, agenti segreti omicidi; sono caduti invece assai spesso proprio gli nomini onesti che cercavano di combattere quelle infamie. Uomini - per fare soro alcuni nomi - quali Bachelet, Casalegno, Tobagi, il giudice Galli, l'avvocato Croce, l'operaio comunista Guido Rossa e molti altri ancora. Uomini che operavano per un'Italia migliore, come l'avvocato Ambrosoli assassinato dal killer inviato da Sindona.
Ad opporsi alle Brigate Rosse erano grandi antifascisti come Valiani o Pertini, il quale - usando il termine con cui Marx aveva sprezzantemente bollato l'infantilismo pseudo rivoluzionario così utile alla peggiore reazione - aveva definito i terroristi rossi «questi pezzenti che disonorano un colore per noi sacro». Ad opporsi a quel terrorismo erano persone come Franco Venturi o Massimo Mila, leggendari partigiani; protagonisti della Resistenza quali Galante Garrone, che si era offerto volontariamente quale giurato nei processi contro i brigatisti per sostituire chi aveva timorosamente declinato la nomina. Pure molti militantide1 Partito Radicale avevano dichiarato analoga disponibilità. Ricordo di aver appreso a Torino la notizia dell'eccidio della scorta di Moro e del suo rapimento, nella presidenza della facoltà di Lettere, in cui mi trovavo in quel momento, casualmente con Franco Venturi che disse: « E’ la guerra civile, contro i nuovi repubblichini ».
C’era naturalmente pure un’altra, vasta Italia pronta a
civettare col terrorismo, a usarlo, a cercare di trarne vantaggio. Diversamente
da Venturi, il cardinale Siri, appresa la notizia della strage di via Fani,
anziché dire — come sarebbe stato logico attendersi — un’Ave Maria per i cinque
poliziotti trucidati, disse che Moro raccoglieva i frutti della sua politica
ovvero del suo tentativo di apertura a sinistra. Toni Negri ha dichiarato anni
fa la sua solidarietà a Berlusconi in quanto entrambi perseguitati dalla
magistratura, come oggi si proclama Battisti. L’Italia di oggi è l’opposto di
quella sperata da Pertini, da Galli o da Bachelet.
Il terrorismo cosiddetto rosso è stato
peraltro un fenomeno non molto rilevante nella storia recente d’Italia; il
generale Dalla Chiesa, che lo sconfisse come si sconfigge una brutta influenza
stagionale, venne annientato dalla mafia come si viene annientati da un cancro
che si dilata senza freno. I terroristi non rossi che in quegli anni hanno
seminato l’Italia di stragi e la criminalità organizzata che unisce
l’efferatezza da serial killer (i bambini assassinati e fatti sparire nel
calcestruzzo) con una potenza da impresa multinazionale, sono ben più forti e ben
più radicati nel Paese dei brigatisti in carcere, scarcerati o latitanti, con
il loro miscuglio ideologico di rivoluzionarismo dottrinario, snobismo salottiero
e sentimentalismo, come quell’ex brigatista che aveva proclamato di aver capito
che non si può uccidere un papà, quasi fosse invece lecito uccidere uno che sia
soltanto zio.
Fuggito dalla Francia sembra grazie a protezioni più o meno
altolocate — dipende dai criteri con i quali si valuta la statura di una
persona — Battisti ha avuto la solidarietà di clan di alcuni letterati in
quanto autore di romanzi. Ogni pretesa aristocrazia — di sangue, di denaro, di
cultura — è infame; se
qualcuno scrivesse un capolavoro immortale (non sembra sia il caso di Battisti)
e commettesse un assassinio dovrebbe finire i galera come chiunque altro.
Naturalmente Battisti non è solo l’autore di quei reati; è un uomo che deve
godere, come ogni altro, della pienezza dei suoi diritti e della sua dignità,
che nessun atto delittuoso cancella e che la legge deve tutelare, valutando le
attenuanti o le aggravanti di quegli atti. Si parla, giustamente, di riconciliare
con la storia d’Italia la generazione coinvolta negli anni di piombo.
Non mi passa per la testa di considerarmi migliore di chi, a quel tempo, ha
commesso violenze anche gravi, solo perché la vita non mi ha posto dinanzi a
situazioni che rendono più facili quelle violenze. I criminali responsabili
dell’ecatombe di Bhopal, mai raggiunti dalla giustizia, non sono certo meno
colpevoli di chi ha intrapreso la lotta armata, anzi lo sono moralmente anche
di più, e si potrebbero citare tanti altri esempi altrettanto abietti.
L’impulso che ha spinto qualcuno a prendere le armi può essere certo stato, in
alcuni casi, una autentica ancorché distorta sete di giustizia. Il senso corretto dei delitti e delle pene
comprende severità non disgiunta da umana comprensione.
La premessa di un simile atteggiamento nei confronti degli ex brigatisti deve essere tuttavia il riconoscimento, da parte loro, dell’aberrazione del loro agire e della sua insensatezza anche politica. La strafottenza di Battisti, che reca ulteriore offesa alle sue vittime, rende certo ancor più difficile, in questo senso, le cose. Il Presidente Lula ha dichiarato che la sua delicata salute sarebbe messa in pericolo nelle carceri italiane, evidentemente più malsane di quelle brasiliane. Mi auguro che un domani nessuno, da parte italiana, ricambi questo sciocco oltraggio qualora un cittadino brasiliano ricercato dal suo Paese per gravi delitti si spacciasse per rifugiato politico che ha scelto l’Italia per motivi di salute. La scivolata del Presidente Lula non ci impedirà di continuare ad apprezzare i suoi notevoli sforzi e risultati di rinnovamento sociale, anche perché un suo strafalcione non è in grado di farci cambiare idea.
Il Corriere Della Sera 03/01/2011

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