Il sogno perduto del primo kibbutz
Cent’anni di storia delle piccole comunità socialiste d’Israele.
Nell´ottobre del 1910 otto uomini e tre donne salparono da Odessa e raggiunsero
la Terra
promessa per fondare una comune agricola, Degania: dal lavoro ai figli tutto
doveva essere fatto per il bene della causa. Cent´anni dopo, ecco che cosa è
rimasto di quell´utopia socialista che tanto contribuì alla costruzione dello
Stato d´Israele
Fra questi viali di eucalipti, su questi ciottoli arroventati dal caldo,
quaranta gradi, aleggia lo spirito di Moshe Dayan, bambino. Fra i molti primati
che il grande Dayan s´attribuì in vita c´era anche quello di essere stato «il
primo bambino nato a Degania», da una coppia di giovani pionieri, Shmuel e
Dvorah, approdati in Palestina dalla fredda Ucraina per realizzare il loro
sogno sionista. In realtà, se è vero che Degania è il primo kibbutz della
storia, e in questi giorni se ne celebra il centenario, Moshe fu soltanto il
secondo neonato della comunità, essendo stato preceduto da Gideon Baratz,
figlio di Yoseph e Miriam Baratz, venuto alla luce qualche mese prima
all´Ospedale della Missione Scozzese, a Tiberiade.
Erano tempi di ferro, di fame, di malattie, d´insopportabili durezze e
d´incredibili privazioni quelli in cui il kibbutz Degania venne fondato. La
prima infanzia di Dayan fu un susseguirsi di malanni gravi: la malaria, la
polmonite, il tracoma. Un continuo girovagare tra ospedali e residenze
occasionali, presumibilmente più salubri, dove tentare guarigioni improbabili
sempre con accanto la madre, una raffinata intellettuale russofila, grande
ammiratrice di Tolstoj che, pur credendo profondamente nei suoi ideali, non si
rassegnò mai alle asprezze della vita in quelle terre di conquista.
Nella "kvutza", letteralmente il "gruppo", l´antesignano
del kibbutz, di Degania il lavoro era tutto, l´ideologia, la prassi e il
programma politico, la ricchezza e l´onore, e tutto era pensato e fatto in
funzione del lavoro. Il privato, il personale, non avevano spazio, nulla poteva
e doveva sfuggire alle regole imposte dal gruppo che su ogni cosa, dal nome da
imporre ai neonati al ricovero in ospedale di un membro della comune, aveva la
parola definitiva. E questo, ovviamente, «per il bene della causa».
Nel piccolo museo di Degania, accanto alla casa di mattoni a due piani che
ospitò il primo nucleo di undici pionieri, otto uomini e tre donne, ai quali un
anno dopo si aggiunsero Shmuel e Dvorah Dayan, si respira una doppia, stridente
sensazione: l´assoluta penuria di mezzi di cui disponevano i fondatori, mista
ad un´illimitata fiducia in se stessi. Ritratti in una foto color seppia, i
membri della kvutza, scesi dai paesi del grande freddo su una landa a duecento
metri sotto il livello del mare, guardano stupefatti il mondo nuovo che gli si
è appena spalancato davanti. Gli uomini vestono la classica rubacka dei
contadini russi, con l´abbottonatura laterale e la cintura stretta in vita, le
donne indossano gonne lunghe fino ai piedi e camicie chiuse fino al collo che
ne esaltano la figura. Sono, definitivamente, dei giovani borghesi, le loro
mani hanno lunghe dita delicate, ma nei loro occhi c´è la febbrile inquietudine
dei rivoluzionari, dei visionari che hanno deciso di passare all´azione.
Cent´anni dopo quella foto scattata al loro arrivo ad Haifa, su una nave
salpata da Odessa, si può dire che quei giovani venuti dalla Lituania,
dall´Ucraina, dalla Russia per realizzare il sogno ebraico del riscatto
capovolgendo, al tempo stesso, la piramide sociale, hanno vinto. Il loro esempio
ha avuto molti seguaci. Nessuno, oggi, può mettere in dubbio il contributo dato
dal movimento dei kibbutz al compimento dell´impresa sionista, avvenuto nel
1948 con la proclamazione dello Stato d´Israele.
Hanno vinto loro, si può dire di quei sionisti ante litteram in posa nel
piccolo museo di Degania, ma il kibbutz, inteso come cellula sociale basata su
un´ideologia egualitaria e una struttura economica collettivista, è morto per
sempre. Travolto dai grandi movimenti della storia, come il crollo dell´ideologia
comunista e l´irrompere dell´economia globale, ma anche da fattori
specificatamente israeliani, come l´inesorabile scivolamento a destra della
scena politica e la crescente influenza della componente religiosa.
Quando, nel 2004, il governo Sharon decise di privatizzare i kibbutz, secondo
un disegno elaborato da Ehud Olmert, la crisi incubava da anni. In un paese che
aveva decisamente imboccato la strada della new economy e degli start-up, sul
modello della Silicon Valley americana, i vecchi kibbutz fondati
sull´agricoltura e l´allevamento del bestiame non avrebbero avuto futuro, se
non contando pesantemente, come è successo negli ultimi decenni, sugli aiuti
dello Stato. Trasformarsi o sparire, questa è diventata la scelta obbligata.
Eppure, per Shay Shoshany, il giovane presidente di Degania, una volta si
sarebbe detto «segretario», il kibbutz in generale, e Degania in particolare,
non hanno perso il loro fascino. Shay resta legato ad una certa cultura
politica oggi fuori moda: «Sono orgoglioso di essere uno degli ultimi
socialisti rimasti», dice sorridendo. Ricorda il ruolo rivoluzionario e
«globale» avuto dal kibbutz nel propagare l´idea dell´uguaglianza, «ma non
siamo tutti uguali», ammette.
Ci sono molte cose buone da conservare, assicura il segretario di Degania,
nella filosofia del kibbutz. Innanzitutto, la solidarietà praticata in concreto
dai membri della comune, il che oggi avviene attraverso una tassa interna che
serve a limare le differenze fra i salari e a migliorare i servizi comuni (tra i
quali, qui a Degania, c´è anche un parco macchine). Il rispetto reciproco.
L´abitudine a frenare gli impulsi consumistici. La qualità della vita. E
tuttavia certe imposizioni in nome del «bene comune» non hanno più senso.
«Quello che non potevo sopportare era di dover andare a chiedere il permesso
per qualsiasi cosa, fosse un viaggio o un vestito», racconta Nina Ben Moshe,
settantadue anni, nata a Degania da genitori membri del kibbutz e sposata ad un
kibbutzik a sua volta nato da una famiglia di kibbutzniki. Eppure, nessuno dei
suoi quattro figli ha seguito l´esempio dei genitori. «Ho bei ricordi, ma direi
che i ricordi sono sempre belli. Da ragazzi crescevamo in una libertà assoluta,
mentre i genitori erano al lavoro. Da adulti, non sapevamo cosa erano i soldi,
cos´era una carta di credito. Queste cose abbiamo dovuto impararle dopo il
2004. Fino ad allora non ne avevamo sentito il bisogno perché avevamo tutto
quello che ci occorreva e, soprattutto, avevamo tutti le stesse cose». «Ma -
aggiunge Nina - nessun essere umano può lavorare per un lungo periodo senza
ricevere nessun compenso, a meno che non sia un idealista. Quindi per
rispondere alla sua domanda se eravamo felici: sì eravamo felici, ma era una
felicità, come dire?, assistita. Improvvisamente ho dovuto imparare che cos´era
una banca, che occorreva risparmiare e che a me stessa dovevo pensarci io e non
il kibbutz».
Ad attenuare l´amarezza di alcuni vecchi membri del kibbutz si starebbe
producendo una realtà nuova, un ricambio di popolazione dovuto anche alle
trasformazioni economiche imposte dalla crisi. «Oggi - assicura Shay - a
Degania non vivono soltanto contadini ma anche liberi professionisti, un
avvocato, un medico, che hanno deciso di tornare a vivere nel kibbutz pur
lavorando fuori. Naturalmente contribuiscono in tutto alle spese comuni e
questo cespite proveniente dalle attività esterne, o private, rappresenta il
quarantacinque per cento delle nostre entrate, mentre il trentacinque è dato
dall´agricoltura (banane e datteri) e il venti dalla fabbricazione di diamanti
industriali».
Che i kibbutz si siano aperti al mondo esterno non c´è dubbio. Molti giovani,
ad esempio, trovano nelle vecchie comuni agricole quelle condizioni di vita che
le città, affogate nello smog e nel traffico, non possono offrire. Tuttavia non
si può ancora parlare di un vero e proprio afflusso. In fin dei conti, la
maggiore speranza dei dirigenti dei kibbutz di migliorare le finanze comuni è
affidata al turismo.
Molti kibbutz della Galilea si sono trasformati in resort. E si vede che
questa, nonostante il blasone, la ricca storia e il passato eroico, di cui è
testimonianza il piccolo carro armato siriano esposto ai cancelli, residuato
della guerra del ´48 e di una fortunata controffensiva dei kibbutziniki a colpi
di bottiglie molotov, quella del turismo, dicevamo, è nonostante tutto anche la
tentazione di Degania. Approfittando della privatizzazione del 2004 una
famiglia del kibbutz ha aperto un piccolo ristorante proprio di fronte alla
vecchia stalla dei pionieri, oggi trasformata in teatro e sala cinematografica.
Pasta, insalate e cucina kasher, naturalmente, per compiacere il pubblico
religioso. Questa è la culla del socialismo laico, ma non si sa mai.
Repubblica 10.10.10

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