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Il sogno di una nazione

Ma alcuni decenni di liberismo deregolatore hanno aperto voragini nella società: pochi ricchissimi sempre più ricchi...

Per almeno tre decenni i liberal americani (l´equivalente dei nostri social-democratici) sono stati costretti alla ritirata; a difendere le loro postazioni assistendo impotenti allo sbriciolamento di ogni parvenza di stato sociale.


I liberal hanno dovuto contrastare l´attacco continuo portato dai repubblicani ai valori egualitari dei diritti civili e perfino allo stato laico. È stato proprio sul ruolo dello Stato nell´economia che la sconfitta dei liberal è stata bruciante. Da decenni l´espressione "politica economica" è scomparsa dal vocabolario pubblico sostituita da marketing e finanza. Nel suo primo discorso inaugurale nel 1981, Ronald Reagan aveva esordito dicendo che «il governo non è la soluzione dei problemi; esso è il problema». Questa massima avrebbe fatto storia e molti proseliti anche tra i liberal e nel Partito democratico (come del resto anche in Italia, dove i liberisti si sono ben accasati nella sinistra). Infatti, nel 1996, nel suo primo discorso sullo Stato dell´Unione, Bill Clinton aveva riconosciuto che «l´era del big government è finita». Al contrario, oggi si può dire che quell´era e quella ideologia sono finite il 4 novembre 2008.


Sono finite non perché l´America (o il mondo occidentale) si sia convertita al socialismo (come è stato scritto durante la campagna elettorale) ma, molto più prosaicamente, perché è l´economica di mercato che chiede allo Stato di farsi sentire e di dettare regole certe, dimostrando così che il libero mercato non è un´entità naturale e ha bisogno di un guardiano esterno che ne contenga l´hybris monopolistica, la innata tendenza a negare se stesso. Il nuovo presidente, Barack Obama lo ha immediatamente percepito, vincendo in intelligenza sul suo avversario, simpatico e ironico, ma datato nel linguaggio e nelle proposte. Da settembre almeno Obama ha introdotto nei suoi discorsi alcune parole chiave che quasi certamente resteranno con noi per qualche anno: riforme strutturali nel mercato del lavoro, nel commercio e nella finanza e infine, ma non ultimo, nella sanità e nell´energia; il tutto tenuto insieme dalla solidarietà nazionale tra le classi nel nome dell´eguaglianza di cittadinanza. 


Tutti figli e figlie della stessa nazione e con le stesse opportunità di riuscire: questo è il "sogno americano" al quale il nuovo presidente (lui stesso un prodotto di quel sogno) si è costantemente riferito costruendo la propria identità politica nel solco della tradizione del suo paese. Non strappi col passato ma la rinascita del migliore passato per gli uomini e le donne del ventunesimo secolo - da Lincoln a Roosevelt a Luther King. Il messaggio è di unità nazionale e di continuità per risollevare una società che rischia laceranti conflitti sociali. L´America che conosciamo può continuare ad esistere solo se e fino a quando le diseguaglianze economiche non si stabilizzeranno fino al punto di non consentire a nessuno più di osare salire la scala sociale, solo se l´etica della responsabilità si dimostrerà conveniente. Non è in nome dell´eguaglianza economica ma dell´eguaglianza delle opportunità che il sogno americano si è consolidato e l´unità nazionale è stata periodicamente invocata - proprio come adesso con Obama. 


Obama inaugurerà una nuova stagione di New Deal - un nuovo patto tra le parti della nazione americana, affinché sappiano vedere ciò che le unisce al di là dell´età, delle razze, delle preferenze sessuali, delle fedi religiose. Nessun presidente conservatore avrebbe potuto con autorità lanciare un simile messaggio dopo aver per anni protetto prima di tutto gli interessi di una parte, quella più ricca per giunta, e promesso meno tasse e meno Stato.


Ma alcuni decenni di liberismo deregolatore hanno aperto voragini nella società: pochi ricchissimi sempre più ricchi; una middle class che avverte il rischio di perdere terreno (un rischio che si è fatto sentire già da qualche anno, da quando c´è stata l´impennata delle rette di iscrizione nelle grandi università, i centri dove si costruiscono le opportunità di carriera) e non si sente per nulla rassicurata dalla tradizionale distinzione tra "alta" e bassa" middle class; una classe operaia che ha visto stracciati i propri diritti sindacali e la certezza di un´assicurazione sulla salute che copra sufficientemente l´intera famiglia, che infine ha subìto la concorrenza sleale del lavoro a costo zero offerto da un esercito di immigrati clandestini (un grande affare dal quale le classi più affluenti hanno approfittato a piene mani).

Gli analisti politici hanno confermato che più della metà della classe media alta ha votato per Obama, voltando le spalle alle sirene repubblicane e accettando il rischio di pagare più tasse. Perché? Perché i più abbienti sentono di dover legare il loro destino a quello dei meno abbienti e di accettare il sacrificio (probabile) di pagare più tasse, una politica del salario minimo e dell´assicurazione universale sulla salute? Perché si è fatta convincere che la carità e la morale del buon samaritano non sono più bastanti a tamponare la povertà ed è necessaria una politica di giustizia sociale? In sostanza, perché la classe che è stata la spina dorsale dell´ideologia repubblicana oggi accetta di considerare il governo come parte della soluzione, non come problema? 


Indubbiamente Obama è un leader carismatico che ha saputo usare gli argomenti retorici giusti: l´orgoglio identitario dell´eccezionalismo americano, l´insopportabilità di vedere l´America diventare castale come il vecchio continente, il patriottismo della plurisecolare costituzione (alla faccia di chi da noi pensa che la giovane costituzione italiana sia troppo vecchia e debba essere cambiata!). E lo ha fatto senza essere radicale (come i suoi critici da sinistra gli rimproverano). Obama è radicale per la sua storia e la sua identità personale, per la sua razza e per il suo nome; ma non nel messaggio politico, non avendo egli mai promesso roboanti riforme sociali nel nome di valori liberal. Ma è proprio tutto qui? 


Bisogna saper leggere oltre l´apparenza delle parole, leggere attraverso le aspirazioni di chi lo ha votato. Una delle ragioni del trionfo di Obama sta nel fatto che egli ha reso possibile ai cittadini tutti di credere che quelle trasformazioni di cui la nazione ha bisogno sono alla loro portata. Che si può fare, che nulla è compromesso e le potenzialità per farcela ci sono.

Ovviamente, il pericolo più grande di una vittoria costruita sulla speranza e sulla fiducia sta nel generare disillusione. Ma questo argomento è cinico. E poi, il timore di questo rischio non può inchiodare la volontà - se non altro perché, anche volendolo non si può difendere lo status quo restando immobili. C´è da pensare che la macchina che si sta mettendo in moto a Washington il 20 gennaio sia tutt´altro che debole perché tutti, anche all´opposizione, sono pronti ad accettare di guardare allo Stato come il catalizzatore del consenso per politiche sociali, non facili ma necessarie. Un catalizzatore, non un dispensatore di felicità: stimolare il mercato e l´economia non sostituirsi ad essi. E su questo new deal tutti possono trovare convenienza a scommettere, anche i potenziali (e necessari) investitori stranieri, i quali non meno degli americani devono essere convinti che "si può fare"; e pare che anche loro lo siano, a giudicare dagli effetti simbolici globali che ha il fenomeno Omaba.

 

Repubblica - 20 Gennaio 2009  

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