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Il sofferto Dilemma tra Carita' e Legge

I l villaggio di cartone di Ermanno Olmi

 

 

I l villaggio di cartone è un film tanto potente quanto atipico. Olmi, in questo caso, non ha voluto comporre un affresco realistico e poetico (come L' albero degli zoccoli ) né un racconto epico (come Il mestiere delle armi ). Ha realizzato un film al fine esclusivo di porre agli spettatori - e probabilmente riproporre a se stesso - alcuni interrogativi che sono tra i più inquietanti del tempo in cui viviamo. È l' opera di un grande artista che, giunto a una certa età, piega la sua vena narrativa e poetica al bisogno insopprimibile di affrontare temi supremi, persino temerari. Così come Tolstoj, il più affascinante tra tutti i narratori, quando si accinse in tarda età a scrivere Resurrezione con intenti solo morali. O come gli stessi tragici greci che proponevano al pubblico dibattito i grandi temi ed enigmi del vivere. Per la forza e la profondità dei temi proposti, oltre che per il rigore formale della rappresentazione - accompagnata da immagini e inquadrature di potente bellezza pittorica - il film in alcuni momenti può richiamare il cinema di ispirazione religiosa del grande Dreyer. I dilemmi proposti da Olmi sono di natura religiosa. E non è esagerato definirli temerari se si considera che sono essenzialmente quelli del rapporto della carità - qui intesa come accoglienza agli immigrati, che rappresentano una delle categorie di uomini più indifese e disperate del nostro tempo - con la legge, da un lato, e con la fede, dall' altro. Ovviamente Olmi conosce troppo bene l' estrema difficoltà di dare risposta a così grandi interrogativi. E se il film pretendesse di farlo, tradirebbe la propria ispirazione e la ragione stessa del suo nascere. La trama narrativa a cui Olmi appoggia il film è poco più che un pretesto ed è così semplice e schematica da assomigliare a una parabola evangelica. È il racconto di come una chiesa dismessa e chiusa al culto diventa per una notte il luogo in cui trova rifugio un gruppo di emigranti clandestini ai quali l' anziano parroco accorda ospitalità e protezione. Il racconto si sviluppa seguendo la reazione agli avvenimenti di questo vecchio prete. Solo e sofferente, assillato da dubbi, egli non sa rassegnarsi all' abbandono della chiesa dove ha sempre esercitato il suo ministero. Assiste sgomento e impotente all' irruzione nell' edificio sacro di una squadra di traslocatori che vuotano la chiesa di tutti gli oggetti e segni sacri di cui era arredata: quadri di santi, statue di madonne, un enorme crocifisso che viene calato dall' alto della cupola. Il vecchio parroco vorrebbe ribellarsi, impedire tale scempio e profanazione del luogo sacro a cui ha dedicato la sua vita. Quando rimane solo, nella chiesa spoglia e deserta, egli confessa la fragilità della sua fede e i dubbi che aggravano la sua solitudine. (E come non pensare a questo proposito al peso della solitudine e dell' isolamento che grava oggi su tanti vecchi sacerdoti dal momento in cui vengono «messi in pensione»?). Il passaggio chiave del racconto è quello che descrive la svolta che avviene nella mente e nel cuore del vecchio prete quando, durante la notte, scopre in chiesa la presenza furtiva dei profughi. In un primo momento prevale in lui lo sconcerto, perché anche questa gli appare una presenza irrispettosa del luogo sacro. Ma lo spettacolo del dolore e della disperazione di quegli uomini che sono i pochi sopravvissuti alla traversata in mare e che si presentano veramente come gli «ultimi» sulla terra - la ragazza di colore vittima di violenza che sta per partorire, l' uomo gravemente malato, il bambino dagli occhi luminosi che incrociano a lungo il suo sguardo - accende in lui l' intuizione che quell' edificio a lui tanto caro, la «sua» chiesa, può assolvere, in una così eccezionale circostanza, un servizio provvidenziale di carità. L' accoglienza e la protezione offerta a quegli esseri umani disperati, braccati anche dalla polizia, non gli appare affatto in contrasto con il fine sacro per cui quell' edificio era nato, cioè come luogo di preghiera e di lode a Dio. Egli decide dunque non solo di offrire ospitalità, ma anche di assicurare la protezione a quel gruppo di disperati, sino al punto di opporsi all' intervento delle forze dell' ordine. «Qui non ci sono clandestini», dichiara al graduato, responsabile della sicurezza, che lo ammonisce sui rischi penali che può correre. «Perché ha lasciato entrare questa gente nella nostra Chiesa?», gli chiede il sacrestano. «Perché è una Chiesa»: è la risposta del vecchio parroco. «Ma è tutta gente diversa. Non sono come noi. E ospitarli è un rischio per tutti». «Quando la carità è un rischio» - è la replica del vecchio parroco - «quello è il momento della carità». La carità contro la legge? Si può ritenere che il dovere, umano ed evangelico, dell' accoglienza e della carità, che si impone con forza e urgenza drammatiche nel nostro tempo, debba prevalere sempre e comunque su ogni altro valore e quindi, in caso di conflitto, anche sulle ragioni dell' ordine civile e della legalità? Non è questa, a mio giudizio, la tesi sostenuta da Olmi. Egli intende porre un problema, non risolverlo. È vero che l' Autore descrive con evidente simpatia il percorso umano e spirituale che porta il vecchio prete a difendere gli immigrati; ma ciò non significa prendere posizione in ordine agli enormi problemi che l' immigrazione comporta sul piano sociale e civile. La scelta del vecchio parroco è solo personale e religiosa. Nel film non sono infatti nascosti i gravi problemi civili e legali che deriverebbero da un' accoglienza incontrollata e non regolata, come dimostrano alcuni brani di conversazione colti tra i profughi (ad esempio, il richiamo alla norma che impone la soppressione della donna violentata) e alcune immagini fugaci, ma di forza eloquente: quella patetica dell' accampamento allestito dai profughi nella Chiesa vuota (il «villaggio di cartone»: che sembra indicare il carattere inevitabilmente precario e provvisorio dell' immigrazione) e quella - terribile - della cintura di dinamite indossata all' atto della partenza dalla ragazza inviata a compiere una missione terroristica. Olmi rappresenta nei suoi termini drammatici una situazione in cui appare arduo conciliare i Vangeli con la logica e le ragioni dell' ordine civile. Un problema essenzialmente religioso. Altrettanto e ancor più profondamente religioso è il quesito riguardante il rapporto tra la carità e la fede. L' accoglienza accordata a uomini disperati è apparsa al vecchio parroco coerente alla sacralità della chiesa, a lui tanto cara, come luogo di preghiera. In altri termini egli ha compreso come il soccorso prestato agli ultimi e ai sofferenti sia tutt' uno con il senso evangelico del sacro. Il significato simbolico che Olmi vuole esprimere con questo racconto è chiaro: il venir meno della sacra destinazione originaria della chiesa è riscattato da un servizio di accoglienza e di carità, non meno nobile e sacro, che l' edificio si trova occasionalmente a rendere a beneficio di uno sparuto gruppo di gente disperata. Ma è proprio da qui - ossia da questa intuizione artistica che permette di sottolineare la continuità tra il culto sacro del divino e il servizio umano della carità e dell' accoglienza - che scaturisce il grande interrogativo. Può essere riconosciuto alla carità un primato (e, all' occorrenza, un ruolo di supplenza) sulla stessa fede? Il Tempio dell' uomo può fare a meno del Tempio di Dio? Questo è ciò che sembra pensare il vecchio prete quando confida al medico agnostico che lo assiste: «Ho fatto il prete per fare del bene, ma per fare il bene non occorre la fede. Il bene è più della fede». La Chiesa - e l' intera comunità dei credenti - adempie da sempre a una duplice vocazione e missione: quella verticale del cammino verso l' amore di Dio e quella orizzontale della condivisione amorevole delle fatiche e delle sofferenze degli uomini. Si può forse sostenere che l' esercizio della carità - e quindi la massima disponibilità al dialogo e alla condivisione delle tragedie umane - sia la strada da seguire per contrastare quella crisi della fede nel mondo contemporaneo, che proprio la chiesa dismessa vuole simboleggiare? È l' interrogativo finale che Olmi, nella sua sensibilità di poeta ma anche di interprete spirituale del nostro tempo, ci pone con questo film. In realtà, io penso che il servizio caritativo dell' accoglienza, che ridà un senso alla chiesa sconsacrata, riveli l' altra faccia della religiosità: il prendersi cura dell' uomo. Questa non è una funzione vicaria, ma di integrazione dell' amore di Dio e della preghiera. L' uno e l' altro aspetto sono essenziali per comporre e dare un' anima a un' autentica religiosità cristiana. La definizione del giusto spazio da attribuire rispettivamente al divino e all' umano nella vita terrena è affidato alla singola coscienza di ogni credente. È il nostro dilemma quotidiano.


Corriere della Sera (7 ottobre 2011)
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