Il sistema finanziario internazionale. La proposta del Vaticano
Dal Vaticano una proposta per riformare la finanza mondiale
L’aspetto positivo delle crisi è che esse sono allo stesso
tempo momenti di grandi opportunità. La crisi finanziaria globale è un’opportunità
per riformare l’architettura del sistema finanziario mondiale,
rafforzare l’Unione Europea dal punto di vista dell’armonizzazione delle
politiche fiscali procedendo più speditamente verso il traguardo di un’unità
politica, aumentare la disciplina delle politiche fiscali nazionali.
Il documento vaticano si incentra su due aspetti fondamentali:
i) costruire una cornice di regole di global governance che se possibile
facciano da quadro per l’azione di istituzioni globali;
ii) riformare il sistema finanziario internazionale con una serie di proposte
specifiche.
Sul primo punto la global govenance è urgente e necessaria
per superare l’asimmetria della globalizzazione di mercati globali ed
istituzioni e regole che restano prevalentemente nazionali.
La globalizzazione ci rende sempre più interdipendenti e rende praticamente
impossibile disinteressarsi dei problemi di altri paesi un tempo lontani: simul
stabunt simul cadent.
Solo per fare alcuni esempi ci sono almeno sette fondamentali elementi di
interdipendenza tra sistemi economici e finanziari: i) la crisi del debito
americano è un problema che riguarda non solo quel paese ma i risparmiatori di
tutto il mondo che in esso investono e tra i primi grandi stati come la Cina che ha investito in
titoli del tesoro una parte consistente delle proprie riserve; ; ii) la crisi
del debito greco e il probabile abbattimento del valore nominale dei titoli
pubblici del paese (tra il 20 e il 60 percento) comporterà serie perdite sui
bilanci delle banche francesi e tedesche che maggiormente avevano investito in
tali attività finanziarie; iii) la presenza di un’enorme massa di poveri e
diseredati a livello mondiale, disposti a lavorare a salari molto più bassi di
quelli dei nostri lavoratori di pari qualifica, tutelati e sindacalizzati,
rappresenta una minaccia formidabile al mantenimento dei livelli di benessere
dei paesi ad alto reddito; iv) l’uscita dall’euro comporterebbe danni gravissimi
non solo per paesi del Sud ma anche per la stessa Germania che per anni ha
goduto del vantaggio di poter esportare le proprie merci sul mercato dei paesi
dell’eurozona senza il costo dell’apprezzamento del proprio tasso di cambio; v)
il coordinamento delle banche centrali è oggi sempre più importante in un mondo
globalmente integrato e i paesi emergenti hanno lamentato più volte
recentemente che le politiche monetari espansive delle banche centrali
americane ed europea (quantitative easing) hanno esportato inflazione nei loro
paesi; vi) da tempo nelle riunioni del G-20 si cerca di coordinare le politiche
dei paesi in deficit e di quelli in surplus cercando di esortare i secondi ad
adottare politiche più espansive per rilanciare la domanda a livello mondiale.
C’è una grande tavola imbandita con commensali che hanno a disposizione dei
lunghissimi cucchiai. La differenza tra inferno e paradiso in questa nota
storia è che nel primo caso i commensali usano i cucchiai per tentare
goffamente di imboccare se stessi senza riuscirci mentre nel secondo caso li
usano per imboccarsi l’un l’altro. E’ proprio questa la situazione di fronte
alla quale si trovano gli stati nazionali nei mercati globalmente integrati.
Cercare di perseguire il proprio interesse miope di breve periodo diventa
persino controproducente perché è soltanto cooperando tutti insieme che si può
uscire dalla crisi.
Sul secondo punto (le regole dei mercati finanziari) il documento fa proprie
alcune proposte già lanciate dalla legge Dodd-Frank negli Stati Uniti e dalla
commissione Vickers nel Regno Unito, non ancora implementate ed entrate in
vigore per vari ostacoli.
E’ fondamentale riportare la finanza al servizio dell’economia reale. Per far
ciò è necessario:
i) ridurre la leva delle banche troppo grandi per fallire (leva di 30 a 1 e squilibrio tra
passività a breve e attività a a lunga sono tra le principali cause della
propagazione della crisi dei mutui subprime a livello mondiale).
ii) adottare la cosiddetta Volcker rule che impedisce alle banche di fare
trading in proprio con i depositi dei clienti.
iii) regolamentare in modo più severo il mercato dei derivati che nascono come
strumenti assicurativi. Nell’economia reale le polizze assicurative si
acquistano se si è in possesso dell’attività sottostante da assicurare mentre
sui mercati finanziari questo avviene in non più del 5 percento dei casi.
Esiste a questo proposito una proposta dell’UE per raggiungere tale obiettivo
per quanto riguarda i credit default swaps sui titoli di stato.
Una quarta proposta riguarda l’istituzione di una tassa sulle transazioni
finanziarie per i motivi illustrati nel paragrafo che segue.
E’ opportuno interrogarci sul perché la posizione degli economisti e della
società civile (a maggioranza favorevole nell’UE) nei confronti della tassa
sulle transazioni finanziarie è cambiata radicalmente nel corso degli ultimi
anni. Lo scorso anno 130 economisti italiani hanno firmato un appello in suo
favore che è poi confluito nell’analogo appello di 1000 economisti i di 53 Paesi
consegnato ai ministri finanziari dei Paesi del G20 in occasione del vertice
svoltosi a Washington il 14 e 15 aprile 2011 (tra i firmatari ci sono figure di
primissimo piano come Dani Rodrik, Tony Atkinson, Joseph Stiglitz e Jeffrey
Sachs).
Un’altra obiezione che appare infondata è quella dell’impatto della tassa sul
costo del capitale. Per l’aliquota fissata dalla proposta Barroso i calcoli
fondati sui modelli di capitalizzazione dei valori futuri attesi degli asset
dimostrano che questo costo è pressochè nullo (vedasi ancora Matheson 2011).
L’altra obiezione che la tassa diminuisca la liquidità dei mercati è anch’essa
opinabile. Di quanta liquidità abbiamo bisogno ? Dean Baker in un suo commento
sul tema dice che la tassa ci riporterebbe ai costi di transazione e alla
liquidità di dieci anni fa, ovvero ad un periodo più florido di quello che
stiamo vivendo. La verità è che non esiste nessun evidenza certa sugli effetti
della tassa sulla liquidità ma solo una serie di diversi modelli che trovano
risultati opposti a seconda del tipo di microstruttura dei mercati finanziari e
del modello di competizione ipotizzato tra gli intermediari.
Riassumendo le quattro principali obiezioni all’istituzione della tassa (non si
può imporre se non a livello globale, non ci sarebbe gettito per la fuga dei
capitali, la tassa aumenta significativamente il costo del capitale, la tassa
riduce la liquidità dei mercati) sono false o infondate o per l’evidenza dei
fatti (le prime due) o per mancanza di prove (le seconde due).
Per quanto esposto sopra la tassa sulle transazioni (pur non essendo ovviamente
la panacea di tutti i mali) può rappresentare una tappa importante in quel
riequilibrio dei rapporti tra istituzioni e finanza che può favorire le altre
riforme auspicate per prevenire nuove crisi finanziarie dalla legge Dodd-Frank
o dalla commissione Vickers nel Regno Unito (Volcker rule, riduzione della leva
degli intermediari too big to fail, penalizzazione nei requisiti di
capitalizzazione per le attività più rischiose rispetto al credito ordinario) e
il recupero di fiducia da parte della società civile nei confronti delle
istituzioni finanziarie di cui abbiamo urgente bisogno.
http://www.benecomune.net 25/10/2011

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