Il sindacato è la nostra sponda
Il sindacato interpreta la necessità di difesa dei ceti deboli
Non ho molti rapporti col mondo sindacale, li ho avuti in passato, anche per periodi molto intensi, pur se brevi, e per altri molto conflittuali come tutti o quasi i militanti della mia generazione. E ricordo con grande simpatia, nonostante spesso le venature “sovietiche” di molti, insieme ai sindacalisti “di base” anche quelli importanti che venivano dalla gavetta, ex operai o braccianti più combattivi e determinati di altri. Parlo del Sud degli anni cinquanta, della Torino degli anni sessanta, della Milano degli anni settanta. Poi, sul finire degli anni sessanta, crebbe una leva che tra amici chiamammo scherzosamente “leva Foa”, di sindacalisti venuti non dalla fabbrica ma dall’università. Colti abili “borghesi”, non furono pochi quelli che, crescendo, dovevano deluderci per la loro deriva in due direzioni: la politica (un esempio per tutti, Bertinotti) e il “padronato”, perché sì, alcuni passarono dalla Camera del Lavoro alla Camera di Commercio o alla Confindustria, nella direzione o nell’ufficio studi di qualche industria, e alcuni pochi tornarono all’università. Ma ve ne furono che ostinatamente, coraggiosamente, continuarono a far bene il loro lavoro considerandolo più una vocazione o una missione che non una professione. E d’altronde, la “mutazione” non riguardava solo il sindacato, in quegli anni, e ha travolto per prima la classe operaia modificandone consumi e costumi, tentazioni e ambizioni, mentalità e idealità. Non è stato facile il lavoro del sindacalista nell’Italia degli anni di Craxi e di quelli di Berlusconi, mentre la sinistra si adeguava ai modelli dominanti e perdeva di senso e di sale, accettando di mentirsi e di corrompersi come tutto e tutti.
È evidente che dire sindacato vuol dire una galassia di situazioni
disparate, che la Cgil non è la Cisl e le due non sono i Cobas, che i
sindacati dei metalmeccanici sono una cosa diversa da quelli degli
insegnanti o da quelli dei pensionati eccetera. E se è importante
festeggiare la nuova combattività del sindacato e di una parte notevole
degli operai di fabbrica e di altri settori colpiti dalla crisi e dalla
peculiare infamia del nostro capitalismo e dei nostri governanti, non si
può dimenticare che non ci sono solo loro, a star male, e che pure in
settori che sembravano privilegiati la crisi è arrivata e l’infamia ha
colpito. Ma non si parla ancora di maggioranze, e probabilmente non si
potrà farlo per molto tempo, e probabilmente lo scontro sarà sempre più
duro e ineguale tra chi ha (perché sa rubare, perché era già dentro o ha
saputo infilarsi negli interstizi del potere) e chi non ha, o non ce
l’ha fatta ad adeguarsi.
Torniamo al presente e a una constatazione che si impone, come sa bene
chi cerca di star vicino ai bisogni di chi ha poco o niente o sempre di
meno, e cerca di attuare forme di solidarietà che sono semplicemente
umane quanto di classe (come diceva la canzone? “su fratelli, su
compagni...”). Dove è possibile trovare una sponda concreta al nostro
fare e allo star male di tanti, se non, in Italia - esclusa la politica
se non sul piano di qualche amministrazione locale -, in una parte assai
ristretta della chiesa e in una parte del sindacato? Faccio un esempio
che dovrebbe stare a cuore a tutti, quello di Milano. C’è una parte del
sindacato molto presente che mi sembra difenda non solo i diritti dei
suoi iscritti e dei lavoratori di fabbrica, ma altro e di più - la
dignità avvilita dei lavoratori, degli immigrati, dei precari e anche
dei senza lavoro. E c’è una parte della curia che, nonostante le
compromissioni politiche di un’altra parte, la ciellina, sa porsi nella
pratica e con precise prese di posizione pubbliche dalla parte dei
variamente oppressi e della dignità degli individui, quale che sia il
loro credo o non credo. Non c’è molto di più, nell’Italia di oggi, a cui
sia possibile fare riferimento, in attesa di tempi migliori e di quelle
chiarificazioni e di quelle precise scelte di campo che la crisi
continuerà a imporre.
Il sindacato, dunque, è una forza su cui contare, e nei limiti di ciò
che ciascuno può fare, da rafforzare scegliendo, è ovvio, la parte che
ci sembra più attiva e più chiara, ma prestando molta attenzione anche
alle altre, perché si annunciano tempi che costringeranno tutti a
scegliere il proprio posto nel quadro sociale e politico che si prepara,
e a sinistra con ben maggior convinzione e radicalità di quanto oggi
non si creda necessario. Bisogna prestare molta attenzione al sindacato,
e anche alle sue contraddizioni (e di una delle maggiori, l’idea dello
sviluppo, cercherò di dire tra un settimana...).

Precedente: Dalla cedolare vantaggi solo per i proprietari

