Il sermone della decenza
Ma adesso l´impegno a fermare quest´uomo infinitamente ricattabile deve esser esplicitamente preso dai responsabili politici tutti, dalla classe dirigente in senso lato
Dovrebbe esser ormai chiaro a tutti, anche a chi vorrebbe
parlar d´altro e tapparsi le orecchie, anche a chi non vede l´enormità della
vergogna che colpisce una delle massime cariche dello Stato, che una cosa è
ormai del tutto improponibile: che il presidente del Consiglio resti dov´è
senza neppure presentarsi al Tribunale, e che addirittura pretenda di
candidarsi in future elezioni come premier. Molti lo pensano da tempo, da
quando per evitare condanne il capo di Fininvest considerò la politica come un
sotterfugio. Non un piano nobile dove si sale ma uno scantinato in cui si
«scende», si traffica, ci si acquatta meglio.
La stessa ascesa al Colle resta, nei suoi sogni, una discesa in sotterranei
sempre più inviolabili. Molti sono convinti che i suoi rapporti con la
malavita, la stretta complicità con chi in due gradi di giudizio è stato
condannato per concorso in associazione mafiosa (Dell´Utri), il contatto con un
uomo – Mangano – che si faceva chiamare stalliere ed era il ricattatore
distaccato da Cosa Nostra a Arcore – erano già motivi sufficienti per
precludergli un luogo, il comando politico, che si suppone occupato da chi ha
avuto una vita rispettosa della legge.
Ma adesso l´impegno a fermare quest´uomo infinitamente ricattabile perché
incapace di controllare la sua sessualità deve esser esplicitamente preso dai
responsabili politici tutti, dalla classe dirigente in senso lato, e non solo
detto a mezza voce. È una specie di sermone che deve essere pronunciato,
solenne come i giuramenti che costellano la vita dei popoli. Un sermone che non
deleghi per l´ennesima volta il giudizio morale e civile alla magistratura. Che
pur rispettando la presunzione d´innocenza, certifichi l´esistenza di un ceto
politico determinato a considerare l´evidenza dello scandalo e a trarne le
conseguenze prima ancora che i tribunali si pronuncino. Ci sono reati complessi
da districare, per i giudici. Questo non vieta, anzi impone alla politica di
delimitare in piena autonomia la dignità o non dignità dei potenti.
Non è più solo questione del conflitto di interessi, che grazie alla legge del
1957 avrebbe sin dall´inizio potuto vietare l´accesso a responsabilità
politiche di un titolare di pubbliche concessioni (specie televisive). Chi è
sospettato d´aver pagato prostitute o ragazze minorenni, d´aver indotto –
sfruttando il proprio potere – un pubblico ufficiale a fare cose illecite, chi
è talmente impaurito dall´arresto di Ruby dal presentarla in questura come
nipote di Mubarak, chi ha avuto rapporti con mafiosi e corrotto testimoni o
giudici, deve trovare chiuse le porte della politica, anche se i Tribunali
ancora tacciono o se vi son state prescrizioni. Attorno a lui deve essere
eretto una sorta di alto muro, che impersoni la legge, la riluttanza interiore
d´un popolo a farsi rappresentare da un individuo dal losco passato e dal losco
presente. Tra Berlusconi e la politica questo muro non è stato mai eretto,
nemmeno dall´opposizione quando governava. Se non ora, quando?
È così da millenni, nella nostra civiltà: una società ha anticorpi che
espellono le cellule malate, o non li ha e decade. L´ostracismo fu un prodotto
della democrazia ateniese, nel VI secolo a.C. Eraclito scrive: «Combattere a
difesa della legge è necessario, per il popolo, proprio come a difesa delle
mura». Berlusconi non avrebbe dovuto divenire premier, e non perché si
disprezzi il popolo che lo ha eletto: non avrebbe dovuto neanche potersi
candidare. Comunque, oggi, non può restare o tornare in luoghi del comando che
hanno una loro sacralità: non può, se la coerenza non è una quisquilia, nemmeno
presentarsi come patrono del proprio successore. Non è un monarca che va in
pensione.
Gli italiani più restii a vedere lo sanno, altrimenti non avrebbero acclamato
in simultanea, da 16 anni, Berlusconi e tre capi dello Stato. È segno che in un
angolo della coscienza, sognano quel decalogo che nelle parole di Thomas Mann
«altro non è che la quintessenza dell´umana decenza»: il non rubare, il non
pronunciare il nome di Dio invano, il non dire il falso, il non sbandierare
valori senza rispettarli, il non adulterare ciò che è chiaro e puro
confondendolo con il torbido e l´impuro. È come se i padri costituenti avessero
presentito tutto questo, vietando plebisciti di capi di governo o di Stato:
come se condividessero la diffidenza di Piero Calamandrei per l´inclinazione
italiana alla «putrefazione morale, all´indifferenza, alla sistematica
vigliaccheria».
La responsabilità del sermone è dunque per intero nelle mani dei parlamentari,
liberi per legge da vincolo di mandato. Così come è in mano ai contro-poteri
che costituzionalmente limitano il dominio d´uno solo (parlamento,
magistratura, stampa). Contro-poteri su cui la sovranità popolare non ha il
primato, se è vero che essa viene «esercitata nelle forme e nei limiti della
Costituzione» (art 1).
Già una volta, nella «chiamata di correo» di Craxi, i politici caddero nel
baratro, degradando se stessi. Fu il buco nero di Tangentopoli, e spiega come
mai ancora abitiamo un girone dantesco fatto di menzogna e omertosi sortilegi.
Il buco nero sono le parole di Craxi in Parlamento, il 3 luglio ´92: «Nessun
partito è in grado di scagliare la prima pietra. (...) Ciò che bisogna dire, e
che tutti del resto sanno, è che buona parte del finanziamento politico è
irregolare o illegale.(...) Se gran parte di questa materia deve essere
considerata materia (...) criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un
sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest´aula, responsabile
politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un
giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi, i fatti si
incaricherebbero di dichiararlo spergiuro».
Difficile dimenticare il silenzio che seguì: nessun deputato si alzò, e ancor
oggi la nostra storia stenta a non essere storia criminale. Ancor oggi si
vorrebbe sapere perché i deputati che si ritenevano onesti rimasero appiccicati
alla poltrona. Craxi pagò appropriatamente, perché le sentenze erano passate in
giudicato e la legge è legge, ma pagò per molti: anche per Berlusconi, che con
il suo aiuto costruì il proprio apparato di persuasione televisiva e profittò
del crollo della Prima Repubblica sostituendola con un suo privato giro di
corrotti e corruttori.
I deputati rischiano di restar seduti anche oggi, come allora: per schiavitù
volontaria, o peggio. Il sermone oggi necessario deve essere un impegno a che
simili ignominie non si ripetano. Proprio perché il conflitto d´interessi è
sorpassato, e siamo di fronte a un conflitto fra decenza e oscenità, fra
servizio dello Stato e servizio dei propri comodi, fra libertinaggio innocente
e libertinaggio commisto a reati. Da molto tempo, c´è chi ha smesso di parlare
di Palazzo Chigi: preferisce parlare di palazzo Grazioli come sede
dell´esecutivo, e fa bene. Che si salvi, almeno, l´aura associata ai luoghi
italiani del potere.
Domenica scorsa, Berlusconi ha fatto dichiarazioni singolari, oltre che
ridicole. Definendo gravissima, inaccettabile, illegale, l´intromissione dei
magistrati nella vita degli italiani ha detto: «Perché quello che i cittadini
di una libera democrazia fanno nelle mura domestiche riguarda solo loro. Questo
è un principio valido per tutti, e deve valere per tutti. Anche per me».
L´uguaglianza fra cittadini equivale per lui alla libertà di fare quel che si
vuole, in casa: anche un reato, magari. Non riguarda certo l´uguaglianza di
fronte alla legge. L´antinomia stride, e offende. Siamo ben lontani dall´ingiunzione
di Eraclito, se tutto diventa lecito nelle mura domestiche, e non appena
succede qualcosa di criminoso l´uguaglianza cessa d´un colpo, e comincia l´età
dei porci di Orwell, in cui tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli
altri.
La Repubblica, 19 gennaio 2011

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