Il senso della vita nelle parole di Gesù
La fede e l’esistenza terrena.
In fondo ad
un lungo corridoio una porta a vetri si apre su una piccola stanza dove scorre
il tempo di Carlo Maria Martini, già arcivescovo di Milano, biblista, pastore
di anime e di coscienze, cardinale di Santa Romana Chiesa. Siede su una
poltrona accanto ad una finestra dalla quale si vedono un pezzo di cielo e un
cipresso.
Accanto a lui c'è il suo assistente, don Damiano, che è quasi la sua ombra, lo
aiuta a muoversi, gli somministra le medicine alle ore stabilite, lo accompagna
nei suoi spostamenti ormai rari. Non è frequente che un gesuita diventi
cardinale e ancor meno frequente che sia stato alla guida della diocesi più
importante d'Europa, ma Martini è un'eccezione per tante cose ed anche per la
sua carriera ecclesiastica.
A me è capitato di vedere molto da vicino i gesuiti in una fase particolare
della mia vita: avevo vent'anni, era il 1944, Roma era occupata dai nazisti; i
giovani di leva e gli ebrei erano ricercati dalle SS, la polizia militare del
Reich, ed io trovai rifugio insieme ad un centinaio di altri giovani nella Casa
del Sacro Cuore dove i gesuiti gestivano i cosiddetti "esercizi
spirituali". Duravano al massimo una settimana, ma nel nostro caso durarono
più d'un mese. La Casa
era extra-territoriale, con bandiera del Vaticano alla finestra e guardie
palatine al portone.
Poiché, come ci disse il padre rettore, i gesuiti non dicono bugie, gli
esercizi spirituali dovemmo farli in piena regola sebbene tra di noi ci fossero
molti ebrei e alcuni noncredenti.
Per me fu una preziosa esperienza anche perché il rettore era padre Lombardi,
un prete di notevole personalità e grande finezza intellettuale cui in seguito
fu dato il soprannome di "microfono di Dio" per le sue attività che a
dire il vero erano più politiche che pastorali.
I gesuiti che conobbi in quell'occasione e che guidavano le
"meditazioni", celebravano la messa e le altre funzioni religiose che
costellavano la nostra giornata, li osservai con molta attenzione; il rettore,
quando ci separammo, mi propose addirittura di iscrivermi all'Università
Gregoriana, eravamo entrati in confidenza ed anche in polemica durante una
serie di dibattiti su Sant'Agostino e su San Tommaso.
Ricordo queste vicende personali per dire che i gesuiti che conobbi allora non
somigliavano in nulla a Carlo Maria Martini. Erano molto accoglienti e
amichevoli, ma piuttosto arcaici nel loro modo di considerare la religione;
Martini invece è pienamente coinvolto nella modernità di pensiero. Quanto
all'intensità della fede, non sta certo a me misurarla; dico solo che la fede
di Martini ti fa pensare perché emerge dal suo profondo; quella che si
respirava al Sacro Cuore aveva invece un sentore di sacrestia piuttosto
sgradevole per chi come me la fede non ce l'ha e neppure sente il bisogno di
cercarla.
Vi domanderete allora quale sia la ragione per la quale io frequenti Martini e
lui accetti di buon grado questa frequentazione. La mia risposta è che siamo
sulla stessa lunghezza d'onda, ci sentiamo in sintonia l'uno con l'altro e il
motivo probabilmente è questo: ci poniamo tutti e due le stesse domande: chi
siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Sembrano essere diventante un luogo
comune queste domande e forse lo sono, ma continuano a costituire la base
d'ogni filosofia e d'ogni conoscenza. Le nostre risposte spesso differiscono ma
talvolta coincidono e quando questo avviene per me è una festa e spero anche
per lui.
Il nostro di oggi è il quarto incontro che ho avuto con lui; è il 6 dicembre,
fuori piove, siamo nella casa di riposo della Compagnia di Gesù a Gallarate in
un edificio che fu donato alla Compagnia una cinquantina d'anni fa dalla
famiglia Bassetti. Gli incontri precedenti sono avvenuti nel 2009 e nel 2010,
ma il primo fu un dibattito che avvenne a Roma alla fine degli anni Ottanta a
palazzo della Cancelleria, organizzato da don Vincenzo Paglia, della comunità
di Sant'Egidio.
Il cardinale è ammalato di Parkinson, è lucidissimo, ma cammina con difficoltà.
Da qualche tempo il male gli ha molto affievolito la voce che è diventata quasi
un soffio, ma don Damiano ha imparato a leggere dal movimento delle sue labbra
le parole senza voce e le traduce per renderle comprensibili.
Il nostro colloquio qui trascritto è stato rivisto dal cardinale: le difficoltà
della comunicazione rendevano necessario il suo "imprimatur".
Scalfari Vorrei cominciare il nostro dialogo da un nome e dalla persona
che lo portava: Gesù. Per me quella persona è un uomo nato a Betlemme, dove i
suoi genitori Giuseppe e Maria che vivevano a Nazareth si trovavano
occasionalmente il giorno e la notte del parto. Per lei, eminenza, quel bambino
è il figlio di Dio. Sembrerebbe che la differenza tra noi su questo punto sia
dunque incolmabile. Eppure è proprio quel nome che ci unisce. Lei lo chiama
Gesù Cristo, io lo chiamo Gesù di Nazareth; per lei è Dio che si è incarnato
nel Figlio, per me è un uomo che è creduto essere il Figlio e in quella
convinzione ha vissuto gli ultimi tre anni della sua vita, gli anni della predicazione
e poi della "passione" e del sacrificio. Ma la predicazione è appunto
quel tratto della sua vita che ci unisce. Ho pensato molto all'incontro di due
persone già avanti negli anni che vengono da educazioni, culture e percorsi di
vita così diversi che sono desiderosi di conoscersi sempre più e sempre meglio.
Ha un senso tutto questo? Qualche volta penso che lei speri di convertirmi, di
farmi trovare la fede. Questo rientrerebbe nei suoi compiti di padre di anime.
È questo che lei si propone?
Martini No, non penso di convertirla anche se non possiamo escludere né
io né lei che ad un certo punto della sua vita la luce della fede possa
illuminarla. Ma questa è un'eventualità che riguarda solo lei. Lei cerca il
senso della vita. Lo cerco anch'io. La fede mi dà questo senso, ma non elimina
il dubbio. Il dubbio tormenta spesso la mia fede. È un dono, la fede, ma è
anche una conquista che si può perdere ogni giorno e ogni giorno si può
riconquistare. Il dubbio fa parte della nostra umana condizione, saremmo angeli
e non uomini se avessimo fugato per sempre il dubbio. Quelli che non si
cimentano con questo rovello hanno una fede poco intensa, la mettono spesso da
parte e non ne vivono l'essenza.
La fede intensa non lascia questo spazio grigio e vuoto. La fede intensa è una
passione, è gioia, è amore per gli altri ed anche per se stessi, per la propria
individualità al servizio del Signore. Il Vangelo dice: ama il tuo prossimo
come ami te stesso. Non c'è in questo messaggio la negazione dell'amore anche per
sé, l'amore - se è vera passione - opera in tutte le
direzioni, è trasversale, è allo stesso tempo verticale verso Dio e orizzontale
verso gli altri. L'amore per gli altri contiene già l'amore verso Dio. Lei ama
gli altri?
Scalfari Non sempre, non del tutto. Mentirei se dicessi che amo gli
altri con passione come amo alcune persone a me vicine e mentirei se dicessi
che l'odio è un sentimento a me ignoto. Detesto l'ingiustizia e odio gli
ingiusti. I diversi da me li tollero e in qualche caso li amo pensando che la
loro diversità sia ricchezza. Ma gli ingiusti no.
Martini Forse lei ricorderà che sul
tema dell'ingiustizia abbiamo molto discusso nel nostro precedente incontro.
Scalfari Lo ricordo benissimo. Io le
domandai quali fossero i peccati più gravi e lei mi rispose che la
precettistica della Chiesa enumera una serie di peccati numerosa. In
realtà - mi disse e io l'ho trascritto fedelmente nell'articolo che
feci dopo quel nostro incontro - il vero peccato del mondo è l'ingiustizia,
dal quale gli altri discendono.
Martini Sì, lei ricorda bene, dissi così. Ma forse non approfondimmo
abbastanza che cosa intendevo con la parola ingiustizia.
Scalfari Può spiegarlo adesso.
Martini Ebbene l'ingiustizia è la mancanza di amore, la mancanza di
perdono, la mancanza di carità e il sentimento di vendetta.
Scalfari Lei mi disse anche che il sacramento della confessione e della
penitenza, fondamentale per i cristiani, non è più vissuto e praticato come
dovrebbe essere.
Martini La penitenza non è quella di recitare dieci
"paternostri" ma scoprire la bellezza della carità e metterla in
pratica.
Scalfari Mi ricorda il pentimento dell'Innominato del Manzoni nei
Promessi sposi....
Martini La lotta contro l'egoismo è molto lunga.
Scalfari Ne deduco che il Creatore ha creato un mondo ingiusto.
Martini Il Creatore ha donato agli uomini la libertà. Essa può generare
la solidarietà verso gli altri, ma anche l'egoismo, la sopraffazione, l'amore
verso il potere. Ho letto il suo ultimo libro, lei parla di queste cose.
Scalfari Sì, anch'io penso che
l'istinto d'amore pervada la vita delle persone ma abbia diverse dimensioni e
direzioni. Lei lo chiama amore, io lo chiamo eros, lei chiama il bene carità ed
io lo chiamo sopravvivenza della specie, cioè umanesimo. Mi sembra che con
parole diverse diciamo la stessa cosa. Gesù, per quanto capisco, tentò il
miracolo di cancellare l'amore per se stessi, ma quel miracolo non riuscì.
Martini Gesù non tentò di cancellare l'amore per se stessi, anzi lo mise
come misura per l'amore degli altri.
Scalfari Io penso che la vita sia
cominciata da un essere monocellulare e poi sia andata vertiginosamente avanti
secondo l'evoluzione naturale. Noi abbiamo una mente riflessiva che ci consente
di pensare noi stessi e di vedere le nostre azioni, ma nell'economia
dell'Universo siamo un piccolo evento: così è nato il mondo e noi tutti e così
scomparirà. A quel punto nessun'altra specie sarà in grado di pensare Dio e Dio
morirà se nessun essere vivente sarà in grado di pensarlo. Noi non siamo una
regola, noi siamo un caso, una specie creata dalla natura, come credo io, o da
un dio trascendente come crede lei. Spinoza dice: Deus sive Natura, oppure
anche Natura sive Deus. Lei sa che questa concezione della divinità, così
intensa come lei ha, sconfina nell'immanenza? Una scintilla di Divinità sta
dunque in tutte le creature viventi ed è appunto la vita.
Martini Lei mi domandò nel nostro precedente incontro che cosa io
pensassi dell'affermazione del teologo Hans Küng che sostiene la fede verso la
vita come la condizione preliminare e necessaria per arrivare alla fede in Dio.
Lo ricorda?
Scalfari Sì, ricordo anche che lei era d'accordo con quell'affermazione.
Martini È vero e lo si vede osservando un bimbo appena nato il quale si
affida nelle mani dei genitori totalmente. Anche lei è venuto qui nella fiducia
che non avrebbe trovato nessuno con un fucile spianato. Questa è una forma
primaria di fede.
Scalfari Chiaro. Lei ha detto in un suo scritto che è un errore
affermare che Dio sia cattolico.
Martini Sì, l'ho detto. Dio è il Padre di tutte le genti, quindi
apporgli l'aggettivo cattolico è limitante.
Scalfari Ammetterà tuttavia che il monoteismo cristiano è assai diverso
da quello ebraico e anche da quello dell'islam. In quelle religioni la Trinità sarebbe
considerata eresia inconciliabile con il Dio unico. In quelle religioni il Dio
unico è innominabile e non raffigurabile, per i cristiani invece ha il nome del
Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ed è stato dipinto e scolpito per
millenni. La storia dell'arte occidentale è in gran parte la storia di Dio, del
Figlio, della madre del Figlio, dei Santi. Si può dire che il cristianesimo è
una religione monoteista? Oppure storicamente è una religione ellenistica?
Martini La Trinità
è Dio-comunione. Il Figlio è la
Persona con cui il Padre si manifesta agli uomini. Forse il
modello "ontologico" con cui si è pensata la Trinità fino ad oggi
dovrebbe cedere il passo al modello "relazionale" che aiuterebbe
meglio anche il dialogo orizzontale. Quanto ai Santi, non sono solo
intermediari tra noi e Dio ma anche testimoni del bene e forse la Chiesa ne ha canonizzati
troppi.
Scalfari Dunque quando la nostra specie scomparirà e quando il giudizio
universale sarà avvenuto il Figlio non avrà più ragion d'essere e lo Spirito
santo neppure.
Martini Non esattamente, il Figlio sarà la beatitudine delle anime che
vivranno nella luce.
Scalfari Senza memoria del sé terrestre che hanno abbandonato?
Martini Noi uomini non siamo in grado di sapere queste cose, di
conoscere l'aldilà. Sappiamo però che Paolo dice che la Carità non avrà mai fine.
Quindi supponiamo che riconosceremo ciò che abbiamo vissuto nell'amore.
Scalfari Dio è il padre di tutte le genti, ma la Chiesa ha fatto del Dio
cattolico anche una bandiera d'identità, di guerra e di stragi.
Martini Quando ha fatto questo ha sbagliato. La Chiesa, come tutte le
istituzioni terrene, contiene il bene ed il male ma è depositaria di una fede e
di una carità molto grandi. Anche Pietro rinnegò.
Scalfari Forse è troppo istituzione.
Martini Forse è troppo istituzione.
Scalfari Forse è troppo dogmatica.
Martini Direi in un altro modo: l'aspetto collegiale della Chiesa è
stato troppo trascurato. Secondo me questo punto andrebbe profondamente
rivisto.
La conversazione dura ormai da oltre un'ora. Guardo don Damiano in modo
interrogativo e lui mi fa di sì con la testa. Dico al cardinale che è arrivata
l'ora di congedarmi. "Ma le faccio un'ultima domanda: che cosa pensa dei
fatti politici italiani di questi ultimi mesi? La Chiesa, dopo un silenzio
troppo lungo, mescolato con alleanze oltremodo discutibili, ha infine chiesto
con il cardinale Bagnasco che venisse ripulito il fango che ha imbrattato
l'etica pubblica. È d'accordo con questa posizione?".
Martini Sono d'accordo. In Italia esiste una cattolicità avvertita e
consapevole e ci sono anticorpi preziosi che alla fine si manifestano
contribuendo a recuperare il bene anche nella sfera dove si amministra il
potere.
Mi alzo. Anche lui si alza aiutato da don Damiano. Ci abbracciamo. Lui mormora
qualcosa e don Damiano traduce: "Ha detto che prega spesso per lei".
Io rivolgendomi a lui gli dico: "Io la penso molto spesso, è il mio modo
di pregare". Lui si avvicina al mio orecchio e con un filo di voce dice:
"Prego per lei, e anch'io la penso spesso", sorride e mi stringe la
mano. Forse voleva dire che pensare l'altro è più che pregare. Io almeno ho
capito così.
la Repubblica (24 dicembre 2011)

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